Giornalista iracheno, l’occupazione dell’Iraq significa libertà
In tre articoli pubblicati sul quotidiano londinese in lingua araba Al-Sharq Al-Awsat, il giornalista Kamel Al-Sa’doun, scrittore iracheno che vive in Norvegia, giustifica l’occupazione da parte degli Stati Uniti e la riabilitazione politica dell’Iraq. Seguono alcuni brani dei tre articoli:
L’occupazione dell’Iraq è una liberazione benedetta
“Sì, l’occupazione è una liberazione benedetta e promettente per l’Iraq, anche se Nazioni Unite, Europa, Russia, India e tutti gli arabi dicono il contrario. La logica del diritto internazionale può rivestire interesse per francesi, tedeschi, russi e arabi, che ne sono innamorati … ma non per noi, noi che siamo iracheni. Il diritto internazionale non rivestirebbe alcun interesse per noi in nessuna forma o in nessun maniera, perché il pugnale di Saddam gronda di sangue iracheno, non certo russo o arabo: la piaga di Saddam ha seminato distruzione fra di noi, noi iracheni, non fra i lacchè della Lega Araba, né fra russi o cinesi. La tragedia irachena, che è andata al di là di ogni ragionevole limite, fu e continua a essere la summa della sua malvagità e degenerazione.”
“Mentre gli altri continuavano a sorseggiare arak [una bevanda alcolica] nei locali più in di Bagdad, [gli iracheni] a migliaia venivano arsi vivi nelle sabbie dell’Iraq, nei deserti, nelle lagune, nelle sterminate pianure dimenticate da Dio. E mentre giornalisti, intellettuali, politici e poeti arabi, con le loro voci trillanti, si mettevano a cantare le lodi di Saddam, a far rullare i tamburi e a farsi fotografare con Latif Nassif, Passim, Nawal Al-Aloussi e gli altri della banda del partito Ba’ath, centinaia di poeti, scienziati e scrittori iracheni stavano morendo sul fronte di guerra o nelle camere di tortura. Per più di tre decenni, il pugnale della morte ha strappato gli iracheni alle loro case, alle loro famiglie, ai posti di lavoro, alle scuole e ai parchi giochi dei loro bambini …”
Centinaia di migliaia di fosse comuni
“Guardate le fosse comuni … [perché non diciate] poco più che qualche migliaio, dieci, venti, cinquantamila … No, ci sono centinaia di migliaia di cadaveri che non sono stati dissotterrati fino ad ora, centinaia di migliaia di vite che avrebbero potuto diventare una grande risorsa per l’umanità. Ogni iracheno, ogni arabo e ogni essere umano si dovrebbe chiedere il perché vennero assassinati, prima di agitare la bandiera del diritto internazionale. Noi iracheni eravamo candidati [alla stessa sorte] delle tribù Hutu e Zulù, dei cambogiani, delle vittime dell’olocausto e dei milioni di russi massacrati per mano di Stalin. Se si considera la cecità del diritto internazionale, l’apatia e la mancanza di compassione dei nostri confratelli musulmani … e se per ipotesi gli Stati Uniti fossero rimasti in silenzio e avessero mantenuto la tregua con Saddam, avremmo perso altri milioni di vite nelle guerre mosse da Saddam, dai suoi figli e dai suoi nipoti.”
“Se il pretesto per la guerra non era molto chiaro prima che scoppiasse, dopo la liberazione non c’è stato più alcun dubbio nella mente di chiunque abbia buon senso. E’ stato chiaro vedendo le ondate di mercenari arabi che attraversavano le frontiere [per entrare in Iraq] … Saddam Hussein preparava la guerra e chi dice il contrario mente spudoratamente. E’ vero che non ha schierato i suoi missili ed è vero che non ha agganciato esplosivi a centinaia di migliaia dei suoi aspiranti suicidi e guardie del corpo perché si facessero esplodere in mezzo agli americani e agli inglesi, come sperava Abd Al-Aziz Al-Rantisi [di Hamas]. Ma Saddam preparava un’arma diversa, più efficace e più pericolosa …”
“La guerra di Saddam non era contro gli americani … Era prima di tutto contro gli iracheni, compreso il suo clan e la sua famiglia. Per questo, la sua arma … era assai più degenerata che non le armi di distruzione di massa, ed egli si era convinto che con essa poteva gettare il terrore sugli altri. Saddam fece uscire dal carcere decine di migliaia dei più incalliti criminali e assassini, dopo aver eliminato gli ultimi prigionieri politici che aveva fra le mani.”
“Pertanto la liberazione dell’Iraq è come un riscatto, una liberazione estremamente benedetta e positiva, anche se Germania, Francia, Russia, Cina e gli arabi dicono altrimenti.” (1)
L’occupazione dell’Iraq non significa colonialismo
“Non c’è dubbio che l’occupazione, il regime militare e l’amministrazione civile sono umilianti … ma, nel caso dell’Iraq, sono una soluzione buona e sana e la più promettente … La civiltà umana ha già rinunciato allo sfruttamento di nazioni per mano di altre nazioni, perciò, realisticamente, questa occupazione non ha nulla in comune col vecchio colonialismo … e se le nazioni del mondo e la pubblica opinione mondiale sono con noi … questa occupazione diventerà tollerabile e ci porterà considerevoli benefici.”
“Certamente, un’occupazione che ha luogo nel 21° secolo, in un mondo per lo più libero, è dolorosa. Ma che cosa ci ha gettato in questa condizione … Non è forse colpa [di Saddam] se gli iracheni non erano in grado di cambiare il [loro regime] con le armi e il diretto intervento militare? Chi ci ha portato alle situazione per la quale gli iracheni sono stati costretti a chiedere ad americani e inglesi di intervenire nel loro paese e di cacciare Saddam e la banda di Ali il chimico …? Non è forse stato il silenzio dei paesi arabi a portarci a questo …?”
“L’amministrazione civile è la soluzione più efficace e salutare … per il futuro dell’Iraq, che ci auguriamo sia migliore dei passati cinquanta sanguinosi anni dell’era repubblicana: la repubblica del dittatore Abd Al-Karim Qassem, la repubblica dei fratelli [Abd Al-Salam e Abd Al-Rahman] ‘Aref e i due mandati del partito Ba’ath [presieduti da Saddam].” (2)
Non si può fare a meno dell’aiuto degli americani
“L’Iraq e tutta la regione sono sulla soglia di cambiamenti epocali … La mia terra ha toccato un grado di devastazione quale altri [paesi di quest’area] non hanno mai subito… Tutti sappiamo che gli americani, che si sono assunti il compito di operare il cambiamento, sono gli apripista per eliminare un regime sanguinario di cui il mondo non ha mai visto l’uguale … [Dobbiamo riconoscere] onestamente che se vogliamo realizzare un vero cambiamento in Iraq, che non si limiti a scalfire superficialmente, ma che vada nel profondo, non c’è altro mezzo se non [l’aiuto americano].”
“Noi iracheni abbiamo già dimostrato la nostra impotenza. A dispetto di tutte le nostre ideologie, i nostri leader, le masse e le armi che possediamo, abbiamo provato la nostra incapacità a muovere anche un solo pelo nei baffi di Saddam … e dal momento, che solo gli americani sono in grado di cambiare l’Iraq e che sono l’unico braccio capace di raggiungere il ladro nella sua tana, il terrorista nella sua grotta e il despota nella sua fortezza nascosta … non c’è altra via se non l’aiuto americano …”
L’ombrello americano serva per rieducare i nostri leader
“Io, insieme coi terrorizzati, dimenticati iracheni senza volto, vogliamo cordiali rapporti con gli americani. Rapporti che non diano la possibilità a tecnocrati bancarottieri di manovrare e alzare le loro teste vuote per chiedere la sovranità nazionale, attraverso la quale verremmo dominati dai loro falsi e antiquati slogan, quegli stessi che ci hanno portato all’attuale stato di degradazione … Per decenni fummo governati da organizzazioni terroristiche, agenti di Ali il Chimico, contrabbandieri, magnaccia, forze arcaiche come dinosauri e violente demagogie. Rifiutiamo il concetto di un ombrello americano che consenta a vecchi slogan o a un despota … di derubarci del nostro futuro col pretesto della sovranità nazionale … Non è questo che vogliamo.”
“Quello che vogliamo è una protezione che crei scenari aperti in cui possiamo riesaminare a fondo i nostri presupposti, proprio come è successo Germania, Corea del Sud e altri stati liberati dagli americani …” (3)
Note
(1) “Si tratta di liberazione, anche se il mondo intero dice il contrario”, Al-Sharq Al-Awsat (Londra), 29 settembre 2003
(2) “Diretto controllo americano, o il caos”, Al-Sharq Al-Awsat (Londra), 24 marzo 2003
“Un futuro iracheno sicuro sotto la protezione americana”, Al-Sharq Al-Awsat (Londra), 9 gennaio 2003


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