Crollo delle produzioni di cereali in Usa, Cina e India
Si sostiene che da alcuni anni dilaga il catastrofismo. Forse è vero. Ma è altrettanto visibile una sorta di rifiuto ad ascoltare. Catastrofismo e rigetto non portano purtroppo da nessuna parte, lasciando i problemi là dove sono. È utile invece individuarli, attingendo da fonti serie senza peraltro amplificarli né sminuirli, e poi affrontarli tempestivamente. Non sapremmo dire quali di questi passi sia il più difficile, ma tutti ci paiono necessari. L’ultimo contributo a questo tipo di approccio viene da Lester Brown, il presidente dell’istituto americano di studi sullo sviluppo sostenibile (Earth Policy Institute) e fondatore dell’ormai famoso istituto di sorveglianza del mondo (World Watch Institute).
Il rapporto di Brown denuncia che, per il quarto anno di fila, i tre grandi produttori mondiali di cereali, Cina, Stati Uniti e India (la metà del raccolto mondiale), hanno prodotto meno di quanto il mercato richieda, contribuendo a un deficit mondiale di 93 milioni di tonnellate e facendone crollare le riserve al livello più basso degli ultimi 30 anni. La causa della penuria è soprattutto il clima, anzi il cambiamento climatico, o meglio la sua accelerazione.
La temperatura media della Terra è in aumento dalla fine degli anni ’70, mentre i 10 record caldi degli ultimi 143 anni sono tutti raggruppati nel piccolo periodo compreso tra il 1990 e oggi. Non badate al freddo giunto in Italia qualche giorno fa: l’anno più caldo in assoluto nel mondo potrebbe essere questo (aspettiamo i dati degli ultimi mesi). E se così non fosse, resta in ogni caso la tendenza media delle temperature a impennarsi. Il caldo in aumento contribuisce a inaridire ulteriormente i suoli già naturalmente soggetti a lunghe siccità, mentre – di contro – conferisce energia alle piogge violente là dove il clima era in precedenza naturalmente piovoso; sono però precipitazioni che quasi sempre arrecano molti danni e pochi benefici all’agricoltura. Le regioni in debito d’acqua piovana ricorrono a irri gazioni che, alla lunga, spremono indebitamente le falde idriche sotterranee.
L’anno scorso furono gli Stati Uniti e l’India a registrare temperature record. Quest’anno è toccato, prima dell’estate, ancora all’India e poi all’Europa – quest’ultima addirittura calda come non avveniva da 5 secoli – dove molti raccolti sono andati perduti: in Francia come in Inghilterra o come in Ucraina. Nonostante i 560 tornado di maggio (che evidentemente non irrigano ma distruggono!), le riserve d’acqua degli Stati Uniti sono in crisi in molte contee. Le falde acquifere del Texas, dell’Oklahoma e del Kansas si sono abbassate di oltre 30 metri. In India si prosciugano ogni anno migliaia di pozzi, mentre nella pianura settentrionale della Cina la falda acquifera sta calando al ritmo preoccupante di tre metri l’anno. Nella regione di Pechino, per cercare acqua, si deve scavare a 1000 (dico mille!) metri di profondità.
A detta della maggior parte degli scienziati, il riscaldamento del pianeta non sembra affatto un pur sia lungo episodio destinato a chiudersi, bensì una tendenza, con una prevista, particolare accentuazione delle temperature nell’ interno dei continenti e alle latitudini elevate. Questo potrebbe sfavorire le grandi pianure centrali americane, grandi produttrici di cereali, e favorire invece le latitudini in precedenza fredde e improduttive del Canada. L’ agricoltura, come altri settori delle attività umane, dovrà adattarsi a questi cambiamenti. Non è pensabile né sostenibile, nella produzione di cibo al pari della produzione di energia (il cui modello oggi seguito è la causa dell’effetto serra), continuare agli attuali ritmi e con le attuali scelte. L’agricoltura, in particolare, dovrà abbandonare la filosofia dello sfruttamento intensivo dei suoli e delle falde e orientarsi verso prodotti meno avidi di acqua.
Guido Caroselli
L'Avvenire (12/10/03)
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