....arrivare Fini
Roma. Sul diritto di voto agli immigrati integrati Gianfranco Fini potrebbe rischiare la sua vera prima volta.
Potrebbe, infatti, per la prima volta nella sua storia di leader della destra italiana, rischiare di non registrare quell’unanimità fideistica che da sempre ha raccolto all’interno del suo partito. Alleanza nazionale dunque –logorata dal cortile delle correnti in rissa permanente, oggi chiamata alla rinuncia del pregiudizio populista (da sempre fonte di facile consenso nella svendita al ribasso socioculturale) – potrebbe per la prima volta spaccarsi veramente.
La richiesta esplicita di Fini, quella di andare “oltre questa destra”, la ovvia sollecitazione di imporsi un salto in avanti che proietti An nell’orbita dei partiti conservatori europei rinunciando ai tic grossolani del generico parco ideologico destrorso, potrebbe determinare un terremoto all’interno del partito, una stagione di nuovi conflitti, perfino la messa in minoranza dello stesso Fini.
Un rischio, questo, che il fondatore di An vuole proprio affrontare pagando volentieri il pedaggio al rischio e alla fantasia.
Non è la “lista Fini” il vero progetto, piuttosto “un partito unico” dove saldare le lusinghe dell’area moderata.
Non può tornare indietro Fini e ce la farà facendosi forte ancora una volta del suo ruolo di capo bastone all’interno del partito – quest’ultimo, appunto, non può sopravvivere senza Fini mentre Fini, da solo, può originare un nuovo spazio – e limitatamente ai confini della fiamma ce la farà perché proprio nel perdere pezzi Fini ha investito la sua strategia.
Vuole lasciarsi alle spalle ogni forma di sporcizia demagogica per guadagnarsi i galloni del realismo politico.
Sono sempre più forti i segnali di disaffezione verso una struttura vissuta sempre più come zavorra, è venuto meno anche l’aspetto tribale che ha forgiato il patto di sopravvivenza di un’intera classe dirigente traghettata dalla svolta di Fiuggi: tutto il vecchio mondo del “Fronte della gioventù” appunto, non fa altro che giocare in proprio senza altro collegamento che un orto cui far abbeverare i propri vassalli.
E non è un caso che in questa sortita Fini abbia trovato al suo fianco Mirko Tremaglia, il più anziano tra gli esponenti del vecchio Msi, Alfredo Mantovano, fuori dalle correnti, i post democristiani come Selva e Fiori e infine Gianni Alemanno, il suo avversario naturale e antico antagonista.
Tutti gli altri contro o, peggio, in imbarazzo.
Fini ha avuto buon gioco nel tenersi alto: si confronta con José María Aznar, Edmund Stoiber; guarda infine a Nicolas Sarkozy, il suo vero modello.
Non vorrà (né potrà) fare come D’Alema
Come il ministro degli Interni di Parigi, Fini raccoglie consensi trasversali. Come questo ministro che svela nel suo lavoro di
poliziotto, nel suo essere contemporaneamente severo senza ombra di razzismo, il suo essere figlio dell’integrazione (è d’origine
ungherese), così Fini – a suo modo figlio dell’integrazione, già esule in patria – nel suo apprendistato al governo inizia a
emanciparsi dalla destra più chiassosa mostrandosi riflessivo, realista, perfino banale, coltivando il colpo di scena che lo collochi
“oltre questa destra”.
L’occasione è giunta, e non è stata certo solo una soluzione per rimettersi al centro dopo un lungo purgatorio all’ombra di Silvio Berlusconi e Umberto Bossi.
E’ un’occasione, questa del trauma sul voto agli immigrati regolari, che lo impegna a lavorare definitivamente alla svolta ulteriore – la nascita di una destra definitivamente liberale – dove però giocherà col doppio del rischio speso nel partito, sacrificando l’alleanza con i leghisti (alleanza già archiviata), offrendosi agli anatemi del premier e alla profferta ambigua dei democristiani. Nonostante l’eterno vantaggio nei sondaggi di gradimento, la concorrenza con Berlusconi, per Fini, è faccenda troppo delicata per essere messa a frutto. Il sondaggio di gradimento è la metafora perfetta dell’antico adagio sulle piazze piene e le urne vuote, ma per Fini che è sempre avanti a Berlusconi – avanti anche agli altri leader della Casa delle Libertà – gli esami non finiranno mai, né le urne potranno mai superare il numero delle piazze. Mai.
La sua vera carta, la sua possibilità di fare storia, sarà nell’essere il Mosè della destra. Gli toccherà di traghettare tutto un mondo nella maturità dell’autorevolezza e della credibilità internazionale, evitando accuratamente la tentazione della mela proibita: palazzo Chigi.
A differenza che in Spagna dove il pur ex franchista Aznar ha potuto inventare il governo della destra grazie al supporto di una classe dirigente di altissimo livello, il post missino Fini non può vantare altrettanto, può consentirsi di farne maturare una di élite, ma nelle prossime generazioni.
E non dovrà (non vorrà e non potrà) ripetere l’errore di Massimo D’Alema.
Sarebbe un errore di fretta troppo speculare sabotare Berlusconi come se fosse Prodi, un’ingenuità che farebbe il paio con la più sbagliata delle ambizioni.
da il Foglio
saluti




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