Sul monte di Portofino gli stilisti Dolce e Gabbana hanno comprato del terreno, ma non ne fanno una villa; semmai restaurano le vecchie fasce dei terreni agricoli, in armonia con l'ambiente, per metà selvaggio e per metà antropizzato. Al Porto Antico di Genova invece è ormai pronta e visitabile una grande bolla di vetro, al cui interno c'è il microclima di una foresta pluviale e che è stata debitamente attrezzata non solo di piante e felci, ma anche di farfalle e persino di iguane. Per rendere più credibile l'operazione ci si appoggia a un'associazione ornitologica che, come nel caso del vicino acquario, dovrebbe garantire una esibizione delle natura politicamente-scientificamente-corretta. L'apprezzamento per l'ingegno dell'architetto Renzo Piano, non basta tuttavia a nobilitare un'operazione che, nel migliore dei casi va giudicata ingenua. In tutta l'area circostante, del resto, il supposto amore per la natura si va realizzando attraverso innesti insieme casuali e incongrui: due anni fa vennero importati alti palmizi che non se la passano nemmeno troppo bene nelle giornate di tramontana e che non c'entrano nulla, se non come citazione postuma delle passeggiate a mare della Costa Azzurra. Tutto intorno l'asfalto cuoce e non si vede un albero né un filo d'erba: viene quasi nostalgia per quello che c'era prima, ovvero un porto commerciale sporco e puzzolente, con baretti dal volto umano alle cui pareti si aggrappavano rampicanti e si appoggiavano contorti alberi di fico. Così all'assenza di natura Piano ha deciso di rispondere con la natura in scatola, o in bolla se si preferisce. Il biglietto d'ingresso servirà forse a ripianare i costi, ma soprattutto a simboleggiare che non si tratta di un diritto, ma di un consumo, e che quella non è natura ma artificialità pura, del tutto analoga del resto agli orribili tubi vetrosi ripieni di sardine che abbelliscono (?) il vicino Acquario.
Il fenomeno non è nuovo, anzi è vecchissimo: alla perdita di contatto con la natura le civiltà hanno tradizionalmente risposto con delle simil nature, reinventate e idealizzate; tali sono i giardini all'italiana, i grandi viali alberati e persino i piccoli green davanti a casa. Quando poi la natura risulta troppo difficile da trattare e da gestire, si ricorre alla moquette verde plastica.
Certamente a giustificazione della "bolla" genovese potrebbero essere citati illustri esempi, come lo straordinario complesso dei Kew Gardens di Londra dove padiglioni in metallo dell'ottocento ospitano piante tropicali rarissime. Ma c'è una grande e significativa differenza: quel gigantesco orto botanico non nacque come esposizione, ma come impresa scientifica, destinata a raccogliere le più strane creature vegetali che i viaggiatori inglesi andavano raccogliendo nel mondo. E tuttora in quel luogo si fa ricerca, orientata alla protezione della biodiversità. La bolla di Renzo Piano invece corrisponde certamente a una suggestione visiva dato che con le sue farfalle svolazzanti evoca un gigantesco caleidoscopio, ma per quanto preveda visite guidate e didattiche non ha alcuna ambizione protezionistica. Diciamo che è uno post giardino zoologico, nel senso che essendo ormai accertato che gli zoo non fanno bene agli animali «superiori», si decide di recludere e di esibire quelli che forse soffrono di meno negli spazi ristretti; l'ispirazione comunque resta la stessa, e assai criticabile.
Qualche notizia relativamente ottimista è venuta invece dal recente congresso internazionale sui parchi che si è tenuto a Durban in Sud Africa. Le statistiche dicono che attualmente il 12% delle terre emerse è ufficialmente protetto; dieci anni fa, alla precedente riunione del World Park Congress, si era stabilito l'obbiettivo del 10%, che dunque è stato superato. Si tratta dunque di 17 milioni di chilometri quadrati e il maggior contributo viene dalla Cina che dichiara di avere sottoposto a protezione il 15% del suo territorio. Andrà tuttavia ricordato che in molti paesi, la Cina è tra questi, alla dichiarazione ufficiale di area protetta non corrispondono adeguate gestioni: molti sono i parchi che esistono solo sulla carta per assenza di fondi o per noncuranza.
Franco Carlini
Il Manifesto (14/10/03)




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