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    Predefinito Cardinal Ruini: la situazione dell'Italia nel settembre 2003

    Venerati e cari Confratelli,
    dopo la pausa estiva ci ritroviamo per riprendere il nostro comune impegno, sostenuti dai vincoli della comunione, dell’amicizia e della reciproca stima e sempre confidando nella guida e nella forza interiore che il Signore, mediante il dono del suo Santo Spirito, assicura alla Chiesa e a coloro che in essa sono posti come Pastori. Rifletteremo insieme sui problemi che stanno davanti a noi, sostenuti da quella fiducia e speranza teologale che libera il nostro sguardo e il nostro cuore dall’ansia e dal timore, pur in presenza di difficoltà che non potrebbero essere superate con le nostre modeste risorse umane.

    1. Il nostro reverente e affettuoso saluto va in primo luogo al Santo Padre che tra poche settimane celebrerà con la nostra commossa partecipazione il XXV anniversario del suo Pontificato. Egli è reduce del viaggio apostolico in Slovacchia dove, fronteggiando la debolezza fisica con mirabile forza interiore, ha saputo toccare ancora una volta il cuore di un popolo e testimoniare Gesù Cristo con appassionata efficacia. In giugno il Papa aveva visitato la Croazia e la Bosnia Erzegovina, mentre il prossimo 7 ottobre si recherà pellegrino al Santuario di Pompei, “centro della spiritualità del Rosario” (Angelus di domenica 7 settembre), anche per dare ulteriore impulso a questa preziosa preghiera che ci fa contemplare con Maria il volto del Signore Gesù Cristo.

    Il 28 giugno, in San Pietro, il Papa ha firmato l’Esortazione Apostolica post-sinodale Ecclesia in Europa e poi è ritornato ripetutamente, le domeniche alla preghiera dell’Angelus, sulle sue principali tematiche, in particolare per quanto riguarda il rapporto tra Europa e cristianesimo.

    L’Esortazione Apostolica contiene e propone una diagnosi e una prospettiva spirituale e pastorale di grande respiro, affrontando praticamente tutti gli snodi cruciali per la missione della Chiesa in Europa e per la salute morale e sociale del nostro Continente. L’accento fondamentale è giustamente posto sulla riproposizione integrale e senza compromessi della fede in Gesù Cristo, nostro unico e necessario Salvatore, che vive e opera nella sua Chiesa (cfr n. 48) e che è la nostra autentica speranza, per il tempo e per l’eternità.

    Nel suo ultimo capitolo l’Esortazione Apostolica tratta in maniera organica la vocazione spirituale dell’Europa, i fondamenti della sua civiltà e i compiti che oggi la attendono, sia per quanto riguarda la costruzione della “casa comune” dove trovi dimora la “famiglia” delle Nazioni europee, sia in rapporto alla promozione della solidarietà e della pace nel mondo. In questo quadro il Santo Padre riafferma con grande chiarezza ed energia la necessità che siano riconosciute, per il bene e per la missione storica della stessa Europa, le sue radici cristiane e la rilevanza che ha anche oggi il cristianesimo per lei, e parimenti l’identità specifica, il ruolo e i diritti delle Chiese e comunità religiose, nel segno della libertà e della reciproca cooperazione tra istituzioni religiose e civili.

    2. In questo semestre, nel quale la presidenza è affidata all’Italia, l’Unione Europea sta vivendo una fase assai importante del suo sviluppo, soprattutto in rapporto alla definitiva messa a punto ed approvazione del “Trattato costituzionale”, che spetterà alla Conferenza Intergovernativa che avrà inizio il 4 ottobre a Roma.

    Come Vescovi italiani facciamo nostra la richiesta del Santo Padre che siano esplicitamente riconosciuti il radicamento profondo dell’Europa nel cristianesimo e il ruolo delle Chiese e comunità religiose. Non dimentichiamo inoltre le molte altre tematiche, afferenti al “Trattato costituzionale” ma anche alla vita concreta dell’Unione, dalle quali dipendono la configurazione effettiva che l’Unione stessa andrà ad assumere e la sua attitudine a promuovere l’autentico bene dei popoli europei.

    Sono in gioco infatti sia le capacità dell’Europa di esprimersi in maniera unitaria sulla scena mondiale, sia quel nuovo dinamismo che appare sempre più necessario per il suo progresso sociale ed economico e che richiede politiche coerenti e convergenti degli Stati membri – con un’apertura effettiva nei confronti dei Paesi poveri del mondo -, sia il rispetto e la valorizzazione delle specificità, delle culture e delle tradizioni dei diversi popoli europei, nella prospettiva della sussidiarietà.

    A questo proposito mi sia consentito, cari Confratelli, porre un interrogativo che nasce dall’esperienza di questi anni. Da una parte infatti l’Unione Europea trova grandi, anche se storicamente comprensibili, difficoltà ad agire a livello comunitario su quelle materie, come la politica estera, la difesa, le direttrici della politica economica, nelle quali le sue competenze come Unione, anche alla luce del principio di sussidiarietà, sembrerebbero più fondate ed evidenti. Dall’altra parte l’Unione stessa, e in particolare il Parlamento Europeo, appaiono inclini ad intervenire in ambiti, come la regolamentazione dei comportamenti etico-sociali, nei quali il medesimo principio di sussidiarietà richiederebbe invece di non diminuire l’autonomia e le competenze delle singole Nazioni, sulla base delle loro proprie storie e culture.

    L’esempio più recente di un tale atteggiamento si è avuto il 4 settembre scorso, quando il Parlamento Europeo ha approvato, con una ristretta maggioranza, una relazione sulla situazione dei diritti fondamentali nell’Unione Europea che raccomanda ai Paesi membri di riconoscere i rapporti non coniugali, anche tra persone dello stesso sesso, conferendo loro gli stessi diritti riconosciuti ai rapporti coniugali e abolendo in particolare ogni discriminazione degli omosessuali in materia di diritto al matrimonio e all’adozione di minori. Lo stesso giorno il Parlamento ha approvato, anche in questo caso con una ristretta maggioranza, una risoluzione nella quale si “disapprova vivamente” quanto affermato dalla Congregazione per la Dottrina della Fede nelle “Considerazioni circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali” rese pubbliche il 31 luglio scorso.

    In realtà queste Considerazioni non fanno altro che richiamare ed argomentare razionalmente i punti essenziali dell’insegnamento della Chiesa su materie come il matrimonio e la sessualità, che riguardano la legge morale iscritta nella nostra natura. Esse pertanto sono proposte “non soltanto ai credenti – in particolare ai politici cattolici –, ma a tutti coloro che sono impegnati nella promozione e nella difesa del bene comune della società”. A proposito della “discriminazione” di cui sarebbero vittime le persone omosessuali se le loro unioni non vengono legalizzate ed equiparate al matrimonio, dovrebbe essere abbastanza evidente, come affermano le Considerazioni al n.8, che – data la differenza intrinseca tra tali unioni e il matrimonio – non attribuire loro lo stesso statuto sociale e giuridico non è una discriminazione contraria alla giustizia, ma è invece richiesto dalla giustizia stessa, che vieta di porre sullo stesso piano del matrimonio forme di unione che non possono in alcun modo raggiungere le sue finalità, essenziali per il bene delle persone e della società.

    Come Vescovi italiani continueremo pertanto ad esprimerci con chiarezza su questa come su altre materie di grande rilievo etico e sociale, in conformità alla nostra missione di testimoni della fede e perciò anche promotori di autentica umanità.


    3. L’evolversi della situazione internazionale mostra quanto sia necessaria e auspicabile una presenza europea coesa e dinamicamente impegnata a costruire o ricostruire relazioni di pace, solidarietà e libertà. I maggiori focolai di tensione destano infatti preoccupazioni crescenti. Così in Iraq, dove il processo di pacificazione deve fare i conti con il moltiplicarsi degli attacchi armati in alcune zone del Paese e con grandi difficoltà a ripristinare accettabili condizioni di vita per la popolazione: l’obiettivo di realizzare un assetto democratico, nel quale l’Iraq possa riacquistare in maniera libera e pacifica la propria sovranità, richiede dunque sempre più chiaramente il sostegno e il coinvolgimento di tutta la comunità internazionale, in una logica assai diversa da quella che è sfociata nella guerra.

    Alquanto precaria rimane anche la condizione dell’Afghanistan, mentre in molti Paesi africani, dalla Liberia alla Repubblica Democratica del Congo al Sudan, continuano a consumarsi poco conosciute tragedie. Ma ancora una volta le ansie e le delusioni riguardano a titolo speciale la Terra Santa: qui infatti nei mesi scorsi aveva preso forza, con ampio sostegno internazionale, un nuovo e serio tentativo di riaprire il processo di pace e di assicurare il reciproco riconoscimento e rispetto tra due Stati, israeliano ed arabo. Questo tentativo purtroppo è stato – almeno per ora – frustrato da orribili azioni terroristiche e rischia di essere ulteriormente ostacolato dalla minacciata espulsione del Presidente palestinese Arafat. E’ dunque più che mai necessario e urgente richiamare con la massima energia entrambi i contendenti a ben diversi comportamenti, ma è anche assai chiaro che soltanto l’impegno davvero concorde, coordinato e determinato dalle maggiori potenze e istanze internazionali può rendere capaci israeliani e palestinesi di uscire dal tragico stallo in cui sono bloccati, con conseguenze che si riverberano ben al di là dei confini della Terra Santa.

    A due anni di distanza dal tristemente indimenticabile 11 settembre 2001, siamo costretti a constatare come il terrorismo continui a operare a livello mondiale, con il sovrapporsi di una strategia pianificata su scala internazionale e di motivazioni che si ricollegano alle situazioni di singoli Paesi, dando luogo a una sequenza impressionante di attentati e di massacri. Le misure di sicurezza e di contrasto armato, per quanto efficaci e indispensabili, non bastano certamente per venire a capo di questa gravissima sfida, che condiziona pesantemente la vita sociale e lo sviluppo economico e che soprattutto rischia di avvelenare i rapporti tra i popoli e tra le culture.

    Per questo si impone a tutti un impegno di ben più ampio respiro, per sconfiggere il terrorismo dando per quanto possibile soluzione ai problemi da cui esso trae alimento, in determinati territori come a un livello più ampio e generale. Soprattutto è importante indicare e proporre in concreto un cammino di comprensione reciproca, di riconciliazione, di solidarietà e di autentica civiltà, attraverso il quale i diversi popoli possano acquistare fiducia e valorizzare gli elementi positivi delle loro culture e tradizioni.

    Occorre dunque una disponibilità nuova, da parte di ciascun Paese e in primo luogo di quelli economicamente più forti o anche ora emergenti, affinché gli scambi siano impostati su basi di vera equità, solidarietà, libertà e rispetto delle persone dei lavoratori, evitando di barricarsi nella difesa esclusiva dei propri interessi di breve respiro. Solo così può essere stimolato il progresso di tutti e principalmente dei popoli più poveri e bisognosi di aiuto: il fallimento della Conferenza dell’Organizzazione Mondiale del Commercio tenutasi nei giorni scorsi a Cancun conferma la durezza degli ostacoli a muoversi in questa direzione ma evidenzia anche la necessità che questi ostacoli vengano comunque superati.

    Un compito forse ancora più importante, nell’impresa di superare le tentazioni della violenza e di aprire la strada della mutua comprensione e riconciliazione, spetta alle religioni. Grande è il ruolo che sta svolgendo a questo proposito il Santo Padre, attingendo a quella fonte inesauribile di amore, di fraternità e di pace che è Gesù Cristo e il suo Vangelo, e – in profonda sintonia con il Papa – sempre più forte e convinta è la testimonianza delle Chiese cristiane, con le quali convergono molti significativi rappresentanti di altre religioni. Un passaggio difficile, ma ineludibile e di enormi potenzialità positive affinché tutte le grandi religioni possano contribuire realmente alla costruzione di un mondo pacificato, è quello dell’effettivo riconoscimento, da parte di ciascuna di loro, della libertà religiosa: essa infatti è la condizione-base affinché le diverse religioni possano cooperare per il bene dell’umanità senza smarrire in un vago sincretismo la propria identità e forza spirituale.

    Il Presidente della Repubblica, nell’incontro del 29 luglio con la Stampa Parlamentare, ha ricordato la “straordinaria testimonianza di carità, ma anche di valore civile” dei 14.000 missionari italiani che operano in Africa, Asia e America Latina. Anche nel corso del 2002 un grande numero di cristiani, non meno di 938, sono stati uccisi nel mondo per motivi collegati alla mancanza di libertà religiosa e da ultimo ha trovato la morte in Uganda il 14 agosto scorso, insieme a un suo confratello, il Padre comboniano italiano Mario Mantovani: il loro sacrificio possa aprire nuove vie alla fede in Cristo e al rispetto della persona umana.


    4. Cari Confratelli, nel corso dei nostri lavori prenderemo in esame il programma della nostra prossima Assemblea Generale, che avrà luogo in novembre ad Assisi e sarà dedicata principalmente alla parrocchia, in rapporto ai cambiamenti della realtà sociale e della pastorale della Chiesa. A questo riguardo sembra utile porsi con franchezza anzitutto una domanda: è in grado la parrocchia di accogliere e attuare quella grande svolta che va sotto il nome di conversione missionaria della nostra pastorale, o è invece destinata a rimanerne purtroppo sostanzialmente al di fuori, restando prigioniera di due tendenze, tra loro parzialmente contrastanti ma entrambe poco aperte alla missionarietà: quella di concepirsi come una comunità piuttosto autoreferenziale, nella quale ci si accontenta di trovarsi bene insieme, e quella di una “stazione di servizio” per l’amministrazione dei sacramenti, che continua a dare per scontata in coloro che li richiedono una fede spesso assente?

    La storia stessa della parrocchia, a cominciare dalle sue origini nei secoli IV e V, quando la parrocchia nacque per far fronte al problema dell’evangelizzazione delle campagne, andando al di là della configurazione prevalentemente cittadina che la Chiesa aveva avuto nell’epoca delle persecuzioni, già ci orienta a dare una risposta positiva a quella domanda di fondo: da allora in poi la parrocchia ha saputo adattarsi ai cambiamenti, talvolta profondi, delle condizioni sociali e storiche, mantenendo viva – in forme diverse e rispondenti alle circostanze – l’istanza centrale di comunicare la fede al popolo concretamente esistente, compresi coloro che, per qualsiasi motivo, dalla fede e dalla Chiesa apparivano più lontani.

    L’esperienza del passato non è però da sola sufficiente ad assicurarci che anche per il futuro – un futuro che oggi diventa assai rapidamente il nostro presente – la parrocchia sarà in grado di essere concretamente missionaria. Il significato e le potenzialità della parrocchia vanno in realtà considerati anzitutto a partire dalla sua indole propria e caratteristica di “Chiesa… che vive in mezzo alle case dei suoi figli e delle sue figlie” (Christifideles laici, 26) e che come tale è nata per realizzare la missione della Chiesa in rapporto alla vita quotidiana della gente, come scrive Don Franco Giulio Brambilla in un libro recentissimo e stimolante, “La parrocchia oggi e domani”.

    In concreto, il significato della parrocchia ruota dunque intorno al rapporto tra vita cristiana e territorio e proprio da qui nascono i più frequenti interrogativi riguardo al suo futuro e alla sua vitalità, perché sembra diminuire nell’attuale trasformazione della società – con l’accentuarsi della mobilità, dell’anonimato e dei rapporti prevalentemente “funzionali” – l’importanza del territorio per la vita reale della gente, mentre crescono invece i modi di aggregarsi elettivi ed elastici, anche tra persone localmente distanti.

    A ben vedere, però, questi cambiamenti non implicano affatto una progressiva irrilevanza della parrocchia, ma richiedono piuttosto che essa stessa, oggi come nel passato, sappia metabolizzare le novità e viverle al proprio interno, reagendo ad esse positivamente, con quella capacità di adattamento che le viene proprio dall’essere particolarmente vicina alla vita quotidiana della gente.

    Sarebbe del resto davvero fuorviante una diagnosi che ritenesse il territorio ormai privo di importanza per le esperienze, le scelte, i comportamenti, i rapporti sociali di coloro che vi abitano: per convincersi del contrario basta riflettere sul valore che le persone e le famiglie attribuiscono al fatto di vivere in una zona piuttosto che in un’altra, a cominciare dai diversi quartieri di una stessa città, e sulla resistenza che fanno, specialmente in Italia, a lasciare quel luogo in cui si è radicata la loro esistenza. In realtà il rapporto con il territorio non ha più oggi quel carattere in certa misura “totalizzante” che poteva avere – almeno in alcune situazioni – in periodi precedenti e interagisce sempre più con una molteplicità di altri rapporti che hanno acquisito un peso crescente. Ma proprio all’interno di questo intreccio e di questa interdipendenza il territorio continua ad essere assai importante e rimane l’ambito di socializzazione meno selettivo e maggiormente aperto a persone ed esperienze anche molto diverse.

    La conseguenza più immediata che si può ricavare da tutto ciò è che la parrocchia e la sua pastorale sono chiamate a loro volta ad entrare in un processo di collaborazione e integrazione che si muova lungo varie direttrici e che complessivamente potremmo qualificare come “pastorale integrata”. Un tale processo richiede che le parrocchie, le piccole ma anche le grandi, abbandonino le tentazioni di autosufficienza per intensificare in primo luogo la collaborazione e integrazione con le parrocchie vicine, al fine di sviluppare insieme, in un medesimo ambito territoriale, quelle attenzioni e attività pastorali che superano di fatto le normali possibilità di una singola parrocchia. La reciproca collaborazione e integrazione va inoltre perseguita con le varie realtà ecclesiali che possono essere presenti sul territorio, dalle comunità religiose alle associazioni e movimenti laicali: ferma restando la diversità della natura e dei compiti di ciascuno, sono decisivi qui l’animo e l’atteggiamento con cui ci si relaziona a vicenda, la percezione concreta di quella “unità di missione” che accomuna tutta la Chiesa. Un forte segnale di speranza è venuto a questo proposito dalla recentissima Assemblea straordinaria dell’Azione Cattolica, che ha approvato il suo Statuto, aggiornato nella direzione della comunione e della missionarietà.

    Il fondamentale quadro di riferimento del processo di integrazione è evidentemente la Diocesi, anzitutto nella persona del Vescovo e nei suoi indirizzi pastorali ma anche negli organi di partecipazione e negli uffici che curano i diversi ambiti dell’azione pastorale e che per primi sono chiamati a muoversi in una logica di collaborazione e integrazione. La stessa Diocesi, del resto, senza rinunciare alla sua indole e responsabilità propria di Chiesa particolare, è coinvolta a un livello più ampio in quel medesimo processo di collaborazione e integrazione, perché sono sempre più rilevanti le tematiche pastorali a cui si può rispondere adeguatamente soltanto in una prospettiva che sia anche regionale e nazionale, per non dire europea e mondiale.

    La fonte prima e la ragione decisiva della “pastorale integrata” non sono comunque i cambiamenti sociologici attualmente in corso, ma l’essenza stessa del mistero della Chiesa, che è comunione, anzitutto con le Persone divine e conseguentemente tra noi, figli in Cristo di un unico Padre e animati da un medesimo Spirito: sono preziosi a questo proposito i nn. 42 e 43 della Novo millennio ineunte, che mostrano come la Chiesa debba essere per conseguenza casa e scuola della comunione e come, prima di qualsivoglia programmazione, sia determinante la spiritualità della comunione, fondamentale “principio educativo in tutti i luoghi dove si plasma l’uomo e il cristiano”, a cominciare da noi Vescovi e preti.

    L’orientamento intrinseco della comunione e il criterio-guida di tutta la pastorale sono, sempre ma specialmente nelle attuali circostanze, la missionarietà e la comunicazione della fede. Il Cardinale Dionigi Tettamanzi, nel “Percorso pastorale” che ha presentato l’8 settembre alla Diocesi di Milano, ha scritto in termini pregnanti che l’evangelizzazione e la fede sono per noi il “caso serio” della Chiesa: non semplicemente una delle questioni pastorali, ma la “questione centrale, in un certo senso unica e decisiva”. Quest’affermazione è poi sviluppata lungo tutto il “Percorso pastorale”, in profonda sintonia con gli “Orientamenti” della C.E.I. per questo decennio e con specifica attenzione alla parrocchia e alla sua configurazione missionaria.

    Per realizzare in concreto una tale configurazione, che è la condizione-base perché la parrocchia possa aprirsi effettivamente a una pastorale integrata, sembrano determinanti anzitutto alcune linee-guida, tra loro fortemente connesse e interdipendenti. Una di esse è chiaramente quella di formare i cristiani che frequentano le nostre comunità, e per primi gli stessi sacerdoti e i seminaristi, a una fede che sia consapevolmente missionaria, nelle varie situazioni di vita e non soltanto all’interno dell’ambito parrocchiale o ecclesiale. Nelle circostanze di oggi una tale fede non può sottrarsi al confronto con le persone e gli ambienti che sono condizionati da una mentalità e cultura estranea o anche avversa al Vangelo e a volte se ne fanno sostenitori espliciti. Diventa perciò particolarmente necessaria la coerenza della vita, insieme alla solidità delle motivazioni della propria fede e a una proporzionata capacità di articolarle.

    Un’altra strada da percorrere è quella di discernere, valorizzare e sviluppare le molteplici potenzialità missionarie già presenti, anche se spesso in forma latente, nella nostra pastorale ordinaria, nello svolgimento della quale ci è dato di accostare molte persone che appartengono alla Chiesa in maniera debole e precaria, o anche che non sono credenti: se ci avvicineremo a loro con animo accogliente e con slancio missionario i frutti non mancheranno. E’ dunque ingiustificato e controproducente concepire la “svolta missionaria” quasi in alternativa alla pastorale ordinaria e sottostimare quest’ultima quasi fosse, di sua natura, soltanto statica gestione dell’esistente.

    Un terzo orientamento di fondo è quello di dare uno spazio centrale alla pastorale degli adulti, e quindi in concreto anzitutto delle famiglie ma anche degli ambienti di lavoro e di vita in cui gli adulti si trovano. Ciò richiede iniziative capaci di raggiungere le famiglie nelle loro case e di rendere presente la testimonianza cristiana all’interno degli ambienti di lavoro, come si è cercato di fare a Roma nella “Missione cittadina” che ha preparato il Giubileo del 2000, mentre ora si sta tentando di inserire la sostanza di quell’iniziativa nella pastorale ordinaria della medesima Diocesi. Ma non meno importante è rimodellare per quanto possibile i ritmi di vita delle parrocchie, in modo da renderli realmente accessibili agli adulti che lavorano e alle famiglie: a questo fine, più che l’organizzazione di un gran numero di incontri, può servire uno stile pastorale caratterizzato da rapporti umani approfonditi e coltivati senza quella concitazione che deriva dalla brevità del tempo disponibile.

    L’accento posto sulla pastorale degli adulti e delle famiglie non implica, a mio parere, un indebolimento dell’impegno per le generazioni più giovani, che sarebbe un errore gravissimo quando soprattutto i bambini, i ragazzi e i giovani sono esposti al rischio di rimanere sostanzialmente estranei alla proposta cristiana. Al contrario, formare per quanto possibile adulti e famiglie per i quali la fede sia nutrimento della vita è condizione indispensabile perché l’evangelizzazione delle nuove generazioni trovi riscontro e sostegno nelle realtà familiari in cui esse crescono e si formano. Così, non per caso, alla nostra Assemblea del maggio scorso, dedicata all’iniziazione cristiana, farà seguito quella di novembre dedicata alla parrocchia.

    Vorrei concludere questa riflessione osservando che il futuro della parrocchia e la sua capacità di mantenere, in una situazione di forti cambiamenti socio-culturali, il proprio carattere di Chiesa di popolo, che è aperta a tutti e vive tra le case dei suoi figli, e proprio a tal fine si rinnova in senso missionario, sono in realtà una grande sfida aperta. Non ci sono infatti sicurezze acquisite una volta per tutte, come è dimostrato dalle difficoltà in cui molte parrocchie si dibattono in Paesi anche a noi vicini. Ma non c’è nemmeno motivo per ritenere questa sfida impossibile, specialmente in Italia dove la parrocchia ha tuttora una grande vitalità e anche una reale centralità nella pastorale concreta, in virtù della sua, persistente, forte vicinanza alla gente. Quel che occorre, dunque, è “prendere il largo”, come ci chiede il Papa nella Novo millennio ineunte, con la fiducia, la creatività e il coraggio apostolico che nascono dalla fede e che possono mettere a frutto, nella direzione della comunione e della missione, le grandi potenzialità manifeste o latenti nelle nostre parrocchie.


    5. Cari Confratelli, il nostro Paese ha in effetti un profondo bisogno, anche per rinvigorire il suo tessuto sociale e avere maggiori stimoli alla crescita e alla solidarietà, di presenze come quella che possono assicurare le nostre parrocchie. Tende infatti a diffondersi l’impressione – o il timore – di un lento ma progressivo deteriorarsi della situazione complessiva dell’Italia, anche se non mancano i risultati positivi e i segnali di possibili miglioramenti.

    Almeno sul piano dei comportamenti e rapporti politici sembra comunque necessaria una svolta netta, per porre un limite alle esternazioni e alle polemiche reciprocamente delegittimanti. E’ parimenti sempre più avvertita l’esigenza di tenere al riparo le attività istituzionali e le iniziative giudiziarie dai sospetti, da molto tempo diffusi, che esse siano utilizzate come strumenti di lotta politica. Una svolta di questo genere consentirebbe di concentrare l’attenzione sui maggiori problemi che l’Italia ha davanti, alcuni del quali sono propri del nostro Paese mentre altri hanno motivazioni e diffusione più ampie, a livello europeo e internazionale.

    Una tematica di grande importanza e delicatezza è quella delle riforme istituzionali, sulla quale il Governo ha approvato nei giorni scorsi un disegno di legge che abbraccia svariate materie e che dovrà percorrere ora l’itinerario costituzionalmente previsto. Non è compito nostro, come sottolinea la Centesimus annus (n.47), “esprimere preferenze per l’una o l’altra soluzione istituzionale o costituzionale”; è lecito però esprimere un forte auspicio che questo itinerario, e in particolare il confronto parlamentare, si svolga senza forzature o chiusure preconcette, attraverso un dialogo tra le diverse parti politiche che conduca a risultati il più possibile condivisi e soprattutto conformi alle necessità del nostro Paese e capaci di avviare a soluzione alcuni nodi che da tempo intralciano il suo cammino.

    Tra i problemi più avvertiti dalla generalità delle persone e delle famiglie emerge oggi quello dell’aumento del costo della vita, che diventa particolarmente preoccupante a motivo dell’attuale stagnazione dell’economia italiana ed europea, mentre rimangono incerti i tempi e l’entità di una ripresa dello sviluppo: la legge finanziaria che sta per essere presentata dal Governo è chiamata a misurarsi con queste difficoltà, oltre che con i vincoli del Patto di stabilità a livello europeo. In un tale contesto sembrano imporsi due esigenze, apparentemente contrastanti ma a uno sguardo più attento complementari e interconnesse: quella di tutelare i redditi effettivi delle persone e delle famiglie, specialmente di condizioni più modeste, evitando che si allarghi l’area della povertà e che si contragga la domanda di beni e di servizi, e quella di costruire o rafforzare i presupposti di un sistema sociale ed economico più dinamico e capace di sviluppo.

    In proposito sembra sia stato imboccato, con la cosiddetta “legge Biagi”, un percorso che dovrebbe consentire di rendere più moderna e meno squilibrata la nostra normativa sul diritto del lavoro, con il contributo delle diverse parti sociali e senza abdicare alla necessaria tutela dei lavoratori: la speranza è che ne derivino conseguenze positive soprattutto sull’importantissima frontiera dell’occupazione.

    Assai difficile sembra invece, fino ad oggi, avviare un percorso analogo sul tema delle pensioni, anch’esso da molti anni oggetto di dibattiti, preoccupazioni e interventi e su cui ora sta per intervenire il Governo. Anche in questa materia, tuttavia, un tale percorso appare quanto mai auspicabile, per non dire necessario, affinché le modifiche che possono essere richieste per fronteggiare le conseguenze della nostra crisi demografica e dell’emergere di nuovi grandi attori sul mercato mondiale siano formulate secondo criteri di autentica equità – senza danneggiare dunque le fasce più deboli – e contribuiscano a rinsaldare la solidarietà fra le generazioni e ad accrescere la vitalità del nostro sistema economico. A tal fine, anche in questo campo, sono indispensabili il dialogo sociale e il confronto politico, senza forzature e senza chiusure aprioristiche. Così le eventuali modifiche potranno essere percepite dai cittadini nel loro reale significato e non provocheranno una situazione di allarme sociale e una reazione di rigetto, che rischierebbero di vanificare anche gli effetti positivi che potrebbero derivare dalle modifiche stesse.

    Un altro ambito che tocca molto da vicino la vita della gente e che richiede da parte di tutti gli attori istituzionali e sociali una forte e condivisa assunzione di responsabilità è quella della sanità: di esso ci occuperemo in questa sessione del Consiglio Permanente, in ordine al contributo delle comunità ecclesiali e delle istituzioni cattoliche.

    Vi è poi tutto il vasto settore delle cosiddette “infrastrutture”, dalle grandi reti di trasporti all’energia alle telecomunicazioni ad altri essenziali servizi, che vede il nostro Paese in condizioni di svantaggio e riguardo al quale deve crescere la consapevolezza della gente e il senso di una comune responsabilità da parte dei diversi poteri e istituzioni, comprese le autorità locali, e di tutti coloro che contribuiscono a formare l’opinione pubblica. Ciò che è accaduto nei mesi estivi, con il caldo eccezionale e prolungato che ha provocato purtroppo – specialmente in alcune regioni – numerosi decessi ed ha anche fatto aumentare fortemente il consumo di energia elettrica, al limite delle nostre attuali potenzialità, ha mostrato quanto sia necessario farsi carico con sollecitudine di problemi di questo genere. In un periodo come l’attuale, di scarse risorse finanziarie, diventa inoltre particolarmente doveroso concentrarsi sulle realizzazioni davvero indispensabili per il futuro dell’Italia e per le condizioni di vita della gente.

    L’alluvione che ha colpito il Friuli poche settimane fa ed altre calamità naturali verificatesi in diverse regioni, da ultimo nella Sicilia orientale, confermano come sia ugualmente importante la difesa del territorio, purtroppo insidiato anche dalla malvagità e dal cinismo di coloro che provocano incendi dolosi per fini di lucro.


    6. Ciò che più conta per le sorti di un popolo e che pertanto merita di essere sostenuto e promosso, anche in presenza di difficoltà finanziarie, sono quelle realtà che influiscono in maniera determinante sulla formazione delle persone e sulle dinamiche dell’intera società. Tra queste rientra in primo luogo la famiglia, per la quale gli investimenti pubblici in Italia rimangono straordinariamente bassi – come ha mostrato una ricerca comparativa assai recente condotta sui Paesi dell’Unione Europea –, nonostante alcuni interventi recenti. Si tratta di un pericoloso paradosso, dato il ruolo grandissimo che la famiglia svolge nella nostra società, ben più che in molte altre Nazioni europee. Occorre dunque che la legge finanziaria contenga gli stanziamenti indispensabili per avviare quella politica organica a favore della famiglia che è già prevista nel Libro bianco sul welfare e che è richiesta anche per arginare la nostra crisi demografica.

    E’ inoltre importante che negli Statuti regionali in corso di approvazione sia chiaro il riferimento alla centralità e ai diritti della famiglia, “società naturale fondata sul matrimonio” (art. 29 della Costituzione della Repubblica).

    Confidiamo poi che sia presto approvata anche dal Senato la legge sulla procreazione medicalmente assistita, nonostante le sue carenze etiche, per colmare un vuoto legislativo già troppo prolungato, che consente gli abusi più inaccettabili.

    Accanto alla famiglia, anche la scuola ha un ruolo essenziale nella formazione delle nuove generazioni e nella promozione dello sviluppo. All’inizio del nuovo anno scolastico rivolgiamo agli insegnanti e agli allievi un saluto cordiale e benaugurante e li accompagnamo con la preghiera e con attenzione partecipe. E’ significativo che il Consiglio dei Ministri abbia emanato non molti giorni fa il primo dei decreti attuativi della legge-delega e che sia stato approvato anche il piano quinquennale di investimenti per il sistema educativo nazionale: la legge finanziaria dovrà ora contenere i finanziamenti effettivi necessari per il 2004.

    Il recente finanziamento dei contributi alle famiglie che inviano i loro figli alle scuole paritarie è un segnale che va nella giusta direzione, per quanto modesto nella sua entità. Appare del tutto ingiustificato invece interpretarlo come un attentato alla scuola di Stato e alla Costituzione della Repubblica.

    Salutiamo con viva soddisfazione la definitiva approvazione parlamentare della legge sullo stato giuridico degli insegnanti di religione, che risolve felicemente un problema annoso e potrà influire positivamente anche sulla qualità dell’insegnamento offerto.

    Nella medesima linea di favorire l’educazione e la cura delle generazioni più giovani si colloca la legge che riconosce e promuove la funzione sociale svolta dagli oratori e dagli enti che svolgono attività similari, approvata il 24 luglio.

    Un altro ambito di grandissima importanza per la formazione delle fasce giovanili ma anche per l’evolversi della mentalità e degli stili di vita dell’intera popolazione è quello della comunicazione di massa. Non possiamo pertanto non essere preoccupati per il clima di accesi contrasti in cui procede l’esame parlamentare del progetto di legge sul riassetto del sistema radiotelevisivo, che non dovrebbe in alcun caso essere ridotto a terreno di scontro di interessi politici ed economici, ma indirizzare invece i progressi tecnologici al miglioramento qualitativo dei programmi – in particolare sotto il profilo etico – e all’incremento del pluralismo.

    Il tema dell’immigrazione appare destinato a crescere ancora nella sua rilevanza e ad essere sempre più affrontato in una chiave non solo nazionale ma europea. L’Esortazione Apostolica Ecclesia in Europa vi dedica quindi molto opportunamente paragrafi che coniugano grande apertura all’accoglienza e preciso senso dei problemi che si pongono (cfr nn. 100-103). Rattrista invece il modo in cui una problematica così complessa e soprattutto così umanamente ed eticamente rilevante viene affrontata in dichiarazioni intermittenti di esponenti di una forza politica che partecipa alle responsabilità di Governo, attaccando e dileggiando tra l’altro anche il servizio generoso e disinteressato che la comunità cristiana svolge in proposito. Da ultimo, proprio in questi giorni, espressioni inaccettabili sono state impiegate riguardo alla Chiesa anche in un diverso contesto, confermando purtroppo il persistere di atteggiamenti scarsamente responsabili.

    Lo scorso 2 agosto è stata definitivamente approvata la legge che sospende parzialmente la pena ai detenuti per reati non gravi: confidiamo che chi ne beneficerà sia stimolato a percorrere con maggiore convinzione il cammino del proprio ricupero e che questo segnale sia letto positivamente anche dal resto della popolazione carceraria.

    Cari Confratelli, prima di terminare desidero fare memoria con voi di un sacerdote, Don Stefano Gorzegno, che non ha esitato a pagare con la vita il suo amore e la sua dedizione per i giovani: trova così, ancora una volta, commovente e assai concreta attuazione l’immagine del buon Pastore che dà la vita per le pecore.


    Vi ringrazio di avermi ascoltato e di ciò che vorrete osservare e proporre. La Vergine Maria, il suo sposo Giuseppe e tutti i Santi e le Sante venerati nelle nostre Chiese ci accompagnino con la loro intercessione, affinché queste giornate portino frutti di bene per noi e per tutti coloro che il Signore ha affidato al nostro ministero.

    PROLUSIONE DEL SIGNOR CARDINALE CAMILLO RUINI,
    Presidente della Conferenza Episcopale Italiana
    CONSIGLIO PERMANENTE
    Roma, 22-25 settembre 2003

    •   Alt 

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  2. #2
    Affus
    Ospite

    Predefinito Re: Cardinal Ruini: la situazione dell'Italia nel settembre 2003

    lui se la canta e lui se la suona

    krentak: non quotare tutto il messaggio per scrivere una frase. Grazie.

 

 

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