COSA C'E' DIETRO IL 6 DICEMBRE
in difesa del Campo Antimperialista
di antimatic
on penso che i compagni del Campo, pur bravissimi nel bucare gli impenetrabili muri mediatici dell'indifferenza, si aspettassero che la sola proposta di una manifestazione nazionale di appoggio alla guerra di liberazione in Iraq, avrebbe suscitato un così colossale putiferio, un'attenzione tanto ampia e profonda. Da settimane non si parla d'altro. Bisogna essere proprio cazzuti per stare sotto le luci della ribalta, e questo solo in virtù dell'annuncio di una manifestazione. I Disobbedienti, per molto meno, sono obbligati a fare molto di più, ad annunciare sfracelli di piazza, a compiere azioni illegali mobilitando centinaia di persone abbigliate in guerreschi modi. Il segreto di tutta questo putiferioè semplice come l'uovo di Colombo: le proposte politiche che fanno sono giuste, rispondo a necessità reali e, per di più, come è il caso della manifestazione del 6 dicembre, azzeccatissime nella tempistica. Ma il Campo ha un altro vantaggio, si è fatto come acerrime nemiche un paio di cosche di cretini di sinistra il cui astioso fracasso contribuisce alla sua notorietà. Mentre la sinistra antagonista decideva di sparare la cartuccia bagnata dell' “autunno sociale”, perseverando nell'errore che ha condotto alla sconfitta annunciata del referendum sull'Art. 18; i compagni del Campo si giocavano quella della manifestazione per l'Iraq, partendo dall'analisi (nient'affatto scontata) che la resistenza antiamericana si sarebbe rafforzata e radicalizzata, che quindi avrebbe occupato il centro della scena politica mondiale. Questa intuizione, questa scommessa, si sono rivelate più giuste che mai, di qui la forza devastante della proposta di una manifestazione autoconvocata di appoggio alla Resistenza irachena. Quando si dice: la forza delle idee semplici. Ancor prima che se ne occupasse il Corriere della Sera, questa proposta aveva scatenato un vero e proprio terremoto nella sinistra internettiana. Non appena lanciato in rete l'appello per la manifestazione, esattamente il 18 settembre, l'iniziativa, assieme a centinaia di adesioni individuali, suscitava l'aggressione frontale delle cosche in questione. L'arrembaggio, portato su varie liste di discussione, proveniva da due ambienti diversissimi tra di loro: quello della destra togliattiana e e filo-ulivista del PRC da una parte e, dall'altra, di ambienti anarcoidi anticomunisti e movimentisti. Essi non hanno nulla in comune fra loro, se non l'ostilità incontenibile verso il Campo antimperialista. La prima falange si occupava di bloccare l'iniziativa campista negli ambienti rifondaroli, la seconda di contrastarla in quelli dell'estremismo. Mentre la prima falange eleggeva a suo condottiero un pittoresco giornalista televisivo noto ai più come Fulvio Grimaldi (che chi lo ha frequentato seriamente considera un pericoloso megalomane); il Deus ex Machina della seconda falange ha preferito barricarsi dietro ad un nick name. Le sue armi predilette sono la posta elettronica e il telefono. Si tratta di un vecchio sergente in pensione della defunta Autonomia Operaia, il cui viscerale odio per il leninismo non gli impedisce di usare cinicamente le sue pedine (verso cui nutre un'aristocratico disprezzo) come Stalin faceva coi sui attendenti. Impossibilitato per ragioni di forza maggiore a partecipare direttamente alla battaglia, egli, come il più classico dei burocrati, tira i fili da dietro la scena, senza però mai uscire allo scoperto. Egli disprezza l'idea di organizzazione d'avanguardia (che liquida come pestifera eredità giacobina), ma predilige, guarda caso, la forma più bieca e autoritaria di dettatura della linea: quella mafiosa. Già dal 19 settembre, queste due falangi decidevano di dare l'assalto al Campo, e decidevano di farlo dedicandovisi anima a corpo, ricorrendo ad ogni mezzo, senza esclusione di colpi. Si trovavano però nella classica situazione in cui una potenza, non potendo dichiarare che lo scopo reale della guerra è l'annientamento dell nemico, deve trovare un casus belli, un pretesto. Il pretesto era loro fornito da due apprendisti stregoni, la cui buona fede è pari alla loro levantina dabbenaggine i quali, già da un paio di mesi, usando la lista telematica “movimento” del portale ECN (un vero covo di vipere anticomuniste), attaccavano il Campo per le sue presunte “connivenze con la destra fascista”. Ai falangisti non è parso il vero: quale migliore pretesto, quale più efficace insinuazione, per far fallire una iniziativa sacrosanta, che sputtanare qualcuno come colluso coi fascisti? E' come daccusare dio pedofilia un maestro alementare, o di stupro un prete. I falangisti erano convinti di avere in mano l'asso di picche, la corda con cui appendere, una volta per tutte, il Campo Antimperialista. Hanno così deciso di suonare la stessa musica di Stalin negli anni ‘30, che giustificò la fucilazione dei trotskysti e di tutti gli oppositori in quanto spie fasciste della Gestapo. Ma hanno compiuto un gravissimo errore tattico. Stalin, che pur era potente, giocò la carta del “trotskysmo fascista” solo alla fine, quando ritenne di aver accumulato le forze per sterminare gli oppositori, cioè solo dopo che pazientemente aveva preparato il terreno all'attacco risolutore. I nostri, in preda all'isteria, sono subito passati alle cannonate. Non potendo mantenere costante il loro volume di fuoco stanno già esaurendo i colpi a disposizione, senza possedere né aviazione, né fanteria, né retroguardia né forti alleati da far scendere in battaglia. Il classico attacco all'italiana, arditista, impetuoso quanto sconclusionato. I falangisti hanno infatti immaginato di condurre una “guerra lampo”, ritenendo di espugnare con un assalto improvviso la roccaforte nemica. Non si sono resi conto che sono alle prese con una complessa “guerra di posizione” , che la roccaforte è ben protetta e che il Quartier generale nemico é attrezzato a condurre una lunga “guerra di logoramento”. Siamo così nella situazione per cui la bomba del Campo rischia di scoppiare in mano ai falangisti, provocando loro danni irreparabili. Se fossero stati intelligenti avrebbero dovuto imparare da uno staliniano doc, tal Palmiro Togliatti, che sollecitato a dire la sua dell'attivismo dei trotskysti italiani negli ani ‘50 affermò: “Un trotskysta è una spia, dieci sono provocatori, mille un problema politico”. Travolti e accecati dall'odio i nostri falangisti hanno capovolto l'adagio togliattiano: “un campista è un problema politico, dieci sono spie, mille una provocazione politica”. Così, quando oramaia era troppo tardi, si sono ficcati in un vicolo cieco, innescando una lotta mortale dalla quale si uscirà solo in due maniere: o ci lascia la pelle il Campo Antimperialista o ce la lasciano loro. Dato il putiferio che i falangisti hanno scatenato, non solo non è possibile un cessate il fuoco, è impossibile uscirne con una patta. E' una guerra in cui non si fanno prigionieri. Il Campo del resto non ha commesso alcun serio errore. La sua difesa è stata ineccepibile: ha respinto le calunnie, facendo appello all'intelligenza delle persone, alla loro sensibilità, al loro spirito critico —mentre i falangisti, agitando lo spauracchio dell'infiltrazione fascista, facevano leva sull'irrazionalità, sulle pulsioni fanatiche, sul “Crucifige! Crucifige! I falangisti agitavano la clava, il Campo ha risposto di fioretto; i primi iniettando un overdose di menzogna, il Campo con dosi omeopatiche di verità, ben sapendo che una pozione troppo massiccia, seppur di antidoto, avrebbe ucciso il paziente. Esso ha badato anzitutto a difendersi, evitando lo scontro frontale. Non si è fatto prendere dal panico, nonostante fosse subito chiaro che si trovava di fronte alla più pesante campagna di calunnie e di ostracismo che la sinistra italiana abbia conosciuto da decenni a questa parte. Non solo ha retto l'urto senza perdite, ha evitato ogni sfilacciamento delle sue linee difensive. Ha risposto con intelligenza tattica, riducendo al minimo le disdette tra le centinaia di firmatari, ben sapendo che il ritiro a cascata delle firme sull'Appello era il primo obiettivo che i falangisti si erano posti. La prima fase di questa decisiva partita a scacchi è già stata vinta dal Campo: quando l'assalto è iniziato i firmatari erano infatti si e no 150, dopo due settimane son diventati più di seicento. Perso il primo round i falangisti, essendo loro ad attaccare ed avendo dunque ancora il vantaggio di dettare il ritmo della partita, sono passati alla seconda fase, quella attualmente in corso. Fare terra bruciata attorno al Campo e alla manifestazione del 6 dicembre. Come? Tirando per la giacca i dirigenti del *movimento*, obbligandoli ad emettere la sentenza di ostracismo verso il Campo medesimo, invocando l'anatema programmatico. Per adesso questo non è accaduto. E sarebbe gravissimo se ciò accadesse, dato che il Campo e i promotori della manifestazione hanno ribadito con la massima determinazione : «E' deprimente, mentre la battaglia in Iraq e in Palestina si fa sempre piu' intensa, mentre urge costruire la piu' ampia mobilitazione, dover perdere tempo in pleonastiche precisazioni. Tuttavia ribadiamo con nettezza: - che non accettiamo alcuna alleanza con qualsivoglia movimento che, direttamente o indirettamente, si richiami la fascismo - che il carattere aperto e inclusivo della manifestazione ha dei limiti invalicabili: non accetteremo ovviamente la presenza né di gruppi fascisti e razzisti, ne' di altre forze che siano riconducibili a politiche imperialistiche, siano esse nordamericane, europee, italianiste. - che e' assolutamente falsa l'accusa di antisemitismo, accusa che i sionisti rivolgono puntualmente contro chiunque esprima piena solidarietà' al popolo palestinese, - che a noi non risulta alcun fascista tra i 700 firmatari dell'appello “CON IL POPOLO IRACHENO CHE RESISTE” e nel caso vi fossero noi le cancelleremo» Comunicato del 13 ottobre di: IRAQlibero Nella stessa direzione andava la dichiarazione del portavoce del Campo, che il Corriere della sera del 14 ottobre (il giorno dopo il pesante e sbirresco siluro di Magdi Allam) è stato costretto a pubblicare come rettifica: «... E' vero che sosteniamo la Resistenza irachena (anche con la raccolta di fondi) e che ci auguriamo la sconfitta degli occupanti italo-anglo-americani. E' vero che sosteniamo l'Intifada palestinese e che assieme ad altri antiamericanisti stiamo organizzando una manifestazione nazionale per il 6 dicembre. Tra quelle false la più enorme è la tesi bislacca secondo cui saremmo in un sodalizio "estremistico" con formazioni fasciste o antisemite di estrema destra. Smentiamo recisamente questo connubio. Il Campo si oppone non solo all'Imperialismo di Bush, oggi senz'altro il piu' temibile e minaccioso, ma ad ogni forma di imperialismo, di cui il fascismo e' stato una delle piu' razziste e virulente. Per quanto riguarda la manifestazione del 6 dicembre, di cui siamo tra i promotori, noi ci impegnamo affinché non ci siano vessilli imperialistici: né fascisti, né liberali, né socialdemocratici». La ragione per cui il Campo ne uscirà alla fine senz'altro vittorioso è dunque alquanto semplice: esso saprà facilmente dimostrare che non solo non c'è alcun sodalizio coi fascisti, ma che esso non teorizza neanche lontanamente alcuna “alleanza rosso-bruna”. Sodalizio e alleanza, che sono, non dimentichiamolo, i due principali capi d'accusa sollevati dai falangisti e per cui essi chiedono il massimo della pena, quella capitale. Infine i campisti hanno usato in modo impeccabile l'arma della critica (e della logica). Essi hanno contrattaccato proprio sui quattro punti deboli dell'avversario: 1. Se ci fosse stata la buona fede da parte dei falangisti, se essi non fossero stati acciecati dall'odio verso il Campo; se avessero cioè a cuore, come dicono, il sostegno alla Resistenza irachena, non si sarebbero dedicati a testa bassa al boicottaggio della manifestazione, ma avrebbero partecipato alla sua costruzione, e ove “sodalizi” vi fossero stati, con la loro “vigilanza” si sarebbero potuti facilmente sventare. Tattica elementare. Ma essi hanno preferito giocare allo “sfascismo”, urtando così il buon senso dei più i quali, pur non essendo alleati del Campo, riconoscevano la giustezza e la legittimità della manifestazione. Insomma, i più, si son resi conto che se c'era del “marcio in Danimarca”, se c'era un “complotto”, questo non era affatto l'inciucio con i fascisti; che il marcio stava nell'assalto pregiudiziale all'iniziativa e il complotto proprio nella campagna dissennata dei falangisti. 2. L'unico risultato del boicottaggio sarebbe il fallimento della manifestazione per l'Iraq, il quale farebbe il gioco solo delle forze imperialiste che non vogliono tra i piedi, tanto più in Occidente, alcun movimento di appoggio alla Resistenza irachena. Anche i più incerti, anche quelli infettati dal veleno della calunnia hanno capito questa verità elementare e debbono aver pensato che il gioco allo “sfascismo”, se poteva essere funzionale all'assalto al Campo, non era produttivo di alcunché. Si può anche boicottare con i più diversi pretesti una manifestazione, ma se si ritiene che essa sia necessaria, allora se ne sarebbe dovuta proporre un'altra, in alternativa e non limitarsi solo a far fallire l'unica in cantiere. 3. Una volta che il Corriere della Sera del 13 ottobre ha sferrato il suo attacco al Campo e ai promotori della manifestazione, fotocopiando letteralmente le accuse che i falangisti urlavano da due settimane, tutti coloro che non hanno portato la testa all'ammasso, cioè la grande maggioranza degli antimperialisti, si sono chiesti, come minimo, le cause di questa “strana” coincidenza. Com'è che un delinquente della penna come Magdi Allam raccoglie pedissequamente le accuse del suo compare Grimaldi? Che questo sia il vero “sodalizio” sinistra-destra? E chi c'è dietro? Altri, molti, saranno comunque giunti alla solare conclusione che se il principale organo dell'imperialismo italiano spara a zero suo 6 dicembre, allora vuol dire che il 6 dicembre occorre manifestare e che i promotori stanno facendo la cosa giusta. 4. Infine, com'è ormai noto, decine di promotori della manifestazione hanno sporto denuncia e querela al giornalista Fulvio Grimaldi, per le sue reiterate e gravissime calunnie contro di loro. E' stata una mossa letale, e per due ragioni. Anzitutto questa querela indica che i promotori non scherzano per niente, che non sono disposti a farsi dare del “fascista” dal primo pagliaccio telematico di turno. In secondo luogo, con la querela si dice che la storia non finisce affatto a tarallucci e vino. Il giornalista è sfidato a portare le prove del “sodalizio” coi fascisti, non davanti al branco di scellerati committenti che lo istiga, ma davanti ad un Tribunale che, per quanto borghese deve pur rispettare la Costituzione e considera “fascista” un insulto grave, lesivo della dignità del cittadino che ne è colpito. E se le prove sono la paccottiglia che lui e i suoi amichetti del CIP alessandrino (MPA, ANA ecc, ecc) hanno raccolto nel “dossier” che sta circolando nel cenacolo falangista, non solo i giudici, ma la pubblica opinione, si faranno tutti un'oceanica risata. E così tanti esulteranno, non per la verità, che certo non deve stabilirla un Tribunale dello Stato, ma perché sarà stata tagliata la testa ad un nemico, non per il gusto di avere nemici senza testa, solo affinché si scopra quanto esse fossero desolatamente vuote.
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