....raccoglie consensi
Roma. Non c’è solo quell’ “Elogio di Colbert” scritto nel 1773 dal primo e riscoperto l’anno scorso dal secondo. Non c’è solo lo zelo puntiglioso prestato a un paese dalle finanze in dissesto per via dei predecessori scialacquatori.
Ad avvicinare Jacques Necker e Giulio Tremonti, almeno secondo alcuni che del secondo continuano a tessere lodi, ci sono anche gli attacchi a testa bassa, in cui senza mezzi termini il primo veniva dipinto su L’Ami du Peuple come “mostro a tre teste” dal medico-inventore e fallito, l’incazzosissimo Jean-Paul Marat , e il secondo viene oggi bollato come “bugiardo, illusionista, fomentatore di illeciti, falsificatore di conti” e perfino “Rumsfeld da operetta anticinese”, come quotidiniamente lo appellano giornali ed esponenti di punta dell’opposizione.
Ora che la sua terza finanziaria è varata, nella corazza della proposta di riforma previdenziale al 2008, si può trarre un primo bilancio del tour de force che ha portato Tremonti dagli scontri del Dpef estivo ai conti 2004.
La premessa da ribadire è che a restare con la bocca amara sono i persuasi che l’impegno a tagliare le tasse sia il primo fondamento del patto elettorale con gli italiani.
D’accordo, da noi non ci sono corpi intermedi tocquevilliani come la Heritage Foundation o il Cato Institute o The Americans for the Tax Reform, i cui fior di economisti e ricercatori pressino ogni giorno governi centrali e locali documentando come il taglio alle tasse sia positivo e virtuoso, anche in deficit a patto che il debito emesso sia a fronte di politiche di sviluppo.
Ma la Finanziaria 2004 sotto il profilo della promessa rivoluzione fiscale su due sole aliquote resta un “coitus interruptus”, e non fanno ben sperare le proiezioni di crescita futura, dunque di risorse aggiuntive per riprendere a finanziare i tagli dal 2005.
Ma il premier ha promesso che la strada della riforma verrà ripresa. Vedremo.
La seconda delusione l’abbiamo più volte illustrata: all’Italia conveniva una lettura meno “passiva” del Patto di stabilità. Sarebbe stato un servizio all’Europa, all’Italia, a un’idea della politica che non sia ancella di convenzioni ormai prive di giustificazioni e contesto per cui furono introdotte.
Detto questo, Tremonti per la terza volta se l’è cavata assai meglio di quanto gli sentenziavano i catastrofisti.
E se in tanti criticano, pochissimi riconoscono i successi.
Il primo è senza dubbio quello previdenziale. Tremonti è riuscito a tenere i rapporti con Bossi e a stare nel limite – diciamolo pure, di convenienza – di rinviare gli effetti al 2008, senza per questo rinunciare a un intervento strutturale.
Non solo per il punto rotondo di pil di risparmio alla spesa previdenziale quando la riforma andrà a regime, ma soprattutto perché in extremis, e quando più nessuno se lo aspettava, Tremonti è riuscito ferreamente a introdurre un fortissimo criterio di equità. Prevedere che chi volesse continuare ad andare in pensione, dopo il 2008, col mix di età-versamenti previsto dalla Dini, abbia trattamenti basati sul sistema integralmente contributivo e non retributivo, attenua infatti fortemente una ingiustificabile diseguaglianza inter e intragenerazionale della Dini: oltre a far risparmiare bei soldini.
Ed è stata questa genialata finale, infatti, a tacitare Antonio D’Amato e i rigoristi da una parte, e a far scrivere dall’altra a riformisti seri non proprio filo-Polo, come Elsa Fornero nel campo degli aridi numeri sul Sole e Massimo Giannini in quello delle opinioni flamboyant su Repubblica, che in fondo questa riforma mica è poi così male.
Chi ha di meglio si faccia avanti, ma per il momento il meglio manca, e così il downgrading del debito pubblico italiano è evitato.
Certo, oggi il governatore della Banca d’Italia dirà in Parlamento nella sua audizione che la riforma non basta. E’ scritto.
Peccato che chi sostiene polemicamente il governatore contro contro Tremonti sia poi in prima fila a voler ulteriormente attenuare la Tremonti stessa.
E che le pensioni di via Nazionale non siano proprio di quelle buone a dar l’esempio. C’è poi una certa qual lista di novità degne di merito. Che magari avrebbero avuto diversa accoglienza se comunicate diversamente, o se potessero contare su maggiori risorse appostate nei capitoli di bilancio. C’è il coraggio di una riforma fiscale sui redditi d’impresa concepita in termini “di sistema”, non sulle esigenze di sgravi massimizzati per alcune grandi imprese dell’Ulivo come avvenne con Dit e SuperDit (che hanno fatto mancare quei miliardi di euro di entrate senza i quali oggi non c’è sgravio alle persone fisiche).
Parecchi grandi gruppi pagheranno di più, e dovranno rinunciare alle holding di comodo olandesi. C’è stata la mazzata in testa che la Corte costituzionale ha dato alla riforma dell’anno scorso sulle fondazioni, è vero, ma non per questo Tremonti si ferma dopo Patrimonio spa e Infrastrutture pubbliche sulla via della messa a reddito degli asett pubblici, quest’anno la tappa positiva è la seconda anima “di mercato” che si aggiungerà a quella istituzionale della Cassa depositi e prestiti.
Senza incorrere in nessun veto quirinalizio, per mesi profetato da Repubblica.
Ci sono “trovate” come il Mit italiano e il Collegio d’Italia contro cui fin d’ora è facile prevedere che si batteranno le corporazioni accademiche, a conferma che si tratta di idee buone.
Altre ancora, come gli sgravi fiscali al rientro dei cervelli italiani dall’estero, avranno bisogno di una logica coerente, inutile pensare che tornino in un paese ipertassato e destinato a pagar pensioni a vegliardi.
E’ vero, l’80 e più per cento della manovra è costituito da “one off”, condoni, concordati e cartolarizzazioni. Che hanno il merito di non essere deflazionistici, in una fase di crescita così bassa. E che se costituiscono eccezione, per la loro rilevanza rispetto ai bilanci degli altri maggiori partner europei, avvengono però con due criteri che Francia e Germania oggi rispettano assai meno di noi. L’Italia non alterano i saldi, i criteri europei del Sec 95 oggi siamo senza tema i primi a rispettarli. E lascia più i tecnici del Bilancio e della Ragioneria a risolvere da soli i problemi politici posti dalla maggioranza e dal parlamento riottoso, come avveniva fino all’ultima legislatura.
Politicamente, a Necker finì per mancare l’appoggio dei suoi e dei monarchiens.
In pochi giorni, Tremonti si è sfilato dal fuoco e An, Lega e Udc litigano su tutt’altro.
In Parlamento si ballerà, ma la debolezza politica a dire il vero sta altrove.
L’esilio di Necker, a Tremonti è evitato. Sarà lui, semmai, a valutare più avanti se non valga la pena “autoesiliarsi” in Europa, col portafoglio più importante che spetta a un italiano nella prossima Commissione europea.
da il Foglio
saluti




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