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DOPO 40 anni di contributi, si ottiene una pensione Inps pari all'80% degli ultimi stipendi. Una regola canonica quando si parla di pensione retributiva, visto che la prestazione è legata al valore delle retribuzioni degli ultimi 5-10 anni.
Se, però, entriamo nell'ambito della pensione contributiva, tutto cambia e la percentuale crolla: bene che vada, si arriva al 50%.
Il futuro previdenziale dei giovani d'oggi, che un giorno riceveranno, appunto, la pensione contributiva, è molto grigio rispetto alle prospettive che si spalancavano ai loro padri quando avevano la loro età.
Chi vorrà mantenere, una volta in pensione, più o meno lo stesso tenore di vita di quando lavorava, ha un solo rimedio a disposizione: la previdenza complementare. Solo con una "pensione bis", infatti, si potrà conservare lo stesso livello di reddito su cui si poteva contare quando si era in attività .
La controprova di tutto ciò, d'altra parte, è data dalle cifre.
Proviamo a fare qualche calcolo di pensione contributiva riferendoci a tre profili specifici, rappresentativi di milioni di altri lavoratori: il collaboratore coordinato e continuativo (co.co.co.), l'impiegato, il dirigente.
Una premessa per evitare equivoci. Gli esempi che faremo sono strutturati su fattispecie molto semplici per evitare di avviluppare il discorso in operazioni aritmetiche pesanti, che nulla aggiungerebbero, in ogni caso, al discorso di fondo.
Da sottolineare, inoltre, che questi esempi sono calcolati su retribuzioni annue lorde già rivalutate con i coefficienti Istat: si tratta, molto grossolanamente, della media delle retribuzioni di tutti gli anni di anzianità contributiva. Con questo sistema si arriva facilmente a calcolare l'importo della prestazione lorda e a fissare i caposaldi della pensione contributiva.
Ultima avvertenza: abbiamo calcolato le pensioni in base alla legislazione attuale, senza ovviamente tener conto di possibili futuri cambiamenti, come, ad esempio, quelli che riguarderanno il mondo dei co.co.co entro breve tempo.
Il collaboratore coordinato e continuativo. Supponiamo che un lavoratore parasubordinato versi per 30 anni i contributi sullo stesso reddito di 15 mila euro. Due le possibilità, a seconda del "profilo" del collaboratore.
La prima ipotesi riguarda il collaboratore che, avendo anche un'altra assicurazione obbligatoria, versa il contributo del 10%: in 30 anni verserà all'Inps 45 mila euro. Di conseguenza:
a) se chiederà la pensione a 57 anni avrà una rendita di
163 euro al mese;
b) se chiederà la pensione a 65 anni avrà una rendita di
212 euro al mese.
La seconda ipotesi riguarda il collaboratore "puro", che versa attualmente il contributo del 14%, di cui il 13,5% finalizzato alla pensione. In questo caso la legge "regala" all'interessato due punti: in sostanza, ai fini della pensione, si fa finta che sia stata versata la percentuale del 15,5% invece del 13,5%. Dopo 30 anni, ai fini della pensione, risulteranno accantonati 70 mila euro:
a) se chiederà la pensione a 57 anni avrà una rendita di
254 euro al mese;
b) se chiederà la pensione a 65 anni avrò una rendita di
330 euro al mese.
Ultima, ma determinante, annotazione. Per legge, quando si hanno meno di 65 anni di età la pensione non può essere inferiore all'assegno sociale Inps aumentato del 20% (quest'anno il valore mensile è di 431 euro): in tutti gli esempi sopra indicati, quindi, l'interessato non potrà avere la pensione prima dei 65 anni.
L'impiegato. Supponiamo che un impiegato abbia una retribuzione media annua rivalutata di 30 mila euro (molto modesta all'inizio, arriverà a 40 mila euro negli ultimi anni di lavoro, all'apice della carriera) ed abbia versato contributi per 35 anni.
Il contributo è pari al 33% della retribuzione, quindi l'interessato verserà all'Inps 346.500 euro in tutto.
a) se chiederà la pensione a 57 anni riceverà una rendita di
1.258 euro al mese;
b) se chiederà la pensione a 65 anni riceverà una rendita di
1.635 euro al mese.
Il dirigente commerciale. Supponiamo che un dirigente abbia una retribuzione media annua rivalutata di 70 mila euro (negli ultimi anni della carriera arriverà a 100 mila euro) ed abbia un'anzianità contributiva di 35 anni.
Il contributo è pari al 33% della retribuzione, quindi l'interessato verserà globalmente all'Inps 808.500 euro.
a) se chiederà la pensione a 57 anni la sua rendita sarà di
2.935 euro al mese;
b) se chiederà la pensione a 65 anni la sua rendita sarà di
3.815 euro al mese.
Il confronto. A questo punto, basta confrontare le pensioni con le buste paga degli ultimi anni per capire subito a quale brusco ridimensionamento degli introiti si va incontro. In poche parole: è duro e impietoso il raffronto tra il tenore di vita che ciascuno degli interessati ha avuto negli ultimi anni di lavoro e quello che avrà da giorno del pensionamento in poi.
Il collaboratore coordinato e continuativo , come abbiamo visto, non riuscirà nemmeno ad andare in pensione prima dei 65 anni. Poi, una volta raggiunti i 65 anni, avrà una rendita che oscillerà dal 19% al 29% dei compensi annui lordi.
L'impiegato avrà una percentuale di pensione, rispetto alle buste paga finali, del 41% se andrà in quiescenza a 57 anni, e del 53% se andrà a riposo a 65 anni.
Il dirigente , infine, riceverà una pensione pari al 38% delle ultime retribuzioni se lascerà il lavoro a 57 anni, del 50% se andrà via a 65 anni.
Morale della favola. Come abbiamo visto, dopo 35 anni di versamenti la pensione contributiva oscillerà (a parte il caso del lavoratore subordinato) dal 38% al 53% delle ultime retribuzioni. Troppo poco per poter avere un identico, o quanto meno analogo, tenore di vita: costruirsi un'altra "fetta" di pensione è vitale.