dal quotidiano Il Giornale..................
" il Giornale del 12/09/2003
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Fassino, dicci la verità
Giampaolo Pansa
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N ella sua lettera a L'Espresso del 4 settembre, Romano Prodi mi rivolge (presumo con un affetto che ricambio) il rimprovero agrodolce di aver vestito i panni dell'uomo della strada che si fa domande sull'affare Telekom Serbia. E di aver raccolto, così addobbato, strane dicerie. Tuttavia, gli uomini della strada esistono, e molti di loro votano per l'Ulivo. Bene, proprio da questi ultimi sento fare un ragionamento che provo a riassumere così. Primo: d'accordo, siamo pronti a credere sulla parola a Prodi, a Lamberto Dini e a Piero Fassino, quando sostengono di non aver saputo nulla di quella vicenda. E, soprattutto, quando affermano di non aver incassato (...) le tangenti di cui parla a ruota libera, e finora senza prove, il Marini in carcere a Torino.
Secondo: sempre gli ulivisti qualunque, sono anche disposti a prendere per buono il contesto in cui la Telecom fece quell'affare con Slobo Milosevic. Verso la metà degli anni Novanta, le aziende vogliose di espandersi all'estero comperavano tutto a qualunque prezzo. La telefonia, poi, era la super-bolla speculativa dentro la bolla più grande, la vera gallina dalle uova d'oro. Anche la Telecom s'è comportata così in Serbia. Sapeva di strapagare un catorcio, per di più in un Paese a rischio? Penso di sì, però era lo scotto per mettere piede in un'area che, finita la guerra etnica, avrebbe avuto un certissimo sviluppo.
Ma se è tutto così chiaro e semplice, dicono sempre gli ulivisti di strada, perché non raccontare subito come stavano le cose? Perché non rintuzzare sul nascere l'offensiva del centrodestra berlusconiano? Bastava dire che la Telecom si era mossa come tanti altri gruppi. E che c'erano anche ragioni di politica estera per stringere quell'accordo con Milosevic. Invece, i leader del nostro Ulivo hanno aspettato mesi prima di replicare. In più quando si sono decisi a farlo, hanno dato la fondata impressione di fuggire tutti da quell'affare.
Il nostro ulivista di strada nota poi qualche dissonanza nelle repliche dei tre politici oggi sotto tiro. Prodi gli sembra il più coerente: nessuno lo ha mai informato di quell'affare, e non c'era "alcuna ragione né formale né sostanziale perché ciò dovesse avvenire". Dini ha seguitato a ripetere di aver saputo tutto soltanto ad affare concluso e dai giornali (e forse anche, aggiungo io, dai telegiornali pubblici e privati che avevano fatto vedere il capo di Telecom, Tomaso Tommasi, a colloquio con Milosevic nel momento della firma).
In questi ultimi giorni, però, in un dibattito a Controcorrente di SkyNews, Dini ha aggiunto una postilla velenosa per Fassino: "Lui sapeva dell'affare e io no. Fassino ne aveva ricevuto notizia dall'ambasciatore a Belgrado e dalle lettere degli oppositori di Milosevic. Ma noi due non parlammo della vicenda". Sempre in quell'intervista, Dini ha scaricato anche il vertice del gruppo telefonico italiano: "Il ministero degli Esteri non è stato informato da Telecom. E di Telecom, quindi, l'errore di omissione d'informazione". Quanto a Fassino, si attesta su una linea che non convince del tutto. Nell'intervista a Massimo Franco per il Corriere della Sera (1 settembre) dice, in contrasto con Dini, che "la trattativa era nota". Aggiunge, a proposito del governo Prodi: "Ma perché dovevamo intervenire? Il governo non ha avuto alcun ruolo perché non doveva averlo". Afferma che la trattativa "fu conclusa quando Telecom era una società privata e la presenza dello Stato era irrilevante". Ma questo non è vero perché nell'estate 1997 il 61 per cento della Telecom era ancora del Tesoro. E dunque si trattava di una società sempre sotto il controllo dello Stato. Infine, il segretario dei Ds sostiene che, dopo l'accordo di Dayton nel novembre 1995, dall'Unione europea e dagli Stati Uniti "le imprese furono incoraggiate a investire" nei Balcani, un fatto controverso.
Nel mio piccolo, sempre vestito da uomo della strada, penso che Fassino dovrebbe dire qualcosa di più. Gridare al burattinaio che sta a Palazzo Chigi non serve a fare chiarezza. Per Fassino, che ritengo assolutamente pulito, c'è poi un imperativo speciale che glielo impone. Dal momento che guida un partito oggi decisivo per la credibilità dell'opposizione e domani, come mi auguro, per I'affermazione di una nuova maggioranza di governo.
Traccheggiare e non dire tutta intera la verità non giova mai a un politico. Ricordiamoci di Bill Clinton dentro una bufera molto diversa, quella delle "intimità inopportune" con Monica Lewinsky. In una prima fase negò sempre, mentendo. Lasciò che sua moglie Hillary andasse in tivù a difenderlo. Poi, una bella mattina, entrò nella camera da letto di Hillary, la svegliò e le confessò quel che era davvero successo. Nessuno riuscì a farlo dimettere. Ma dire bugie, o mezze verità, può essere molto rischioso per un leader. Anche più pericoloso che lasciar fare alla Telecom quel disastro in Serbia.
Infine, l'ulivista di strada si domanda, con mille ragioni, che cosa fece l'opposizione di centrodestra in quei frangenti. A parte i radicali, niente di niente. Anzi, uno dei suoi big odierni, Umberto Bossi, andava a Belgrado per stringere la mano a Milosevic. E alle accuse dei radicali replicava, con grande finezza: "Meglio Milosevic che Culosevic!". "
Shalom!!!




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