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Discussione: La Magna...

  1. #1
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    Predefinito La Magna...

    ....Carta

    “Dissenso costruttivo”, questo è il metodo di lavoro scelto dalla presidenza italiana per la Conferenza intergovernativa (Cig) sulla Costituzione europea in programma a Roma a partire dal 4 ottobre prossimo: ai paesi che sollevano questioni su un punto della bozza Giscard l’onere di provare che la loro proposta è “efficace e consensuale”.
    I 25 ministri degli Esteri riuniti ieri a Bruxelles per il Consiglio affari generali dell’Ue (presidente di turno Franco Frattini) hanno assentito a tale metodo.
    Ma molti paesi saranno assai meno concilianti nell’accodarsi all’auspicio italiano (e non solo) di una discussione senza strappi sul testo della Costituzione.
    I “piccoli”, Polonia in testa anche se tanto piccola non è, lustrano le baionette. Anche il mondo degli affari è in ansia, come raccontano Dan O’Brien e Alan Riley sul Wall Street Journal: la Carta dei diritti fondamentali (leggi: dei lavoratori) compresa nella Costituzione rischia di avviluppare le imprese in vincoli soffocanti. Il Foglio raccoglie una serie di analisi del testo della Carta europea. La rassegna ha preso l’abbrivio sabato, oggi continuiamo con l’opinione di Alessandro De Nicola a pagina due. Altre seguiranno nei prossimi giorni. Voci favorevoli alla Costituzione, ma anche perfidi detrattori delle “tigri di (magna) carta”.
    Per i quali abbiamo un malcelato debole.

    saluti

  2. #2
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    Predefinito Nè liberale nè efficente, la bozza è...

    ....un minestrone in cui affoga il libero mercato

    Un dolce canto intonarono: "..o molto illustre Ulisse…, su via, qua vieni, ferma la nave; e il nostro canto ascolta”. ( Odissea, libro XII, vv. dal 183). Senza saperlo, Omero è stato, secondo lo studioso J. Elster, il primo costituzionalista della Storia.
    Una delle spiegazioni che si danno sul perché nascono le costituzioni (intese come regole fondamentali della vita associata che si cambiano solo con procedure molto elaborate) viene infatti dalla stessa logica di Ulisse: non mi fido della mia razionalità futura e quindi mi costringerò a non essere irrazionale.
    E quindi, nonostante l’eroe omerico “ardì passare con disarmati orecchi” davanti alle Sirene, si salvò grazie al suggerimento della maga Circe di farsi legare saldo all’albero della nave: “ …ed io, porger volendo più da vicino il dilettato orecchio, cenno ai compagni fea, che ogni legame fossemi rotto; e quei più ancora sul remo incurvavano il dorso,… e di nuovi nodi cingeanmi e mi premean più ancora”.

    Dal punto di vista del costituzionalismo liberale moderno, le Sirene sono i demoni dello Stato e del potere politico, che illudono chi detiene – leader o partito che sia le redini del comando di essere l’unico in grado di poter guidare il popolo e che a tal fine i diritti individuali, soprattutto quelli di libertà economica, possano poco a poco essere compressi.
    Naturalmente, la Costituzione deve essere intellegibile da altri: l’opacità di significato delle regole serve a far sì che i costi di transazione aumentino (contenzioso giudiziario, contraddittorietà delle decisioni, imprevedibilità della legislazione ordinaria, appesantimento della procedura burocratica) e che i diritti meglio difesi siano quelli che interessano i gruppi di pressione più organizzati (o ideologizzati) e in grado di influenzare il processo politico.

    Persa tra Scilla e Cariddi (del dirigismo)
    Tutto ciò detto, la bozza di Trattato istitutivo di una Costituzione europea, approvata nel luglio scorso, è liberale? o perlomeno efficiente?
    Limitandoci a esaminare gli articoli che trattano dei diritti economici degli individui, notiamo subito una differenza con il Trattato di Maastricht il quale recitava: “La politica economica dell’Unione è condotta conformemente al principio di un’economia di mercato”. Questa frase ora è sparita: perché?
    Evidentemente quando si toglie un enunciato così chiaro lo si vuole sostituire con qualcosa di diverso e meno orientato ai principi da esso difeso.
    Ecco difatti apparire concetti quali “pluralismo, tolleranza, giustizia, solidarietà e non discriminazione”, “l’economia sociale di mercato che mira alla piena occupazione e al progresso sociale”, “la solidarietà tra generazioni”, nonché la “giustizia e protezione sociale” e (come poteva mancare?) lo “sviluppo sostenibile”: in poche parole tutto, salvo l’economia di mercato tout court.
    Orbene, grazie a un simile minestrone si può giustificare qualsiasi misura.
    In primis perché alcuni concetti sono contraddittori: la solidarietà è una pratica volontaria non imposta da un’autorità pubblica, ad esempio.
    E chi decide quando uno 0,1 per cento di disoccupazione in più contrasti con il progresso sociale se porta altri benefici?
    E se la sostenibilità dello sviluppo aumenta la disoccupazione, che si fa?
    Altri sono minacciosamente vaghi: la giustizia sociale è intesa da alcuni come uguaglianza delle opportunità, da altri come meritocrazia, da altri come redistribuzione del reddito: quale interpretazione prevarrà?
    La solidarietà tra generazioni è una bellissima cosa: ma sono i più anziani che devono essere solidali con i giovani e rinunciare a un sistema pensionistico che graverà di debiti gli uomini del futuro oppure sono i ventenni che devono rassegnarsi a scegliere tra la solidarietà con i loro figli e quella con i loro genitori?
    Come direbbe la Baronessa Thatcher: “Non esistono generazioni: esistono solo individui di età diverse”.
    Un’ulteriore picconata al libero mercato viene data dai due articoli che garantiscono l’iniziativa e la proprietà privata, rendendole però soggette alle “legislazioni e prassi nazionali”: con quali limiti?
    Se prendiamo la prassi nazionale italiana, a esempio, c’è da star freschi…
    I panglossiani difensori della bozza di Costituzione fanno tuttavia notare che almeno l’articolo 1.3. recita: “L’Unione Europea offre ai suoi cittadini un mercato unico nel quale la concorrenza è libera e non distorta”.
    Ebbene, questo principio salva il mercato unico, ma non quelli nazionali e in più non si cura di tutte quelle restrizioni che tradizionalmente non rientrano nel novero del diritto della concorrenza: l’equo canone, il sistema sanitario, la proprietà pubblica delle imprese, il sistema educativo, la regolamentazione dei servizi pubblici.
    Insomma, la bozza di Costituzione sembra non districarsi tra la Scilla della contraddittorietà degli enunciati e il Cariddi di una certa dose di dirigismo economico con la stessa abilità di Ulisse, che dovette affrontarli subito dopo la prova delle Sirene. Speriamo che l’esito finale sulla libertà di mercato non sia tale da indurci a dire, come l’indomito Odisseo: “Fra i molti acerbi casi, ond’io sostenni, solcando il mar, la vista, oggetto mai di cotanta pietà non mi s’offerse”.

    Alessandro De Nicola
    Presidente Adam Smith Society (adenicola@adamsmith.it)
    TIGRI DI (MAGNA) CARTA – 1

    dove se non su il Foglio

    saluti

  3. #3
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    Predefinito Unione....

    ......impopolare


    Su un punto tutti coloro che si riconoscono nei valori liberaldemocratici dovrebbero essere d’accordo: la Costituzione europea va sottoposta a referendum in ogni paese dell’Unione. Euroscettici ed eurofili di ispirazione liberale dovrebbero mettere da parte le loro divergenze sul futuro dell’Europa per chiedere i referendum. Anche chi ritiene che il progetto di Giscard d’Estaing sia tutto sommato buono deve accettare che senza consenso popolare un passo così significativo non può essere compiuto. Altrimenti, il deficit democratico dell’Europa diventerà inconciliabile con i valori e le tradizioni di libertà e democrazia a cui lo stesso testo della Costituzione fa richiamo.
    Se si parte dal consenso popolare, non si può ignorare un dato di fatto importantissimo: il progetto europeo da consultazioni referendarie è uscito spesso con le ossa rotte, anche quando i maggiori partiti chiedevano ai loro elettori un voto pro Europa.
    E le invettive di Bruxelles contro espressioni di volontà popolare sgradite alla Commissione (dall’Irlanda alla Svezia) dovrebbero allarmare ogni europeo. Solo chi ha deciso di mettersi in viaggio verso la luna con il razzo Ariane potrebbe negare che in diversi paesi dell’Unione (Svezia, Gran Bretagna, Irlanda, Danimarca) un referendum sulla Costituzione darebbe un esito quasi certamente negativo. Un voto favorevole non potrebbe essere dato per scontato neanche in Germania od Olanda, o nella stessa Francia, come sa chi ricorda il voto su Maastricht.

    Da un punto di vista di mera ingegneria costituzionale, il testo di Giscard ha qualche novità interessante.
    Importante è la norma che riconosce il diritto di ogni Stato membro di ritirarsi dall’Unione.
    Interessante anche il ruolo affidato ai parlamenti nazionali per assicurare il rispetto del principio di sussidiarietà, in virtù del quale, nelle materie che non sono di sua competenza esclusiva, l’Unione interviene soltanto se è in grado di raggiungere gli obiettivi previsti in modo più efficace rispetto agli Stati membri. Altri aspetti del testo lasciano invece più perplessi. C’è la questione della politica estera e di sicurezza dove si richiede agli Stati membri di sostenere “attivamente e senza riserve” la politica comune.
    C’è la parte sui diritti fondamentali che riconosce il diritto alla “tutela contro ogni licenziamento ingiustificato”. Visto che i licenziamenti per motivi di discriminazione (razziale, sessuale o altro) sono già proibiti dal principio di non discriminazione, quale sarebbe esattamente il contenuto di questo diritto?
    Preoccupano l’ampia competenza dell’Unione in materia di politiche sociali e lo stretto coordinamento delle politiche economiche, fiscali e dell’occupazione – aspetti che sembrano dar ragione a chi teme l’europeizzazione del leviatano assistenziale.
    Attualmente gli Stati membri seguono politiche economiche abbastanza diverse, che possono cambiare in seguito a elezioni. Se è l’Ue a stabilire le linee guida, la volontà popolare sarà ancora una volta esautorata: anche qualora l’elettorato si esprimesse a favore, ad esempio, di una politica iperliberista, ai governi potrebbe risultare impossibile attuarla a causa di vincoli comunitari.

    L’indifferenza verso il progetto
    La funzione legislativa continuerà a essere condivisa tra il Parlamento europeo e un organo composto da rappresentanti degli esecutivi nazionali, il Consiglio dei ministri.
    La deroga da principi fondamentali del costituzionalismo liberale dunque non cesserà; e le norme di diritto europeo, create in modo così poco democratico, prevalgono su quelle di diritto interno. Nel campo della ricerca, l’Ue continuerà essenzialmente sulla strada di adesso, che è quella di usare università e ricerca come strumenti per creare identità, per farci sentire tutti europei, invece di sostenere i migliori centri accademici. E’ come se in America si dessero soldi ai fisici di Princeton a patto che questi organizzino scambi con dipartimenti di fisica dello Utah o del Mississippi. Non cesserà dunque lo spreco di finanziamenti che fino a ora ha fatto organizzare convegni, scambi e corsi non sostenibili nel tempo. E l’America continuerà a surclassarci in ogni aspetto della ricerca.
    Ma il problema fondamentale e imprescindibile rimane quello del consenso popolare: se nella maggior parte dei paesi dell’Ue c’è ostilità, freddezza, indifferenza, nei confronti di questo progetto costituzionale, senza referendum, chi o che cosa lo legittimerebbe?

    Guglielmo Verdirame docente di Diritto internazionale all’Università di Cambridge

    saluti

  4. #4
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    Predefinito Preghiera .....

    ....Ciampi

    Illustre presidente Ciampi - Ci permettiamo di rivolgerle qualche osservazione polemica in virtù del fatto che le portiamo deferenza e stima, oltre che personale, in quanto custode della Costituzione italiana.

    Il Trattato costituzionale europeo non è stato firmato.
    C’è una bozza elaborata da una Convenzione rappresentativa, che ha lavorato con scrupolo per un tempo lungo e fattivo. Il testo partorito è altamente opinabile.
    Ci sono i suoi estimatori ferventi, quelli scettici, e anche i detrattori, tra cui il pontefice romano (per fare solo un esempio di rilievo).
    Sta per aprirsi a Roma la conferenza intergovernativa che dovrà decidere in merito.
    Alcuni governi europei sono contrari a parti significative del progetto di Trattato.
    Tra i costituzionalisti non c’è unanimità.
    La società civile europea, e non potrebbe essere altrimenti, è divisa.
    E’ in atto un dibattito nei parlamenti, sulla libera stampa.
    Devono essere prese decisioni importanti da parte dei governi eletti, che esprimono attraverso le maggioranze che li sostengono una porzione rilevante del potere costituente.
    Non solo sulle famose radici giudaico-cristiane della nostra civilizzazione si esprime il conflitto delle opinioni, ma anche su molte altre questioni.
    Sono in gioco temi squisitamente politici e di indirizzo istituzionale, civile e sociale, sui quali è opportuno non chiudere la discussione prima che questa cominci.
    Le stesse modalità di approvazione e ratifica del più importante documento identitario della nuova Europa sono oggetto di dibattito.
    Bastano i governi o serve un voto popolare?

    I suoi interventi, illustre presidente, sembrano tutti e sistematicamente indirizzati a chiudere la partita con un punteggio a tavolino.
    La bozza Giscard è buona, è storica, è un grande passo avanti, e chi la critica non rende un buon servizio agli ideali integrazionisti. Abbiamo troppo rispetto per la sua storia di convinto europeista per non capire che cosa la muove, quali rispettabili sentimenti la animano.
    Ma conosciamo abbastanza il suo gusto rigoroso della distinzione politica e istituzionale per non sapere che lei per primo valuta come un bene prezioso la libertà politica di scelta delle nostre istituzioni rappresentative e del governo eletto.
    La società italiana e la politica italiana devono essere libere di discutere e decidere del Trattato costituzionale, in ogni suo aspetto, e per questo lei deve probabilmente sacrificare una parte del suo entusiasmo europeista e rispettare liberalmente una controversia costituzionale che non può fare altro che bene alle istituzioni europee.
    Ci sarà tempo per custodire anche la Costituzione dell’Unione e celebrarne lo spirito, prima però bisogna scriverla e ratificarla con le regole della buona politica democratica affinché non nasca già morta nelle teste e nei cuori dei cittadini.

    Ferrara su il Foglio

    saluti

  5. #5
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    Predefinito

    La questione del riferimento alle radici cristiane dell’Europa sta assumendo una portata imprevista dai “costituenti” della Convenzione e dai “negoziatori” della prossima Conferenza intergovernativa. Gli architetti del nuovo Trattato hanno preferito tenere questo tema in sordina, per il timore che esso potesse aprire “guerre di religione”, concentrandosi piuttosto su alcuni articoli, come il 51 del Progetto, volti a riconoscere la dimensione pubblica delle Chiese (ma anche, salomonicamente, delle “organizzazioni filosofiche”, quali la massoneria).
    Essi d’altra parte non si sono limitati a tracciare delle pure regole, ma hanno voluto assegnare valori e obiettivi all’Unione, premettendo al testo costituzionale un ambizioso preambolo.
    Se però l’Europa cessa di essere un mercato per divenire un’entità geopolitica, dotata non solo di una personalità giuridica, ma di una identità culturale, l’appello di Giovanni Paolo II affinché nella Costituzione europea “figuri un riferimento al patrimonio religioso e specialmente cristiano dell’Europa” diventa ineludibile. Come negare infatti che l’Europa non rappresenta solo un luogo geografico, ma una realtà storica, caratterizzatasi grazie alla forza unificante del cristianesimo (Ecclesia in Europa n. 24)?
    Non sono però solo i cattolici, ma anche molti laici, a chiedere oggi il riconoscimento di un dato storico incontestabile, che contribuisca a dare uno spessore identitario all’Unione che nasce.
    L’alternativa che si presenta non è quella tra una visione laica e una cristiana dell’Europa, ma tra chi, in prospettiva marx-illuminista, vorrebbe estirpare le radici religiose dell’Occidente e chi, laico o credente, vede nella memoria storica la migliore garanzia per il futuro della nostra civiltà. Va ricordato del resto che il marxismo non è stato caratterizzato dalla professione ideologica dell’ateismo, ma da un itinerario di secolarizzazione della realtà sociale riassunto dalla formula di Gramsci della “teoria della prassi”. Sarebbe paradossale che nella nuova Costituzione europea trovasse compimento il progetto gramsciano di “una completa laicizzazione di tutta la vita e di tutti i rapporti di costume” (Quaderni del carcere, p. 1561) proprio nel momento in cui i paesi dell’Est che si apprestano a entrare in Europa si sono liberati dal marxismo grazie all’apporto decisivo del cristianesimo.

    La responsabilità cruciale dell’Italia
    Emendare il preambolo del Trattato è tutt’altro che impossibile. All’interno della Conferenza intergovernativa che si apre il 4 ottobre, esiste una larga maggioranza di paesi favorevoli, o almeno non contrari alla dimensione cristiana dell’Europa. Il governo italiano, che ha la responsabilità cruciale di dirigere e orientare i lavori della Cig, ha più volte ribadito la sua posizione favorevole a un riferimento alle radici giudaicocristiane dell’Europa.
    Si tratta però di vedere se esso è disposto a fare di questa posizione una questione irrinunciabile, così come ha detto di voler fare il premier spagnolo José Marìa Aznar per il problema tecnico della ponderazione dei voti.
    Quel che è certo è che la richiesta di Giovanni Paolo II ha il carattere di una ragionevolezza che coincide con l’ovvietà.
    L’uomo della strada non è in grado di comprendere i complessi meccanismi che regolano le istituzioni europee, ma intuisce perfettamente l’importanza del riferimento al cristianesimo nella nuova Costituzione. Se questo riferimento fosse espunto dal Trattato costituzionale, su di esso si addenserebbe istintivamente un giudizio negativo dell’opinione pubblica che percepirebbe l’Europa come una realtà che apporta solo rincaro dei prezzi e declino dei valori.
    Nel momento in cui gli Stati Uniti rivendicano con orgoglio la dimensione collettiva della loro esperienza religiosa, l’assenza di un richiamo al cristianesimo assumerebbe il significato di un imperdonabile atto di rimozione storica.
    Come è stato notato da Ernesto Galli della Loggia, gli americani, a differenza degli europei, lungi dall’avere espulso Dio dalla sfera sociale, continuano a ritenerlo una fonte ispiratrice della loro azione pubblica.
    Il mancato riferimento al cristianesimo nel nuovo Trattato di Roma assumerebbe il significato simbolico di una Translatio Imperii, ossia del trasferimento di una missione politica e culturale alla sola potenza che è oggi disposta a farsi carico dell’eredità storica dell’Occidente.

    Roberto de Mattei
    consigliere agli Affari internazionali del vicepremier Gianfranco Fini e collaboratore nella stesura della bozza costituzionale

    saluti

  6. #6
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    Predefinito

    L’Unione europea si è fondata sulla cooperazione economica.
    Per anni indicata da certuni in modo spregiativo come “l’Europa dei banchieri”, la realtà del mercato unico ha assicurato legami che hanno costituito l’ossatura della Comunità e posto le premesse dell’Ue. I benefici dell’integrazione dei mercati hanno reso possibili importanti “cessioni” di sovranità, come nel caso della concorrenza e del commercio, da parte delle capitali nei confronti di Bruxelles.
    Attraverso la Convenzione, l’Ue sta ora cercando un’incerta
    integrazione politica su basi democratiche e liberali, che, almeno in un settore strategico, come quello di una comune politica estera e di difesa, resta una chimera, mentre il campo dell’economia è stato quello sul quale meno si è discusso e meno si è intervenuti. La Costituzione economica è destinata a rimanere sostanzialmente immutata. Il che è un fatto positivo.
    Le pressioni per assicurare una politica economica comune, e quindi centralizzata, non sono mancate, ma il quadro (confermato)
    risultante dai Trattati di Maastricht e di Amsterdam è stato ritenuto adeguato (o impossibile da modificare).
    Perché di questo non ci lamentiamo?
    Mai come in questo momento, l’Ue ha bisogno di politiche economiche “buone” piuttosto che di politiche economiche “comuni”.
    Quello che una politica economica gestita da Bruxelles darebbe
    maggiori garanzie e benefici rispetto a una più dinamica competizione tra soluzioni differenti è un luogo comune.
    Così come è un luogo comune ritenere che sarebbe stata
    l’adozione della moneta unica a richiedere “automaticamente” la piena armonizzazione delle decisioni economiche. La necessità
    di assicurare parità di condizioni concorrenziali tra le imprese dei vari paesi e la possibilità di agire senza vincoli territoriali
    all’interno dell’Ue hanno rappresentato e rappresentano la precondizione della liberalizzazione e l’apertura dei mercati, interesse primario dei consumatori.

    Quale vantaggio da un livellamento?
    Le regole che l’Europa si è data con l’euro sulla disciplina di bilancio, che si aggiungono a quelle sul funzionamento del mercato interno, rappresentano una costituzionalizzazione di quel vincolo all’equilibrio nei conti pubblici che in Italia fu propugnato da Einaudi ma che non fu mai assicurato dalla nostra Costituzione (art. 81).
    Che oggi siano i paesi che hanno voluto imporre questa clausola (in primis la Germania, pensando soprattutto alle cicale italiane) a soffrirne il rigore, prova la validità di questa regola, non il suo fallimento. La credibilità e solidità dell’euro dipenderà non solo dalla efficace difesa del patto di stabilità ma anche dalla difesa della autonomia della Bce: il progetto di Costituzione ribadisce che il suo obiettivo principale dovrà restare quello della stabilità dei prezzi e non quello di assecondare non meglio definiti obiettivi di crescita dei governi dell’Ue.
    Positivo è anche il fallimento della richiesta di una generalizzata armonizzazione fiscale, implicito nel permanere del principio di unanimità sulle decisioni riguardanti il livello delle aliquote e le altre principali determinanti della politica fiscale. Non solo perché sarebbe fin troppo facile immaginare un’armonizzazione verso l’alto, ma perché la concorrenza fiscale rappresenta un grado di libertà potenzialmente assai benefico per il sistema europeo.
    La variabile fiscale (i livelli d’imposizione) rappresenta solo uno dei fattori competitivi dei paesi e risponde alle preferenze dei cittadini in fatto di dimensione dell’intervento pubblico nell’economia.
    Se, per rafforzare l’economia, attrarre investimenti e tutelare i cittadini, Danimarca e Svezia scelgono di mantenere budget pubblici elevati puntando sull’efficienza della pubblica amministrazione mentre l’Irlanda ha puntato sulla diminuzione delle imposte, che male c’è? Quale vantaggio da un livellamento? Purtroppo, anche la Politica agricola comune ha passato indenne le forche caudine della Convenzione, con il suo carico di inefficienza e di distorsioni. Questa sì è un’incongruenza: l’Europa che a Lisbona si è data l’altisonante obiettivo di divenire entro il 2010 l’economia più competitiva al mondo basata sulla conoscenza non sa rinunciare a un imponente apparato protezionistico che assegna all’agricoltura poco meno di metà del budget dell’Ue anziché, ad esempio, al sostegno della ricerca e dell’innovazione tecnologica.
    Una maggiore centralizzazione della politica economica sarebbe avvenuta all’insegna della difesa e promozione del “modello sociale europeo” e di quella “economia sociale di mercato” che mostra la corda nella sua culla, in Germania (e verso cui tanto i Trattati quanto il progetto di Costituzione all’art. 3 sembrerebbero propendere). Il rischio era di vedere prevalere una trasposizione europea della politica concertativa – per non dire neocorporativa – che gli italiani ben conoscono.
    Così, invece, ciascuno sarà libero, in un quadro di vincoli, di perseguire modelli di sviluppo più orientati all’economia di mercato senza aggettivi.
    Una preoccupazione c’è per l’inclusione nella nuova Costituzione della Carta dei diritti adottata a Nizza ridondante di “diritti sociali” che ci auguriamo non diventino fonte di infinite controversie in sede di Corte di giustizia europea. Aver mantenuto nei campi dell’economia europea le regole attuali ha rappresentato una scelta saggia, evitando il rischio che ad essere codificato, in realtà, fosse il potenziamento di un nuovo interventismo pubblico. Il che, per chi ritiene che oggi in Europa vada ribadito che per avere “buone” politiche economiche bisogna avere “meno” politica e più mercato, tutto sommato, non è un cattivo risultato.

    Benedetto Della Vedova, eurodeputato radicale
    Stefano Mazzocchi, collaboratore del gruppo radicale all’Europarlamento

    su il Foglio

    saluti

 

 

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