Hamza Piccardo:
noi islamici saremo la maggioranza in Italia
di Anna Boiardi
10/10/2003
Saida e Nbarca, marocchine, sono state cacciate di
casa per colpa dei
fidanzati italiani. Amina, cattolica, si è convertita
contro il parere
di suo padre. Dolori (e gioie) dei matrimoni
multiculturali.
È il cliché romantico per eccellenza: ribellarsi ai
genitori per
sposare l'uomo che si ama. Un uomo fuori dagli schemi:
magari
appartenente a un'altra religione, con altre
abitudini, altre regole
di vita e, a volte, anche con tratti somatici diversi.
Succede sempre più spesso in Italia, dove il numero
dei matrimoni
misti, senza contare le numerose convivenze, è in
continuo aumento
(nel 2002, sono stati il 12 per cento del totale).
Soprattutto
all'interno della comunità islamica, come testimonia
Hamza Piccardo,
segretario generale dell'Ucoii, Unione delle comunità
islamiche
italiane: «Dal '92, io solo ho scritto più di cento
contratti
matrimoniali tra italiane e musulmani. Seguiti da
quasi altrettante
conversioni delle mogli. La mia previsione è che, nel
prossimo futuro,
noi islamici diventeremo la maggioranza in Italia,
visti anche i
nostri maggiori tassi di natalità».
Ma qual è il prezzo di questi matrimoni misti? Quanto costa, alle
donne, questa «ribellione romantica» quando le
famiglie non sono
d'accordo?
Lo raccontano Saida, Nbarca e Amina. Tutte e tre
islamiche. Amina,
però, era cattolica: si è convertita dopo aver
incontrato e sposato un
musulmano.
Saida e Nbarca, invece, sono marocchine. Come molte
altre donne
islamiche che oggi vivono in Italia, non hanno
accettato i matrimoni
combinati dalle famiglie, con uomini che non amavano.
Hanno scelto di
sposare un «infedele», un non musulmano, sfidando le
famiglie, la
tradizione, a volte perfino la legge: in Marocco, per
esempio, da cui
proviene la più numerosa comunità islamica in Italia,
le donne
rischiano da tre mesi a tre anni di carcere se
frequentano uno
straniero cristiano. Legge tuttora in vigore.
Racconta Saida, 40 anni: «È l'infamia più grande, il massimo
tradimento per l'Islam: se non sposiamo un musulmano,
i nostri figli
non saranno musulmani, perché la religione passa
attraverso il padre.
E questo loro non lo possono accettare». «Loro» non
sono solo i
genitori. Sono anche i vicini, che una sera hanno
aspettato Saida
sotto casa, l'hanno picchiata selvaggiamente, le hanno
sputato
addosso: «Puttana. Tu stai con un italiano. Ti abbiamo
vista».
Perfino la nonna, alla quale Saida è legatissima,
ancora oggi quando
la vede si copre il capo con il velo, come impone
l'Islam in presenza
di peccatori: Saida è, per la nonna, un'impura.
«Quando mio padre ha iniziato a sospettare qualcosa,
mi sono trovata
in casa un pretendente dopo l'altro: facevano le loro
offerte, e più
erano vecchi più erano disposti a pagare» spiega
Saida. «Io li
ascoltavo tutti, e poi correvo in camera a piangere.
Allora sono
scappata di casa».
Saida ha due figli e vive a Roma, ormai da vent'anni.
Le capita ancora
di svegliarsi nel cuore della notte e urlare per la
paura. Ma ha
accanto il marito a tranquillizzarla, quell'italiano
che, agli occhi
della famiglia, l'ha disonorata. L'ha aspettata
all'alba fuori
dall'ambasciata italiana e l'ha sposata, con rito
civile.
Niente matrimonio islamico: Saida ha rifiutato la sua
religione, anche
perché, altrimenti, il marito si sarebbe dovuto
convertire all'Islam e
frequentare la moschea. Conversioni necessarie,
invece, per musulmane
che vogliono salvare in extremis i rapporti con la
famiglia e la
comunità islamica.
Come racconta Nbarca, 52 anni, residente a Roma: «Mio marito, il mio
secondo marito italiano, si è convertito. Ma non lo
dice volentieri.
So che l'ha fatto per me, per essere accettato dai
miei fratelli».
Nbarca prepara il tè alla menta, e intanto mostra la
foto della sua
famiglia in Marocco: nove fratelli in tutto, in mezzo
i vecchi genitori.
Il suo nome significa «benedetta», scelto da un padre
molto religioso
come segno di buon auspicio. Invece ha avuto una vita
durissima: il
primo marito, come lei marocchino, con cui si era
trasferita in
Italia, la picchiava. Tanto da farle rischiare un
aborto. «Chiamavo
mia madre, terrorizzata, le dicevo: "Non ce la faccio
più". Lei
rispondeva: "Figlia mia, non sei un uovo, non ti
rompi. È stato così
anche per me, con tuo padre. Così sarà sempre"».
Nbarca non l'ha accettato. Si è messa a lavorare, per
diventare
indipendente. Due o tre lavori assieme, mentre le due
figlie
crescevano. Poi, quando ha scoperto che il marito la
tradiva, ha
deciso di «rompere il vetro», come dice lei, e ha
chiesto il divorzio.
Nessuno, nella sua famiglia, ha più voluto vederla.
Quando poi si è
risposata con un italiano, il fratello l'ha
minacciata: «Se torni qui
ti faccio a pezzi. T'ammazzo». Ne è valsa la pena?
Secondo Nbarca sì.
Con il suo marito italiano oggi è davvero felice.
Mentre racconta entra la figlia più giovane, una
splendida
quattordicenne ribelle, in minigonna. «Per le mie
figlie voglio una
sola cosa: che non sposino un musulmano. Perché loro
non dovranno mai
soffrire come ho sofferto io. Mai».
Per Amina, invece, è tutta un'altra storia. Lei,
italiana, ha scelto
di sposare un musulmano, si è convertita, e ha
cambiato nome. Ha
allevato i suoi figli secondo i precetti del Corano.
Anche lei, però
ha affrontato l'ira del padre, che a Panorama
confessa: «Non la
capisco. Non la capirò mai. Ma quando ha scelto di
sposare quell'uomo
era maggiorenne, non ho potuto fermarla. Lo avrei accettato, se
fosse stato una brava persona. Uno come noi. Ma non lo è. La
picchia». Per
il padre, Amina resterà sempre e solo «la mia
Assunta». Perché «se uno
nasce in un modo, non è mai bene cambiare».
Amina, però, sorride. Oggi, dice, lei rifarebbe
esattamente la stessa
scelta.
CONTRATTO TRA LE PARTI
Per le nozze, l'uomo deve portare una dote alla moglie
Il matrimonio è considerato un dovere per ogni buon musulmano.
Dal punto di vista legale, è un contratto che richiede
il consenso di
entrambe le parti. La dote del marito viene
corrisposta direttamente
alla moglie, senza intermediari.
Mentre una donna musulmana può sposare soltanto un
uomo della sua
stessa fede (o che si converta sinceramente), un uomo
può sposare
anche donne di altro credo, cristiane o ebree.
Per gli uomini è ammessa la poligamia: possono avere
fino a quattro
mogli, purché si impegnino a trattarle tutte alla
stessa maniera, dal
punto di vista economico e degli affetti. L'adulterio
è considerato un
peccato gravissimo.


Rispondi Citando


