di Tommaso Staiti

Forse, lo devo ammettere, sono prevenuto nei confronti di Fini e della sua politica tutta tesa a creare un mostro politico che ricorda molto il Caf di beneamata memoria. Forse, lo ammetto volentieri, sono ancora legato al ricordo di un movimento politico, quello di Romualdi, Almirante e Niccolai, che pur tra mille ambiguità e cento occasioni perdute, era tuttavia riuscito a preservare una propria identità forte, una orgogliosa diversità, un originale contenuto di socialità, di radicamento nella tradizione italiana, un attaccamento alla Patria intesa come terra dei padri, come comunità di destino. Forse, lo confesso a voce alta, non mi piacciono tutti quegli ex (?) democristiani, quegli ex (?) socialisti d’assalto, quegli anticomunisti, scopertisi tali solo dopo la caduta del comunismo, che popolano le file e le poltrone di An. Vero è anche che ancor meno mi piace quella "corte dei miracoli" composta dai "Larussa’s Boys" e dalle "smutandate" che gli si affollano intorno nelle discoteche e nei pseudosalotti mondani che è solito frequentare e che mi fanno venire alla memoria De Michelis ed i socialisti da bere e da mangiare degli anni 80.Ammesse, per dovere di chiarezza, tutte queste mie umorali ed insopprimibili prevenzioni, debbo tuttavia dire che mi riesce proprio difficile comprendere come e perché un vecchio o giovane ex missino, uno di quelli, per intenderci, che hanno attraversato il lungo periodo della ghettizzazione, magari rimettendoci del proprio, possa ancora dare credito a quella compagnia di giro di saltimbanchi messa in piedi sotto il segno dell’elefante da Fini insieme a Segni, Taradash e Masi che di giri di Valzer o di Tango, se ne intende come pochi, visti i salti e le capriole che ha fatto passando dalla vecchia Dc alla nuova elefantesca An attraverso quasi tutti i settori dell’arco politico italiano, sottosegretariato del governo di centrosinistra compreso. C’è una sola ragione, morale, politica o culturale, per volersi ostinare a credere che ancora esiste qualcosa nell’elefante di An che possa ricordare quel patrimonio di valori, idealità, sacrifici, sofferenze che, nel bene come nel male, ha caratterizzato quasi 50 anni di battaglie di quella "minoranza esclusa"?C’è ancora qualcuno che possa non vedere ciò che è sotto gli occhi di tutti, e cioè l’abiura ed il tradimento non solo di una storia che ormai appartiene a tutto quanto il popolo italiano, ma anche di una visione del mondo e della vita che nulla hanno a che fare con le frequentazioni affaristico-massoniche dell’attuale dirigenza di An? Il programma sociale è stato tradito in nome di un liberismo d’accatto i cui fili sono tirati da centrali anonime che siedono negli Usa. Non si spiega in altro modo la pervicacia con la quale Fini insegue il sospirato invito in Israele che tuttavia (gli ebrei tutto sono tranne che fessi) gli viene sistematicamente negato. La difesa dell’identità e della sovranità nazionale è stata abbandonata da un giorno all’altro per un oltranzismo atlantico da fare invidia a Cossiga. Come dimostra l’adesione supina ed acritica alle decisioni di quel bambinone erotomane di Clinton contro la Serbia ed il futuro di una vera Europa dei popoli e delle patrie. Il trasbordo nel campo della globalizzazione e della mondializzazione, che non sono solo fenomeni economici e finanziari, ma che costituiscono, anche e soprattutto, modelli culturali e di vita fatti per uccidere i popoli e la loro storia, sta a significare che il partito di Fini è diventato a tutti gli effetti un partito americano, anzi che ambisce ad essere "il" partito americano in Italia. D’altra parte, la forsennata adesione al referendum truffa per il maggioritario selvaggio, si spiega in questa ottica e per questa prospettiva; così come la battaglia per il presidenzialismo, contro il quale Pino Romualdi disse e scrisse parole pesantissime, attuali ancora oggi e che ci porterebbe ad avere come capo dello Stato un qualsiasi guitto da avanspettacolo imposto agli italiani dai potentati economici internazionali attraverso i "media" che, com’è noto, riescono a trasformare un rospo in un principe azzurro, altro non è che una tessera di questo mosaico che "il pensiero unico totalizzante" vuole esportare ed imporre in tutto il mondo. A Gianfranco Fini che, come disse quella simpatica canaglia di Pinuccio Tatarella in una intervista apparsa su Il Giornale proprio nel giorno della sua morte, fu scelto perché "era politicamente neutro e lo si poteva quindi utilizzare sia per una politica radicale che per una politica moderata", i referenti delle lobby massoniche mondialiste chiedono da tempo di liberarsi dei residui di missinismo ancora presenti nel suo partito. Con l’operazione dell’elefante Fini vuole arrivare proprio a questo: ad avere un partito spendibile sul mercato del liberalcapitalismo finanziario più torbido e sradicato dalle tradizioni e dalla storia dell’Italia e dell’Europa. I potenti comandano e Fini ubbidisce e se la straconosciuta sfiga che Segni porta costantemente con sé nelle sue operazioni non ci metterà lo zampino, dopo le elezioni europee l’elefantino solleverà una zampa e con una pisciatina spegnerà la fiamma. Con buona pace di tutti quegli ex missini che ancora si ostinano a voler considerare il "Pinocchietto" della politica italiana un abilissimo stratega e non quello che in realtà è: un recipiente vuoto, certo ben fatto. Ma sempre pronto a farsi riempire, senza battere ciglio, dai contenuti di chi gli può garantire tranquillità e carriera senza rischi. Proprio come avviene in banca, impiego al quale, purtroppo, è stato, fin da giovane sottratto.

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