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Discussione: Il muro degli....

  1. #11
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    Predefinito La vittoria....

    ....insabbiata

    Pubblichiamo un articolo tratto dal prossimo numero di Limes, rivista di geopolitica diretta da Lucio Caracciolo, che uscirà il 7 novembre e che si intitola:
    “La vittoria insabbiata”.

    Israele ha bisogno di un muro divisorio per impedire che i suoi cittadini vengano uccisi dai terroristi. Durante gli ultimi tre anni ha subìto perdite equivalenti a quelle degli attentati dell’11 settembre. Ma, stranamente, non dispone di un solido sistema di difesa lungo la frontiera con la Cisgiordania. E chi si oppone alla sua costruzione sostiene di fatto il terrorismo e nega il più elementare diritto dello Stato ebraico a proteggere i suoi cittadini. […] Il progetto attuale, più circoscritto, relativo al muro interesserà solo una piccola parte della Cisgiordania e un numero limitato di palestinesi. Ma al pari di tutte le questioni riguardanti Israele e il conflitto con i palestinesi, anche questa è avvolta in un curioso alone di mistificazioni, percezioni errate e palesi menzogne […]

    Ma partiamo dal principio. A quanto pare, i palestinesi vogliono un loro Stato, separato da Israele e lungo i suoi confini. Qualsiasi iniziativa che tenda a dividere i due territori è un passo in quella direzione e nei loro interessi. Ma i loro capi hanno lanciato una campagna contro il muro e in realtà anche contro l’idea di una separazione permanente proposta dall’ex primo ministro israeliano Ehud Barak.
    E ciò per due ragioni. La prima è che la loro strategia principale si basa sulla vulnerabilità della popolazione israeliana di fronte al terrorismo.
    La seconda è che l’obiettivo ultimo di Yasser Arafat è la conquista di Israele anziché la creazione di uno Stato palestinese indipendente.
    Quest’ultimo, egli è convinto, può essere accettato solo se non ostacola il prolungamento della lotta per ottenere l’intero territorio.
    Gran parte del mondo condivide il giudizio negativo sul muro, che viene dipinto in modo caricaturale come uno strumento di apartheid e persino di genocidio o come un tentativo di annessione di ampie zone della Cisgiordania.
    Questo è l’atteggiamento di chi pretende che l’unico problema nel Medio Oriente sia costituito dal tentativo d’Israele di difendersi, ignorando gli innumerevoli attacchi compiuti grazie alla possibilità di attraversare una frontiera praticamente aperta.
    Attentatori suicidi aggirano sparsi posti di controllo nascondendo esplosivi lungo il percorso senza quasi alcun rischio od ostacolo. Qualsiasi altro paese al mondo si trovasse di fronte a una situazione simile erigerebbe una barriera e nessuno gli contesterebbe questo diritto.

    Dietro tutti i doppi discorsi
    Le critiche a Israele riguardo al muro ignorano il fatto semplice ed evidente che il suo rifiuto, all’interno del paese, proviene dalla destra, proprio perché secondo quest’ultima esso non rappresenta l’“appropriazione” del 3 per cento della Cisgiordania ma l’abbandono del 97 di quel territorio.
    Dietro tutti i doppi discorsi, c’è l’idea cinica che si possano ottenere maggiori consensi se chiunque risiede entro i confini di Israele si trova esposto a rischi uguali a quelli dei coloni che hanno scelto di vivere in mezzo ai Territori occupati.
    Ma anche dal punto vista della destra, l’opposizione al muro è un grave errore. Rafforzando le difese del paese, questa barriera infatti libera forze e risorse che l’esercito potrà concentrare per proteggere chi vive al di là di essa. E riducendo le perdite israeliane, accrescerà la sua volontà politica e la sua capacità economica di affrontare il conflitto cui è stato costretto.
    Sebbene il muro simboleggi la propensione di Israele a restituire, in linea di principio, la maggior parte della Cisgiordania, è chiaramente una misura temporanea contro una minaccia immediata, come dimostrano situazioni precedenti, quali ad esempio lo smantellamento di costosi sistemi difensivi – dapprima nel Sinai e poi in Cisgiordania –allorquando ciò è apparso opportuno in vista di accordi di pace o intese diplomatiche.
    Il muro, inoltre, non è stato costruito zelantemente per ragioni politiche, bensì con riluttanza a scopo di autodifesa.
    […] Nessuno vorrebbe sprecare soldi per erigere una simile barriera se non esistesse un pericolo quotidiano che rende necessaria questa scelta. Se gli attentati dei palestinesi cessassero, o anche se almeno i loro capi si sforzassero davvero di prevenirli, il progetto sarebbe immediatamente abbandonato. Al di là dei contrasti politici, molti sostengono, assurdamente, che non si tratterebbe di una difesa efficace.
    Ma chi non rischia la vita o non conosce bene questi problemi non dovrebbe essere ascoltato. Non stiamo parlando di un recinto di filo spinato […] ma di una solida costruzione, lungo la linea difensiva strategicamente più importante, dotata dei più moderni sensori e dispositivi elettronici di sorveglianza, che non permetterà più infiltrazioni nottetempo. Se terroristi o agenti in avanscoperta si avvicinano, i soldati di vedetta possono subito accorrere; e se qualcuno riesce a passare, scatterà un allarme e inizierà l’inseguimento. Questo sistema si è rivelato efficace lungo il perimetro della Striscia di Gaza e la frontiera col Libano. Si avvale di una tecnologia che altri paesi, come l’India, sono pronti a importare per difendere i confini.
    Il numero di attentati terroristici a buon fine all’interno di Israele […] si ridurrà a zero? Probabilmente no. Ma significa “
    semplicemente” che la stragrande maggioranza sarà sventata evitando centinaia di morti e migliaia di feriti.
    Nonostante le lagnanze dei dirigenti palestinesi, sarà una cosa buona anche per il loro popolo. Quanto più ridotto è il numero di attentati in Israele, tanto minore è la necessità di azioni difensive e di rappresaglia. Meno vittime israeliane significherà pertanto meno perdite anche per i palestinesi. Non solo, ma dimostrando che la strategia terroristica di Arafat ha fallito, ciò potrebbe incoraggiare questi ultimi a porre fine alla guerra in corso e a impegnarsi in seri negoziati di pace. […]

    Barry Rubin
    (traduzione di Mario Baccianini)

    la vecchia cara ricca liberale cristiana Europa che si fa proteggere dall'odiata America ( mostrandosi ritrosa come una puttanella maliziosa) e non accetta che Israele protegga il suo popolo.

    saluti

    •   Alt 

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  2. #12
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    da www.carlopelanda.com

    " Il muro serve a difendere Israele dall’antisemitismo dell’Onu e dai pacificatori dilettanti



    Di Carlo Pelanda (28-10-2003)





    Moenibus se defendere. Il pensiero strategico standard di solito sconsiglia il ricorso a barriere fisse per scopi di difesa, ma molti suoi cultori stanno segnalando che il muro di separazione tra israeliani e palestinesi sia, per il teatro specifico, un’ottima mossa. Non tanto per la difesa contro il terrorismo. Infatti la presenza del muro costringerà i guerriglieri ad un salto di qualità operativo. Cosa che presenta un certo vantaggio per la difesa: i terroristi, costretti ad attuare offensive e penetrazioni più raffinate, dovranno organizzarsi meglio e quindi emettere più segni intercettabili preventivamente dall’antiterrorismo. Ma anche uno svantaggio notevole: per lo stesso motivo i terroristi dovranno alzare il tiro cercando un maggiore effetto devastante da ogni singolo colpo perché sarà più difficile metterlo a segno. Quindi il muro riduce un po’ la pressione sui civili, ma al prezzo di un rischio crescente sul piano della qualità degli attentati. In sintesi, dall’analisi tecnica si ricava che il muro è utile a ridurre la frequenza degli omicidi contro la popolazione, ma ad un costo molto elevato. E un tale sbilanciamento tra mezzi e fini non è nella tradizione del pensiero strategico israeliano. Quindi è probabile che l’utilità del muro sia calcolata in relazione ad un’altra missione di difesa, diversa da quella detta sopra. Quale? In prima ipotesi, contro i tentativi di pacificazione gestiti dalla comunità internazionale. Questi sono dilettanteschi e comunque influenzati da un crescente antisemitismo. In tale situazione Israele ha la priorità di definire i propri confini prima che lo facciano altri e di congelare la questione palestinese come un qualcosa che non la riguardi oltre misura. L’idea del muro appare perfetta per ambedue gli scopi. Definisce, infatti, un “limes” concreto che implica la rinuncia alla Cisgiordania, ma alle condizioni che Gerusalemme ritiene accettabili territorialmente. Blocca altrettanto concretamente l’estrema destra israeliana sia nazionalista sia religiosa che vorrebbe il dominio su tutto l’antico territorio biblico. Risolve il problema del rapporto tra israeliani e palestinesi nel modo più semplice ed efficace: la separazione fisica. In generale, il muro è il mezzo con cui Israele crea una strada di pacificazione con i palestinesi senza che vi sia bisogno di negoziati troppo complicati: voi siete di la, arrangiatevi. In conclusione, lo scenario mostra che il muro è una mossa efficiente di difesa contro sia l’antisemitismo dell’Onu sia l’eccessiva e confusa internazionalizzazione del caso. Disperata, ma geniale.

    Carlo Pelanda
    "


    Shalom!!!

  3. #13
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    Predefinito L'altra campana......

    da www.israele.net

    " Israele: "Totalmente sbagliato il rapporto Onu sul cosiddetto Muro"

    14 novembre 2003

    Il rapporto sulla barriera di sicurezza diffuso all'inizio della settimana dall'Onu e' "totalmente sbagliato, persino per gli standard dei rapporti delle Nazioni Unite". Lo hanno dichiarato fonti del ministero degli esteri israeliano.
    Il rapporto, preparato dall'Ufficio per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA), afferma che, una volta completata la barriera, circa 274.000 palestinesi si ritroverebbero sul versante israeliano di essa, cifra che secondo il ministero degli esteri israeliano non supera in realta' le 100.000 persone. Secondo il rapporto, inoltre, "piu' di 400.000 palestinesi che vivono a est del Muro si troverebbero nella necessita' di attraversarlo per raggiungere servizi e posti di lavoro. Cio' significa che circa 680.000 palestinesi, pari al 30% della popolazione palestinese di Cisgiordania, sara' direttamente danneggiata dal Muro. A tutt'oggi - continua il rapporto - i progetti del governo israeliano non contengono informazioni circa punti di passaggio attraverso il Muro".
    Il ministero degli esteri israeliano spiega invece che esistono gia' 42 punti di passaggio nella barriera e che la barriera stessa e' composta per il 95% da una rete dotata di sensori elettronici e piste di pattugliamento, mentre solo il 5% di essa consiste in vere e proprie barriere di cemento, la' dove piu' alto e' il pericolo di infiltrazione terroristica e tiro di cecchini.
    Il rapporto Onu sostiene che il 14,5% della Cisgiordania si ritroverebbe tra la barriera e la Linea Verde (ex linea armistiziale fra Israele e Giordania dal 1949 al 1967). Il ministero degli esteri israeliano smentisce la cifra, ricordando che persino il rapporto pubblicato recentemente da un'altra agenzia Onu (UNDP, United Nations Development Program) parla di 4% del territorio.
    Il rapporto sulla barriera, conclude il ministero degli esteri israeliano, "non fa altro che minare la credibilita' e l'affidabilita' dell'Onu. Esso e' il frutto di un lavoro dilettantesco che si limita a riportare quanto sostiene la propaganda palestinese".
    Israele ha deciso di erigere la costosa barriera difensiva sulla linea di demarcazione con la Cisgiordania, analogamente a quanto esiste gia' sulla linea di demarcazione con la striscia di Gaza e sul confine con il Libano, solo dopo tre anni di attentati e stragi nelle citta' israeliane, specificando che si tratta di uno strumento difensivo volto a ostacolare le infiltrazioni terroristiche, e non di un confine politico o militare.
    "Pensiamo che l'Onu stia giocando coi numeri - ha dichiarato la portavoce del ministero della difesa israeliano Rachel Niedak-Ashkenazi - Noi abbiamo un numero preciso: sei milioni e mezzo di israeliani saranno meglio protetti dalle stragi del terrorismo quando la barriera sara' completata".
    Recentemente il numero di infiltrazioni terroristiche e' vistosamente calato nella parte di Israele gia' protetta dalla barriera.

    (Jerusalem Post, israele.net, 12.11.03)
    "


    Shalom!!!

  4. #14
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    Predefinito Re: L'altra campana......

    In origine postato da Pieffebi
    da www.israele.net

    " Israele: "Totalmente sbagliato il rapporto Onu sul cosiddetto Muro"

    14 novembre 2003

    Il rapporto sulla barriera di sicurezza diffuso all'inizio della settimana dall'Onu e' "totalmente sbagliato, persino per gli standard dei rapporti delle Nazioni Unite". Lo hanno dichiarato fonti del ministero degli esteri israeliano.
    Il rapporto, preparato dall'Ufficio per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA), afferma che, una volta completata la barriera, circa 274.000 palestinesi si ritroverebbero sul versante israeliano di essa, cifra che secondo il ministero degli esteri israeliano non supera in realta' le 100.000 persone. Secondo il rapporto, inoltre, "piu' di 400.000 palestinesi che vivono a est del Muro si troverebbero nella necessita' di attraversarlo per raggiungere servizi e posti di lavoro. Cio' significa che circa 680.000 palestinesi, pari al 30% della popolazione palestinese di Cisgiordania, sara' direttamente danneggiata dal Muro. A tutt'oggi - continua il rapporto - i progetti del governo israeliano non contengono informazioni circa punti di passaggio attraverso il Muro".
    Il ministero degli esteri israeliano spiega invece che esistono gia' 42 punti di passaggio nella barriera e che la barriera stessa e' composta per il 95% da una rete dotata di sensori elettronici e piste di pattugliamento, mentre solo il 5% di essa consiste in vere e proprie barriere di cemento, la' dove piu' alto e' il pericolo di infiltrazione terroristica e tiro di cecchini.
    Il rapporto Onu sostiene che il 14,5% della Cisgiordania si ritroverebbe tra la barriera e la Linea Verde (ex linea armistiziale fra Israele e Giordania dal 1949 al 1967). Il ministero degli esteri israeliano smentisce la cifra, ricordando che persino il rapporto pubblicato recentemente da un'altra agenzia Onu (UNDP, United Nations Development Program) parla di 4% del territorio.
    Il rapporto sulla barriera, conclude il ministero degli esteri israeliano, "non fa altro che minare la credibilita' e l'affidabilita' dell'Onu. Esso e' il frutto di un lavoro dilettantesco che si limita a riportare quanto sostiene la propaganda palestinese".
    Israele ha deciso di erigere la costosa barriera difensiva sulla linea di demarcazione con la Cisgiordania, analogamente a quanto esiste gia' sulla linea di demarcazione con la striscia di Gaza e sul confine con il Libano, solo dopo tre anni di attentati e stragi nelle citta' israeliane, specificando che si tratta di uno strumento difensivo volto a ostacolare le infiltrazioni terroristiche, e non di un confine politico o militare.
    "Pensiamo che l'Onu stia giocando coi numeri - ha dichiarato la portavoce del ministero della difesa israeliano Rachel Niedak-Ashkenazi - Noi abbiamo un numero preciso: sei milioni e mezzo di israeliani saranno meglio protetti dalle stragi del terrorismo quando la barriera sara' completata".
    Recentemente il numero di infiltrazioni terroristiche e' vistosamente calato nella parte di Israele gia' protetta dalla barriera.

    (Jerusalem Post, israele.net, 12.11.03)
    "


    Shalom!!!
    ------------------------------
    Quella autentica perchè "legittimata" schifezza dell'attuale Onu.
    Dicono: vogliamo l'Onu in Iraq.
    Poi si ritrovano un funzionario siriano a capo della missione.
    Come ci ritroviamo un libico a capo della Commissione per i Diritti Umani.
    Una schifezza
    saluti

  5. #15
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    Predefinito

    Purtroppo la Siria è membro del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. E lo è....indovinate al posto di chi? dell'italietta dell'Ulivo che si è lasciata estromettere.
    Purtroppo i kompagni e i kamerati, amici della "causa palestinese", e che sostengono ogni sciocchezza in grado di allontanare la pace, basta che danneggi Israele e i "sionisti", non hanno nulla da eccepire sul ruolo assunto da paesi come la Siria e altre piccole potenze canaglia nelle massime istituzioni internazionali. Si preoccupano solo dei cattivi veri: Gli Usa, le altre grandi democrazie occidentali (salvo quando litigano con gli USA), il libero e democratico Stato d'Israele.....
    In effetti i kompagni e i kamerati sono figli, eredi e nostralgici di regimi totalitari, guerrafondai (sul serio), antisemiti, antisionisti e più simili alla Siria e all'Iraq di Saddam che non agli Usa, ad Israele e all'Italia o alla Spagna moderna. Ogni volta che aprono bocca su questi argomenti non dimostrano nulla, proprio nulla, contro i loro nemici( ei loro pazienti contraddittori), ma ogni parola dei loro sproloqui può essere usata contro di loro.......in quanto è un'autoaccusa.

    Shalom!!!

  6. #16
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    Predefinito

    da www.israele.net

    " Tante immagini, poca verita'

    5 dicembre 2003

    Da qualche tempo le principali agenzie di stampa internazionali, come AP e Reuters, diffondono praticamente ogni giorno una serie di immagini, puntualmente riprese da molti organi di stampa in tutto il mondo, che ritraggono la barriera difensiva in costruzione fra Israele e Cisgiordania come un'imponente muraglia di cemento.
    Si tratta di un caso di foto-giornalismo che distorce la realta' sul terreno.
    Infatti, su 720 km di barriera difensiva progettati da Israele, meno del 3% e' effettivamente costituito da una struttura in cemento, mentre tutto il resto e' composto da un sistema difensivo fatto di reti e piste di pattugliamento, con telecamere e sensori di sorveglianza. Ma agenzie e mass-media non mostrano praticamente mai immagini che documentino in cosa consiste realmente il 97% della barriera.
    Le sezioni di vero e proprio muro vengono costruite soltanto in alcuni brevi tratti ad alto rischio, dove negli ultimi tempi si sono registrati non solo infiltrazioni di terroristi, ma anche numerosi tiri di cecchini palestinesi che hanno aperto il fuoco su veicoli civili in transito su strade israeliane. E' cosi', ad esempio, che nel giugno scorso e' stato ucciso Noam Leibovitch, un bambino israeliano di sette anni, mentre era in viaggio nell'auto dei suoi genitori su una strada nei pressi di Kalkilya.
    La barriera difensiva rappresenta una misura temporanea volta ad ostacolare le attivita' dei terroristi. Qualunque barriera difensiva - ricordano al ministero degli esteri israeliano - puo' essere rimossa in qualunque momento; quello che e' irreversibile e' la morte della gente per mano dei terroristi.
    I disagi causati dalla costruzione della barriera cesseranno nel momento stesso in cui, con la cessazione del terrorismo e il raggiungimento di una vera pace, verra' meno la necessita' di una barriera ed essa potra' essere rimossa.
    In questo contesto si puo' ricordare che, negli anni successivi alla guerra dei sei giorni (1967), le forze armate israeliane edificarono un baluardo difensivo lungo la sponda est del Canale di Suez (la cosiddetta Linea Bar Lev) fatto di bunker e trincee, interamente in territorio egiziano, molto piu' massiccio e costoso della barriera oggi in costruzione. Ebbene, con la firma dei primi accordi di disimpegno e poi dell'accordo di pace fra Israele ed Egitto (1974-79), la Linea Bar Lev venne totalmente smantellata, e i territori egiziani interamente restituiti.
    Descrivendo, con le parole e un uso malizioso delle immagini, la barriera difensiva israeliana come una sorta di irremovibile muraglia cinese, molti mass media stanno facendo una attiva opera di disinformazione.

    Si veda anche: Una barriera legittima e opportuna

    (HonestReporting, israele.net, 4.12.03)
    "

    Shalom!!!

  7. #17
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    Predefinito Aperto il dialogo fra Israele e....

    ...Europa, grazie all'Italia

    Roma. Il primo ministro israeliano Ariel Sharon ha tenuto ieri a Gerusalemme una riunione straordinaria per discutere le implicazioni della decisione dell’Onu di passare la questione del muro all’attenzione della Corte internazionale dell’Aia.
    Il premier ha ribadito che Israele ha “buone ragioni” per procedere nella costruzione, ma che le deve spiegare e diffondere meglio. Ciò non toglie che nello Stato ebraico stia crescendo una nuova consapevolezza sul fatto che l’erezione della barriera di separazione tra Israele e i territori palestinesi possa creare problemi internazionali concreti.

    In una riunione a porte chiuse tra israeliani e palestinesi organizzata nei giorni scorsi a Cadenabbia, sul Lago di Como, dalla fondazione tedesca Konrad Adenauer (legata al Cdu, il partito democristiano) e dall’Ipcri (Israel-Palestine Center for research and Information), la questione è stata discussa a fondo da 24 rappresentanti israeliani e palestinesi, tra cui esperti di diritti umani, accademici, tecnici, ma anche funzionari del ministero degli Esteri e di quello delle Finanze di Israele, nonché uomini vicini al governo di Abu Ala. Si è parlato del segmento di muro che è in costruzione attorno a Gerusalemme, che provoca notevoli problemi umanitari ed economici ai quartieri e ai villaggi palestinesi. Il confronto, definito “molto franco e spesso non facile, ma necessario”, ha portato le parti a una conclusione comune espressa in una dichiarazione che verrà presentata anche ai rispettivi governi.
    “Benché – ha espresso la dichiarazione – ci siano israeliani a favore della costruzione di una barriera di separazione che difenda Israele dal terrorismo e benché ci siano palestinesi che tollererebbero tale barriera se costruita sulla linea verde, qualsiasi cambiamento territoriale venga apportato in questi giorni nell’area di Gerusalemme non serve alla sicurezza di Israele e non può essere sopportato dai palestinesi da un punto di vista economico e sociale”.
    La nuova sensibilità israeliana sulla problematica creata dal tracciato della barriera difensiva è stata stimolata da un lungo lavoro di dialogo e di pressione fatto sia dall’Amministrazione americana, sia dalla presidenza italiana durante i mesi del semestre Ue.
    “Abbiamo indicato la necessità che la barriera di sicurezza non invada il territorio palestinese”, ha spiegato lo stesso ministro degli Esteri, Franco Frattini, durante l’Euromed di Napoli la scorsa settimana. “E’ evidente che le ragioni di sicurezza e lotta al terrorismo sono una ragione fondamentale per lo Stato di Israele, tuttavia abbiamo indicato la necessità che il tracciato di quella barriera di sicurezza non invada il territorio palestinese. E’ un’opinione che abbiamo in più occasioni con grande franchezza detto ai nostri amici israeliani”.

    Fonti europee confermano che da quando l’Italia ha assunto la presidenza Ue è stata fatta una pressione continua su Israele affinché tenga conto degli aspetti umanitari palestinesi implicati nella costruzione del muro e del necessario accesso ai luoghi santi”. La presidenza Ue, “pur prendendo atto che il governo israeliano asserisce a tale costruzione motivi di sicurezza su cui è difficile interloquire e del fatto che oltre l’80 per cento dell’opinione pubblica si è più volte dichiarato a favore di una barriera di difesa che prevenga gli attacchi terroristici”, ha tuttavia ribadito a ogni occasione che il tracciato della barriera deve rimanere sulla linea verde, ovvero lungo il confine precedente il giugno 1967.

    La disponibilità di Sharon
    Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, allineato alle conclusioni della Conferenza Affari Generali Ue del 18 novembre e della Conferenza associazione Ue-Israele del giorno successivo, ha illustrato la problematica del muro all’amico Sharon durante la sua visita a Roma negli stessi giorni.
    E perfino il vicepremier Gianfranco Fini, pur dichiarandosi più volte solidale con la necessità di Israele di difendersi, non ha nascosto, durante i colloqui bilaterali avuti in Israele, “forte preoccupazione per la questione umanitaria che l’erezione del muro potrà provocare”, collegando il discorso anche alla situazione in cui si troveranno alcuni conventi e luoghi santi.
    L’Italia ha quindi riportato in diversi consessi la considerazione europea che la costruzione di un muro, capace di strozzare le aree palestinesi e confiscarne territori agricoli, sia “contraria al ripristino di un clima di fiducia tra i due popoli”. “Peraltro – viene fatto notare dagli addetti ai lavori – si tratta di una posizione assolutamente parallela a quella tenuta dagli Stati Uniti negli ultimi tempi, la quale sta dando i suoi risultati”.
    L’Italia ha inoltre, sui luoghi santi, diritti ex antiquo, avendone più volte nella storia garantito la protezione.
    Su questo punto ha agito spesso in parallelo con la Santa Sede, suggerendo a Israele di trovare soluzioni concrete. “L’insistenza è stata tale – viene spiegato – che Israele ha cominciato a mostrare una certa disponibilità e anzi, due mesi fa, si è dichiarato disponibile ad avere con l’Unione europea un confronto sulla questione della barriera come ha fatto molto tempo fa con l’Amministrazione di Bush”.
    Il governo di Gerusalemme ha proposto di inviare subito a Bruxelles i due consiglieri più stretti di Sharon, Dov Weisglass e Amos Gilad, per un giro di consultazioni.
    Dall’Ue si è insistito tuttavia che fosse Sharon a ricevere a Gerusalemme l’inviato dell’Unione per il Medio Oriente, Marc Otte (boicottato invece dal premier israeliano per aver prima incontrato Arafat). Nessuno dei due incontri si è per ora verificato, ma resta la disponibilità di Israele a discutere sulla barriera con gli europei.

    Simonetta Della Seta su il Foglio del 9 dicembre 2003

    saluti

  8. #18
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    Predefinito I paradossi di Israele...

    ....sconosciuti ai più

    Gerusalemme. Basta atterrare per rendersi conto di essere in una terra di paradossi estremi.
    Una volta scesi dall’aereo ci vogliono meno di venti minuti per passare il controllo passaporti e ritirare il bagaglio: l’aeroporto internazionale di Tel Aviv mostra un’efficienza che rende Fiumicino un brutto ricordo.
    Ma, giunti al controllo dogana si presenta una scena diversa.
    Da due mesi il paese è sconvolto da scioperi selvaggi: i sindacati sono insorti contro le riforme economiche volute da Ariel Sharon e dal ministro delle Finanze, Benjamin Netanyahu, che si sono presi il compito di smantellare il pachidermico stato sociale israeliano, riducendo il settore pubblico, tagliando le pensioni, i sussidi ai disoccupati e gli assegni familiari, e abolendo privilegi antichi tra i dipendenti del settore pubblico e delle partecipazioni statali. Risultato: all’arrivo i doganieri, per protesta, controllano ogni passeggero, ogni valigia, per sensibilizzare l’opinione pubblica. L’altro giorno quest’opera di sensibilizzazione ha provocato cinque ore di coda ed è costata, insieme agli altri scioperi, un miliardo di dollari a un’economia che bene non sta.

    Così appare Israele: proiettato nel futuro dell’efficienza, della modernizzazione e dell’innovazione, ma prigioniero del passato.
    Ma le riforme economiche sono inevitabili.
    Gli Stati Uniti non avrebbero concesso le garanzie di prestito, e le maggiori banche internazionali avrebbero abbassato ulteriormente il rating.
    In una difficoltà economica quale quella in cui versa il paese, anche un governo laburista avrebbe fatto altrettanto.
    La povertà colpisce. I dati statistici dicono che il peggio sembra esser passato, ma la gente non sta bene. Ci sono anche segnali di ripresa: le banche hanno registrato un forte profitto, segno che i cittadini hanno ricominciato a pagare debiti, mutui e ipoteche. Anche l’economia tira di più e il mondo finanziario, che sostiene le riforme economiche, sembra aver assorbito lo shock del terrorismo.
    Anche a quel tipo di incertezza si abituano i mercati.
    Molti si chiedono se si abituerà mai la gente. Resistere al terrorismo si può, soffrire un po’ la fame si può, tutti e due insieme forse è troppo. Ecco perché in tanti si illudono che gli accordi di Ginevra offrano una via d’uscita.

    L’importanza della pioggia
    Tre eventi dominano le pagine dei giornali: il terrorismo palestinese, gli accordi di Ginevra, la pioggia.
    In una regione dove il deserto avanza e la popolazione cresce, la pioggia ha ancora un significato quasi religioso.
    Siccità non vuol dire soltanto razionamento, significa impossibilità di adempiere alcune clausole del trattato di pace con la Giordania, come il trasferimento di ingenti risorse idriche da Israele al regno hashemita; significa mettere a rischio le falde acquifere; significa una recrudescenza del conflitto coi palestinesi, costretti a condividere l’acqua con gli israeliani; significa investire in costosi impianti di desalinizzazione; significa salvaguardare il rapporto diplomatico con la Turchia, che potrebbe vendere acqua in cambio di tecnologia militare.

    L’acqua qui è specchio delle asperità e dell’estremismo che caratterizza questi luoghi.
    Qui non piove, diluvia, nel senso biblico. Il deserto non trattiene nulla: enormi masse d’acqua si precipitano verso il Mar Morto attraverso canali e greti, travolgendo tutto ciò che incontrano, compreso un autobus di studenti, che l’altro giorno hanno rischiato di annegare.
    Anche questo è Israele.
    Poi c’è il terrorismo palestinese, che continua a cercare le sue vittime. Due terroristi sono stati bloccati mercoledì. Uno voleva colpire un centro commerciale a Bet Shean, l’altro doveva farsi saltare in aria in una scuola di Yokne’am. Giovedì i draconiani controlli di frontiera israeliana, che sono oggetto di protesta di tante oltraggiate coscienze, hanno bloccato una macchina diretta a Gerusalemme Est, carica di esplosivi. E in Cisgiordania una soffiata ha permesso di scoprire una cintura con dieci chili di esplosivo, pronta a essere indossata e innescata. Di questo nessuno ha detto nulla a Ginevra.
    Jimmy Carter ha tuonato contro gli insediamenti e i palestinesi si sono scagliati contro Israele.
    Gli israeliani sono stati gli unici a usare un tono conciliante e a parlare di pace.
    Speranze per gli uni, recriminazioni per gli altri.
    Per fortuna che Ginevra rimane un accordo virtuale.
    Il testo non comporta un realistico compromesso, ma una resa israeliana di fronte al terrorismo che mette in pericolo il futuro economico e politico di Israele, la sua natura ebraica, lo costringe a cedere su tutto e non offre nulla in cambio, se non vaghe promesse non diverse da quelle date dai palestinesi a Oslo. Furono disattese allora, perché dovrebbe andare diversamente? La differenza tra i malvagi e gli stupidi è che il malvagio fa male agli altri per trarre vantaggi a se stesso, lo stupido riesce a danneggiare se stesso nell’atto di danneggiare gli altri.
    Yossi Beilin, che il giorno prima della firma ginevrina ha fondato un partito di sinistra, stupido non è: l’evento lo rigetta nella mischia politica e dà nuova forza alla sinistra israeliana.
    Jimmy Carter stupido non è, anche se l’auspicio da lui espresso che si potesse arrivare a una soluzione finale del conflitto non offre spunti di ottimismo.
    Ma Massimo D’Alema? Non possiamo dire che sia malvagio.
    A lui che stava in platea ad applaudire possiamo soltanto far notare l’assenza a Ginevra di un uomo che non è propriamente guerrafondaio: Shimon Peres, Nobel per la pace, non ha offerto il suo sostegno all’iniziativa.
    Di Israele a Ginevra mancavano governo e opposizione. Chi rappresentavano quei signori che firmavano con arroganza un documento che mette in pericolo il futuro del paese? Nessuno. Perché, che piaccia o no, in democrazia gli accordi li firmano i governi eletti dai cittadini, non i filosofi re.

    Emanuele Ottolenghi

    saluti

  9. #19
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    Predefinito La testa contro....

    ...il muro

    Dunque, il muro, la testa del mondo sbattuta contro il muro.
    In un battibaleno il muro di Israele è diventato il sostituto dei colori dell’arcobaleno nella bandiera pacifista: è il simbolo della carognaggine e della prepotenza del nemico militarista, capitalista, imperialista.
    A raccontarla a un bambino, dopo che l’Onu ci ha offerto il terzo, quarto pronunciamento solenne contro la prepotenza di Israele, costruttore di muri, la faccenda non è così complicata. Forse Israele non vuole la pace possibile, e sbaglia strada; forse sbaglia strada con Sharon, forse la sbaglia dal ’67, con tutti i governi, forse dal ’48, con tutte le guerre di indipendenza combattute e vinte.
    Forse.
    Forse i palestinesi non si sono mai emancipati dal “rifiuto arabo”, e ne sono diventati la più ricattatoria delle espressioni, forse, chissà, può darsi.

    Ma su un punto non esiste forse.
    Israele subisce un’aggressione terroristica.
    Per terrorismo si intende una lotta politica e ideologica che ha per scopo la distruzione dell’avversario e della sua capacità di combattere, e che dunque usa il mezzo estremo dell’odio indiscriminato e della distruzione indiscriminata, con preferenza per la morte di civili innocenti, di vecchi, donne e bambini assiepati sui bus che vanno a scuola, di avventori di ristoranti e pizzerie, di gente ignara seduta al caffè, stazionante alla prossima fermata, nei centri e nelle città dove una società esiste nella sua routine.
    Il muro invece non esiste. Lo vediamo tutte le sere nei tg, ma è lungo soli nove kilometri, è una barriera di cemento per impedire assalti alle auto lungo un’autostrada.
    Per il resto si tratta di un confine provvisorio, di un confine difensivo provvisorio segnato da un reticolato e da checkpoint, di un limes che ha per obiettivo evitare infiltrazioni di terroristi, bombe che scoppiano, morti a grappolo, paura universale, voglia di andarsene e di lasciare Israele a un destino di estinzione.
    E’ la difesa di una democrazia mediorientale non amata.
    E’ il contrario del Muro di Berlino, che era difesa dalla democrazia, barriera eretta per evitare la fuga verso la libertà, linea di custodia della schiavitù politica.
    Ma con il beneplacito dell’Onu e di molti ministri irresponsabili, il muro di Israele diventa ogni giorno di più la metafora della grande menzogna, il simbolo dell’annessionismo di questo “popolo forte, sicuro di sé, dominatore” (Charles de Gaulle).

    dove, se non su il Foglio

    saluti

  10. #20
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    da www.israele.net

    " ANALISI E COMMENTI

    Drastico calo degli attentati riusciti

    9 gennaio 2004

    Il numero di attentati terroristici anti-israeliani nel 2003 e' diminuito del 50% rispetto nell'anno precedente, e il numero di vittime degli attentati e' diminuito del 30%, grazie soprattutto alla continua azione anti-terrorismo delle forze di scurezza israeliane e all'ostacolo posto dai tratti di barriera difensiva gia' costruiti. E' quanto emerge dai dati diffusi giovedi' da fonti delle Forze di Difesa israeliane.
    Nel 2003 sono stati uccisi in attentati terroristici 213 israeliani (50 dei quali militari), contro i 451 israeliani uccisi in attentati palestinesi nel 2002. Il numero totale di attacchi terroristici nel 2003 e' stato di 3.838 contro i 5.301 dell'anno precedente.
    "Non bisogna credere che i palestinesi abbiano abbandonato la strategia del terrore contro Israele - precisa David Baker, dell'ufficio del primo ministro israeliano - La realta' e' che, per fortuna, quest'anno gli apparati di sicurezza israeliani sono stati capaci di prevenire o sventare la stragrande maggioranza dei tentativi di attentato".
    Le fonti della difesa israeliana sottolineano inoltre che le organizzazioni terroristiche palestinesi hanno modificato i loro metodi per cercare di mantenere alto il loro "prestigio", facendo uso sempre piu' spesso di donne e minorenni, persone con passaporto straniero e persino animali. Secondo le fonti israeliane, inoltre, la barriera di sicurezza e' stata decisiva nel determinare il forte calo di attentati riusciti.

    (Ha'aretz, 8.01.04)
    "

    Shalom!!!

 

 
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