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    Predefinito L'Italia ostaggio degli agitati

    L'Italia ostaggio degli agitati

    di Errico Novi

    Liberal, 6 ottobre 2009


    E' una selezione naturale: più il clima si fa plumbeo, più forte si distingue la voce degli agitatori. Non può essere un caso se proprio nelle stesse ore in cui i coordinatori del Pdl invocano una manifestazione contro il complotto dei poteri forti (si pensa a un revival in piazza San Giovanni a Roma, per il 5 dicembre) e Roberto Calderoli alza la posta con lo spauracchio delle elezioni, dall'altra parte ricompare Beppe Grillo e annuncia proprie liste alle regionali. Se c'è un partito trasversale, in Italia, è quello sempre al lavoro per far precipitare gli eventi. Era forse inevitabile che un campionario simile venisse riproposto alla vigilia della sentenza sul lodo Alfano: è in fondo la madre di tutte le battaglie, è la sintesi di uno scontro che dura da quindici anni, di un corto circuito politico apparentemente impossibile da riparare. Con un campo di gioco così favorevole diventa una passeggiata, per Vittorio Feltri, chiamare il popolo alla resistenza partigiana contro il golpe. O per Antonio Di Pietro sostenere, dalle colonne del proprio blog, che il colpo di Stato è quello che la maggioranza si appresta a realizzare con una nuova approvazione del lodo in caso di bocciatura della Consulta.

    Quale migliore occasione sarebbe potuta capitare a Renato Brunetta per fare fuoco contro «le élite parassitarie»? E chi altri potrebbe sfiorare in un momento come questo i 30 punti di share, se non Michele Santoro, pronto ad aggrapparsi anche a Patrizia D'Addario pur di accreditare la teoria dell'apocalisse? L'Umberto Bossi che dice di non credere al voto anticipato ma assicura che la Lega è pronta è in fondo un moderato rispetto ad altri primattori. Possibile che tanta agitazione torni utile anche come alibi per non affrontare i nodi politici veri? Interpellato da liberal, Giovanni Sartori spiega che sì, «possiamo parlare anche di manovre diversive, se vogliamo leggere certi segnali. Intanto è inaccettabile che Berlusconi dica di voler andare all'estero per la sentenza sul lodo Mondadori: un capo di governo può parlare di sentenza ingiusta, ma non può rispondere in questo modo. Perde le staffe un po' per le ragazze, un po' per tante altre ragioni, ad esempio per il riconoscimento internazionale sempre più basso. Non vale, come giustificazione, l'entità del risarcimento alla Cir che non fa comunque vacillare le sue finanze». Vale però una citazione di Nietsche come quella che il presidente del Consiglio si è concessa ieri, quando ha definito quella sul lodo Mondadori come «una sentenza al di là del bene e del male», oltre che «un'enormità giuridica». È evidente, osserva Sartori, che «tutta l'atmosfera sia ormai infestata dallo scandalismo, dalle imboscate: non c'è più un confronto politico serio, esiste solo la politica spettacolo, basti ricordare che anziché mettere in sicurezza Messina abbiamo passato anni a discutere del ponte». Si preferisce «la guerra civile e lo scontro armato piuttosto che cercare di collaborare con l'opposizione, peraltro decimata e tenuta a distanza di sicurezza». Ed è qui, secondo il politologo ed editorialista del Corriere della Sera, che emerge la natura del Cavaliere, «un grande competitore di campagne elettorali ma certo non un uomo di governo. Dalla sua oltretutto ha un sistema elettorale che gli consentirebbe di stravincere ancora: è chiaro che siamo in una situazione un po' patologica». È nota - perché ribadita anche nell'editoriale di ieri - la contrarietà di Sartori al lodo Alfano: ciononostante il professore trova inspiegabile «l'eccesso di collera e di nervosismo del premier: il potere logora chi non ce l'ha ma anche chi lo usa in modo berlusconiano, con questo spirito di battaglia, di esibizionismo, con l'ostinazione nel voler fare colpo, senza che alla fine vi sia un costrutto. La sinistra di Prodi aveva l'alibi di una maggioranza inesistente, ma nel caso di Berlusconi è chiaro che manca la capacità di uomo di governo».

    Siamo prigionieri? Evidentemente sì, secondo Giovanni Sabbatucci, che da storico riconosce nella «eterna guerra civile, negli scontri continui, nella litigiosità» un carattere costitutivo dell'Italia, ma nota anche la particolarità del conflitto attuale «che diversamente dai precedenti non è temperato dalla ricerca dell'accordo, da quell'altra consolidata tendenza del nostro Paese alla compensazione, al limite all'inciucio, con cui si leniscono le conseguenze della rissa: stavolta si fa a botte e basta». La guerra civile in corso, d'altra parte, va avanti da oltre quindici anni, ricorda il professore di Storia contemporanea della Sapienza: «Va tenuta presente la sequenza con cui si è creata questa polarizzazione: la sinistra che pensa di vincere a mani basse e che però si dimentica di tutta quella parte del Paese che pure esisteva e non poteva essersi dissolta con i vecchi partiti; Berlusconi che per tenere insieme quel mondo dice che c'è un nemico irriducibile, che sono tutti comunisti; quindi il rimpianto, la frustrazione degli altri e l'anomalia che anziché stemperarsi si accentua». È un circolo vizioso, un'isteria permanente impossibile da ricondurre «nei canoni tradizionali della politica ». Succede sempre qualcosa per cui Berlusconi «dà di matto e quegli altri pure», chiosa Sabbatucci.

    Se ne può uscire? «Molti pensano che se ne uscirà solo quando il Cavaliere lascerà la scena politica. E in effetti, è vero che si può incolpare l'attitudine generale alla rissa, i rancori dei suoi avversari o la retorica dell'antiberlusconismo: ma che lui, Berlusconi, dia un sostanzioso personale contributo, non c'è ombra di dubbio. Con uscite come quella sui farabutti o autoincoronazioni del tipo 'sono un capo di governo migliore di De Gasperi'è difficile immaginare una ricomposizione. Poi certo, arriva una condanna a risarcire 1500 miliardi di vecchie lire vent'anni dopo e alla vigilia di un'altra sentenza importante, e c'è sempre la minaccia di una soluzione giudiziaria finale...». Può darsi che il gioco instabile delle forze, in continua agitazione dal 1994, si regga anche per la pigrizia che Berlusconi - stakanovista del lavoro come tutte, ma proprio tutte, le testimonianze riferiscono - esibisce in un campo solo: quello della politica propriamente intesa. «Il prolungarsi della conflittualità può dipendere senza dubbio da questo, sta di fatto che di quella politica lì, Berlusconi, non è capace: il suo modo di intenderla consiste nella proposizione di sé e nel chiamare a raccolta i suoi fedelissimi contro il nemico. Il resto, la politica, lo affida non a caso ad altri, a Gianni Letta nello specifico. Questo complica tutto. È difficile che Berlusconi possa cambiare, lo scenario dunque muterà quando lui non ci sarà più, e non è neanche detto», avverte Sabbatucci. Le tensioni in effetti si accentuano abbastanza da rendere complicata l'idea della rimozione: dal comunicato con cui i capigruppo del Pdl ribadiscono la teoria del «disegno eversivo» alla risposta del collega dell'Italia dei valori Massimo Donadi che definisce Cicchitto e gli altri «i veri eversori, che schierano il Parlamento come parte in causa per difendere gli affari del padrone». Quando mai finirà tutto questo?


    cronache di Liberal
    SADNESS IS REBELLION

  2. #2
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    Predefinito Rif: L'Italia ostaggio degli agitati

    La risposta è piuttosto semplice; questo clima infuocato, tremendo, da scontro all'ultimo sangue, finirà solo con la conclusione dell'era berlusconiana, con l'uscita di scena del Cavaliere, vero e unico "asse" del sistema politico italiano, nel bene e nel male. Si badi, non intendo accodarmi a coloro che in modo sprezzante liquidano il Cavaliere come una anomalia - peggio, un tumore - da sradicare e gettare nell'immondezzaio della storia.

    Il conflitto d'interessi esiste, ma gli italiani varie volte hanno soprasseduto e badato più ai programmi e ai risultati che alle polemiche scatenate dagli antiberlusconiani più accesi e sfegatati. La sinistra non ha titoli per rivendicare ogni minuto uno status di superiorità morale rispetto agli avversari. Intellettuali radical-chic, benpensanti progressisti ed "elite" culturale rossa rappresentano a tutti gli effetti nemici da combattere e da abbattere con ogni mezzo lecito.

    Tuttavia, la destra ha il dovere di riflettere su se stessa, e di prendere atto che Berlusconi non può costituire, ad aeternum, l'unica soluzione, l'unica ragione di vita. Può esistere una prospettiva politica diversa, ben più solida e propositiva, nonchè idealmente coerente. I semi ci sono; basta aspettare, a patto che non si favorisca la controparte progressista. La fase conclusiva del berlusconismo dovrà essere morbida, senza tradimenti ed uccisione del "padre", per consentire al centrodestra di sopravvivere e rimanere compatto.

    Va anche detto, del resto, che le vicende attuali non favoriscono una trasformazione e una successione naturale di leadership, anche a causa dell'ostinazione e dei toni roboanti ed aggressivi del Cavaliere. Suscitati, almeno in parte - bisogna dirlo - da strane sentenze, inquietanti puntualità, veleni e calunnie.

 

 

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