GIÀ CADUTA SUL METODO L’IDEA DI FINI

di GIANO ACCAME

LA STORIA - da destra - del voto agli immigrati comincia quindici anni fa e ne rivendico, almeno in parte, la primogenitura. Ero appena arrivato, chiamatovi da Gianfranco Fini segretario nazionale del Msi, nel dicembre 1988 alla direzione del Secolo d'Italia; e Adalberto Baldoni, che di Fini aveva assunto la cura dell'immagine, decise di portarlo nell'imminenza delle feste natalizie a visitare alcuni luoghi di povertà e sofferenza: un asilo di vecchietti, un ospedale, un rifugio d'extracomunitari. Dei due primi appuntamenti demmo notizia nelle pagine interne, ma dal terzo uscì una bella foto di Fini con una negretta in braccio e decisi di spararla in prima con un titolo vistoso a piena pagina, "Solidarietà", che mi venne suggerito da Gennaro Malgieri, attuale direttore del giornale. Il significato era evidente: una presa di distanza della destra italiana sul tema delle discriminazioni razziali sostenute dall'estrema destra francese di Le Pen.
Ognuno ha le sue peculiarità nazionali da rivendicare. Noi siamo impegnati dalla cultura del cattolicesimo risorgimentale a preservare l'ideale giobertiano d'un Primato morale e civile degli italiani. Non possiamo ospitare in Italia - e nemmeno nel resto dell'Europa - un miliardo d'esseri umani, che volentieri vi si trasferirebbero considerando le nostre condizioni di vita quasi un paradiso terrestre, perché oltrepassando certe capacità d'accoglienza ci trasformeremmo in un inferno. Dobbiamo quindi, nell'interesse nostro e di chi arriva dal di fuori, stabilire dei filtri, come ha ragionevolmente stabilito la legge Fini-Bossi. Ma per chi lasciamo entrare, noblesse oblige: abbiamo il dovere e anche la convenienza di trattarlo bene. Non a caso il sindacato Ugl (Unione generale del lavoro), guidato da Stefano Cetica e vicino ad An, ha messo su da tempo una sua organizzazione di lavoratori extracomunitari, da loro stessi gestita per reclamare parità di diritti. L'eguale trattamento dei lavoratori stranieri serve infatti anche gli interessi dei lavoratori italiani, cercando d'evitare devastanti concorrenze al ribasso sulle condizioni contrattuali. Questo per dire che la proposta di Fini sul voto amministrativo a degli immigrati che siano in regola, lavorino, paghino le tasse, non contrasta affatto coi civili sentimenti della destra nazionale. Ed è proprio la destra che potrebbe realizzarla, visto che la sinistra dopo essere stata al governo per degli anni non vi ha provveduto. Semmai qualche difficoltà da Fini non prevista potrà porsi sul terreno costituzionale, giacché l'articolo 48 della Costituzione riserva il diritto di voto ai cittadini. E' quindi probabile che per far votare gli stranieri non basti una semplice maggioranza trasversale e occorra una modifica della Costituzione.
Ciò che invece sembra poco corretto nel comportamento di Fini è l'assoluta mancanza di collegialità da cui è uscita una proposta così problematica, per i contraccolpi elettorali autolesionisti che potrebbe provocare. I candidati di destra, che oggi si sentono già pericolanti, hanno qualche motivo infatti di temere che il voto degli extracomunitari finirebbe in maggioranza all'altra parte. L'uscita di Fini è stata per lo più interpretata come sfida a Bossi, se non addirittura a Berlusconi, su cui il presidente di An era sinora apparso un po' appiattito. Un'altra iniziativa per qualificarsi sempre più come primo in condotta, giacché primo in profitti resta Berlusconi. Ma il vero schiaffo è andato a quei suoi colonnelli che a fine settembre si riunirono a Fiuggi per tornare a parlare di politica: cosa non praticata nelle sedi statutarie d'Alleanza nazionale. Tanto che Francesco Storace si è dimesso dall'esecutivo, ritenendo inutile l'appartenenza a un organo dove non si affrontano i problemi. Mentre a Fiuggi in discussione aveva cominciato a essere messo, con garbo, anche lo stesso Fini. La risposta è stata l'ennesima iniziativa presa senza consultarsi con nessuno e facendo in più valere il ricatto odioso del razzismo: accusa cui si espone nell'attuale circostanza chi dissente, magari anche soltanto per questioni di metodo. Lui per giorni in apertura dei telegiornali e in prima pagina. Gli altri, i ministri, i sottosegretari, i colonnelli, tranne il solito Gasparri, tutti sull'attenti, finché non perderanno la pazienza.

Il Tempo, sabato 11 ottobre 2003