dal quotidiano liberaldemocratico Il Giornale........
" il Giornale del 22/10/2003
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Il nuovo Ulivo è già vecchio
Renzo Foa
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Prodi sì, Prodi no, Prodi forse. È proprio vecchio questo nuovo Ulivo. Il grande dibattito sul partito unico dei riformisti o sulla lista comune alle europee come primo passo in quella direzione si infrange sul nome del candidato premier. Basta un momento di sincerità di Fassino (raccolto da un cronista del Giornale), con la rivendicazione aperta della supremazia dei Ds, anzi di più, con la sottolineatura del loro diritto all'investitura, per riaprire l'antica questione del leader e, nello stesso tempo, una vecchia ferita mai chiusa: quel benservito che venne dato nell'autunno del 1998 all'attuale presidente della Commissione europea, trattato alla stregua di un abusivo e sostituito a Palazzo Chigi da D'Alema che era il socio di maggioranza della coalizione.
C'era da aspettarsi che le reazioni della Margherita fossero della stessa intensità dello schiaffo ricevuto. Finora era stato Prodi a condurre la partita e a dettare i tempi della costruzione elettorale in vista delle europee di primavera. E finora Fassino non aveva perso occasione di dire e ripetere che proprio l'ex presidente del Consiglio avrebbe dovuto guidare la possibile lista unica dei riformisti: avrebbe suonato come il ritorno al cavallo vincente del 1996, alla figura capace di rappresentare e garantire, poi in vista delle politiche, le diverse anime della coalizione, fino a Rifondazione e ai girotondi. Sarebbe stato il ritorno al passato, allo spirito originario dell'Ulivo, una sorta di amnistia per la stagione delle lacerazioni e delle liti. Ma l'incantesimo si è rotto. Sembra di essere tornati ai toni di fastidio con cui, cinque anni fa, i Ds accolsero la notizia della lista dell'Asinello e alla successiva lunga stagione delle risse di vertice.
Ma la discussione, anzi la polemica, riguarda solo il nome del candidato premier, per un appuntamento elettorale che tra l'altro è ancora lontano o c'è qualcosa di più? A cosa si deve questo ritorno improvviso della "sindrome dell'Ulivo", che fino a ieri sembrava diventata un'esclusiva malattia della Casa delle libertà? In realtà il vero grande problema che ha davanti il centrosinistra - e che i toni alti della sua opposizione al governo Berlusconi hanno - in qualche modo oscurato - resta quello di sempre, cioè non chi deve guidarlo, ma i suoi equilibri interni e le scelte strategiche. Forse è un caso, ma non è difficile vedere una coincidenza tra questa polemica sulla leadership e il fatto che la partita sulla riforma delle pensioni e il voto dell'Onu sull'Irak hanno costretto Fassino ad una correzione della sua linea, che ha provocato malumori, divisioni e mal di pancia. Bastano cioè piccoli cenni di ritorno alla politica - uscendo dalla trincea del comitato di liberazione anti berlusconiano - per riaprire nel centrosinistra tutte le questioni irrisolte. A cominciare dal fatto che i Ds non solo sono il partito più forte, ma sono decisi a far pesare il loro ruolo. È quella che potrebbe essere definita la "sindrome D'Alema", che non ha mai accettato di essere il proprietario dei voti capaci di portare un leader alleato a Palazzo Chigi. La frase dell'attuale segretario della Quercia non lascia spazio a equivoci: ha rivendicato al suo partito il merito del successo elettorale di primavera, anche dove hanno vinto l'irregolare Illy e il cattolico Gasbarra, e ne ha tratto seccamente le conseguenze. Da qui è nata la visione di un Prodi usa e getta. Da usare alle europee, come leader della lista dei riformisti, e da gettare subito dopo per lasciar posto a un candidato deciso al Botteghino. Lo stesso Fassino?
Poi vengono gli altri problemi irrisolti del centrosinistra, la contraddizione di fondo tra il marchio riformista e la ribollente anima antagonista di Rifondazione, dei Verdi, degli stessi cossutiani. Vedremo, su questo terreno, cosa succederà nel dibattito parlamentare sull'Irak, ma per il segretario dei Ds non è facile tornare indietro. E vedremo anche cosa accadrà quando si entrerà nel vivo della riforma previdenziale. Le disavventure di Schr=der in Germania non sono di buon auspicio.
Insomma, l'Ulivo torna ad essere se stesso nel momento in cui deve misurarsi su scelte concrete. Si divide, litiga, rivela tutta la difficoltà di un'alleanza in cui la forza maggiore, la Quercia, pur avendo più voti degli altri, continua a costituire il problema maggiore. È rimasto un partito "post", conserva una pretesa egemonica sugli alleati, non scioglie i nodi del suo rapporto con i problemi di fondo di una moderna democrazia occidentale e, infine, non ha perso neppure il vizio di licenziare Romano Prodi. "
Saluti liberali




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