Così la Russia ricorda Stalin
Solo due mostre per ricordare il trentennio. L'ex Urss ha ancora timore dei 'nostalgici' del regime.
MOSCA - La Russia di oggi è tutt'altro che propensa a celebrare il mito di Stalin. Solo due mostre per rievocarne il mito, un pallido ricordo del culto della personalità imperante negli anni del suo dominio, durato un trentennio (1924-53). Ma esistono ancora, dentro e fuori dal parlamento, frange che rimpiangono i tempi d'oro della superpotenza sovietica.
La mostra principale, ospitata nel Museo di storia contemporanea, ha un carattere esclusivamente documentale e si intitola Stalin, l'uomo e il simbolo: immagini, scritti autografi e materiale d'archivio illustrano la lunga parabola del suo potere assoluto. Molti sono i doni riesumati dai depositi che costituiscono lo sterminato lascito staliniano e testimoniano la devozione (più o meno imposta) che i sudditi sovietici resero per decenni al successore di Lenin, ma anche la delirante venerazione che da paesi lontani (Italia compresa) milioni di comunisti gli tributarono in tutta libertà.
Una ricostruzione museale fin troppo asettica, secondo i critici, nella quale non manca comunque una sezione che apre uno squarcio di riflessione sugli spaventosi crimini dello stalinismo: si intitola Non lasciamo che si ripeta mai più e ripercorre attraverso disegni e lettere la sorte atroce di alcuni dei milioni di vittime dei gulag dell'impero rosso. Ma per qualcuno questo omaggio alla memoria non basta a contrastare il rischio di un revival di interpretazioni nostalgiche della figura di Stalin. Un revival denunciato tra gli altri dall'ex dissidente Liudmila Alekseieva, animatrice di un tavolo costituito per dar forma permanente al non sempre facile dialogo tra fautori dei diritti umani russi e Cremlino.
Alekseieva, presidente della sezione russa del Gruppo di Helsinki, lamenta il silenzio della politica e dei media di fronte alla recente pubblicazione di libri revanscisti come il volume 50 anni senza un leader, che raccoglie altrettanti racconti dedicati a Stalin da autori vetero-comunisti. Un'iniziativa che secondo l'ex dissidente si ricollega "all'isterica richiesta di restituire alla città di Volgograd il nome di Stalingrado", rilanciata nei mesi scorsi dai comunisti a dispetto del no opposto finora dal Cremlino.
Queste forme di rimpianto - sottolinea Alekseieva - "non possono essere interpretate come una nostalgia del pugno di ferro", ma semmai come un irrazionale desiderio di ordine, suscitato dal perpetuarsi "dell'arbitrio della burocrazia e dell'indifferenza del potere politico verso la gente comune''. In ogni caso gli atteggiamenti nostalgici di alcuni settori della società non possono essere echeggiati "dal silenzio delle autorità post-sovietiche. La mostra inaugurata a Mosca non è sufficiente, spiega la ex dissidente: "Se non troveremmo mezzi e forza per guardare in profondità al nostro passato, se incoraggeremo col silenzio l'elogio di Erode, diventerà impossibile consolidare uno Stato di diritto in Russia". A suo giudizio, i crimini del comunismo, e in particolare quelli dell'era staliniana, debbono dunque tornare sulle pagine dai media, con i tanti documenti emersi dagli archivi negli ultimi anni.
La preoccupazione non appare del tutto infondata anche ad altri intellettuali. Se è vero che le apologie staliniste restano politicamente marginali nella Russia di oggi (e non portano molti voti, come ha dimostrato nel '99 l'umiliante flop elettorale del partitino radical-comunista fondato da Ievghieni Dzhugashvili, nipote del 'padre dei popoli') è anche vero che nei sondaggi Stalin è rappresentato da non pochi russi in toni
edulcorati. Non molti ne collegano in prima battuta la figura alle innumerevoli vittime delle repressioni compiute nel suo nome, mentre un 13-15 per cento degli intervistati non esita tuttora a definirlo il leader più importante nella storia del Paese.
Lo stesso Partito comunista russo (in declino, ma capace pur sempre di attrarre il voto d'opposizione di un zoccolo duro di scontenti pari al 25 per cento) è tornato a innalzare in piazza il ritratto di colui che Lenin definì "il meraviglioso georgiano", accantonando quel barlume di decenza che persino il vecchio Pcus aveva mantenuto, da Krusciov in avanti. Interpellato sull'eredità di Stalin, l'attuale presidente Vladimir Putin ha sottolineato più volte che i suoi crimini non vanno dimenticati, sebbene il suo ruolo nella II Guerra Mondiale "non possa essere negato". Ma per il resto è sembrato non gradire il tema. E quasi a volersi liberare di questo scomodo convitato di pietra, ha paragonato l'erede di Lenin a Tamerlano: spietato quanto effimero conquistatore asiatico, che lasciò alle sua spalle un impero morto appena dopo di lui.
(IL NUOVO - 4 MARZO 2003)




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