Re: L'altra campana......
Citazione:
In origine postato da Pieffebi
da www.israele.net
" Israele: "Totalmente sbagliato il rapporto Onu sul cosiddetto Muro"
14 novembre 2003
Il rapporto sulla barriera di sicurezza diffuso all'inizio della settimana dall'Onu e' "totalmente sbagliato, persino per gli standard dei rapporti delle Nazioni Unite". Lo hanno dichiarato fonti del ministero degli esteri israeliano.
Il rapporto, preparato dall'Ufficio per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA), afferma che, una volta completata la barriera, circa 274.000 palestinesi si ritroverebbero sul versante israeliano di essa, cifra che secondo il ministero degli esteri israeliano non supera in realta' le 100.000 persone. Secondo il rapporto, inoltre, "piu' di 400.000 palestinesi che vivono a est del Muro si troverebbero nella necessita' di attraversarlo per raggiungere servizi e posti di lavoro. Cio' significa che circa 680.000 palestinesi, pari al 30% della popolazione palestinese di Cisgiordania, sara' direttamente danneggiata dal Muro. A tutt'oggi - continua il rapporto - i progetti del governo israeliano non contengono informazioni circa punti di passaggio attraverso il Muro".
Il ministero degli esteri israeliano spiega invece che esistono gia' 42 punti di passaggio nella barriera e che la barriera stessa e' composta per il 95% da una rete dotata di sensori elettronici e piste di pattugliamento, mentre solo il 5% di essa consiste in vere e proprie barriere di cemento, la' dove piu' alto e' il pericolo di infiltrazione terroristica e tiro di cecchini.
Il rapporto Onu sostiene che il 14,5% della Cisgiordania si ritroverebbe tra la barriera e la Linea Verde (ex linea armistiziale fra Israele e Giordania dal 1949 al 1967). Il ministero degli esteri israeliano smentisce la cifra, ricordando che persino il rapporto pubblicato recentemente da un'altra agenzia Onu (UNDP, United Nations Development Program) parla di 4% del territorio.
Il rapporto sulla barriera, conclude il ministero degli esteri israeliano, "non fa altro che minare la credibilita' e l'affidabilita' dell'Onu. Esso e' il frutto di un lavoro dilettantesco che si limita a riportare quanto sostiene la propaganda palestinese".
Israele ha deciso di erigere la costosa barriera difensiva sulla linea di demarcazione con la Cisgiordania, analogamente a quanto esiste gia' sulla linea di demarcazione con la striscia di Gaza e sul confine con il Libano, solo dopo tre anni di attentati e stragi nelle citta' israeliane, specificando che si tratta di uno strumento difensivo volto a ostacolare le infiltrazioni terroristiche, e non di un confine politico o militare.
"Pensiamo che l'Onu stia giocando coi numeri - ha dichiarato la portavoce del ministero della difesa israeliano Rachel Niedak-Ashkenazi - Noi abbiamo un numero preciso: sei milioni e mezzo di israeliani saranno meglio protetti dalle stragi del terrorismo quando la barriera sara' completata".
Recentemente il numero di infiltrazioni terroristiche e' vistosamente calato nella parte di Israele gia' protetta dalla barriera.
(Jerusalem Post, israele.net, 12.11.03) "
Shalom!!!
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Quella autentica perchè "legittimata" schifezza dell'attuale Onu.
Dicono: vogliamo l'Onu in Iraq.
Poi si ritrovano un funzionario siriano a capo della missione.
Come ci ritroviamo un libico a capo della Commissione per i Diritti Umani.
Una schifezza
saluti
Aperto il dialogo fra Israele e....
...Europa, grazie all'Italia
Roma. Il primo ministro israeliano Ariel Sharon ha tenuto ieri a Gerusalemme una riunione straordinaria per discutere le implicazioni della decisione dell’Onu di passare la questione del muro all’attenzione della Corte internazionale dell’Aia.
Il premier ha ribadito che Israele ha “buone ragioni” per procedere nella costruzione, ma che le deve spiegare e diffondere meglio. Ciò non toglie che nello Stato ebraico stia crescendo una nuova consapevolezza sul fatto che l’erezione della barriera di separazione tra Israele e i territori palestinesi possa creare problemi internazionali concreti.
In una riunione a porte chiuse tra israeliani e palestinesi organizzata nei giorni scorsi a Cadenabbia, sul Lago di Como, dalla fondazione tedesca Konrad Adenauer (legata al Cdu, il partito democristiano) e dall’Ipcri (Israel-Palestine Center for research and Information), la questione è stata discussa a fondo da 24 rappresentanti israeliani e palestinesi, tra cui esperti di diritti umani, accademici, tecnici, ma anche funzionari del ministero degli Esteri e di quello delle Finanze di Israele, nonché uomini vicini al governo di Abu Ala. Si è parlato del segmento di muro che è in costruzione attorno a Gerusalemme, che provoca notevoli problemi umanitari ed economici ai quartieri e ai villaggi palestinesi. Il confronto, definito “molto franco e spesso non facile, ma necessario”, ha portato le parti a una conclusione comune espressa in una dichiarazione che verrà presentata anche ai rispettivi governi.
“Benché – ha espresso la dichiarazione – ci siano israeliani a favore della costruzione di una barriera di separazione che difenda Israele dal terrorismo e benché ci siano palestinesi che tollererebbero tale barriera se costruita sulla linea verde, qualsiasi cambiamento territoriale venga apportato in questi giorni nell’area di Gerusalemme non serve alla sicurezza di Israele e non può essere sopportato dai palestinesi da un punto di vista economico e sociale”.
La nuova sensibilità israeliana sulla problematica creata dal tracciato della barriera difensiva è stata stimolata da un lungo lavoro di dialogo e di pressione fatto sia dall’Amministrazione americana, sia dalla presidenza italiana durante i mesi del semestre Ue.
“Abbiamo indicato la necessità che la barriera di sicurezza non invada il territorio palestinese”, ha spiegato lo stesso ministro degli Esteri, Franco Frattini, durante l’Euromed di Napoli la scorsa settimana. “E’ evidente che le ragioni di sicurezza e lotta al terrorismo sono una ragione fondamentale per lo Stato di Israele, tuttavia abbiamo indicato la necessità che il tracciato di quella barriera di sicurezza non invada il territorio palestinese. E’ un’opinione che abbiamo in più occasioni con grande franchezza detto ai nostri amici israeliani”.
Fonti europee confermano che da quando l’Italia ha assunto la presidenza Ue è stata fatta una pressione continua su Israele affinché tenga conto degli aspetti umanitari palestinesi implicati nella costruzione del muro e del necessario accesso ai luoghi santi”. La presidenza Ue, “pur prendendo atto che il governo israeliano asserisce a tale costruzione motivi di sicurezza su cui è difficile interloquire e del fatto che oltre l’80 per cento dell’opinione pubblica si è più volte dichiarato a favore di una barriera di difesa che prevenga gli attacchi terroristici”, ha tuttavia ribadito a ogni occasione che il tracciato della barriera deve rimanere sulla linea verde, ovvero lungo il confine precedente il giugno 1967.
La disponibilità di Sharon
Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, allineato alle conclusioni della Conferenza Affari Generali Ue del 18 novembre e della Conferenza associazione Ue-Israele del giorno successivo, ha illustrato la problematica del muro all’amico Sharon durante la sua visita a Roma negli stessi giorni.
E perfino il vicepremier Gianfranco Fini, pur dichiarandosi più volte solidale con la necessità di Israele di difendersi, non ha nascosto, durante i colloqui bilaterali avuti in Israele, “forte preoccupazione per la questione umanitaria che l’erezione del muro potrà provocare”, collegando il discorso anche alla situazione in cui si troveranno alcuni conventi e luoghi santi.
L’Italia ha quindi riportato in diversi consessi la considerazione europea che la costruzione di un muro, capace di strozzare le aree palestinesi e confiscarne territori agricoli, sia “contraria al ripristino di un clima di fiducia tra i due popoli”. “Peraltro – viene fatto notare dagli addetti ai lavori – si tratta di una posizione assolutamente parallela a quella tenuta dagli Stati Uniti negli ultimi tempi, la quale sta dando i suoi risultati”.
L’Italia ha inoltre, sui luoghi santi, diritti ex antiquo, avendone più volte nella storia garantito la protezione.
Su questo punto ha agito spesso in parallelo con la Santa Sede, suggerendo a Israele di trovare soluzioni concrete. “L’insistenza è stata tale – viene spiegato – che Israele ha cominciato a mostrare una certa disponibilità e anzi, due mesi fa, si è dichiarato disponibile ad avere con l’Unione europea un confronto sulla questione della barriera come ha fatto molto tempo fa con l’Amministrazione di Bush”.
Il governo di Gerusalemme ha proposto di inviare subito a Bruxelles i due consiglieri più stretti di Sharon, Dov Weisglass e Amos Gilad, per un giro di consultazioni.
Dall’Ue si è insistito tuttavia che fosse Sharon a ricevere a Gerusalemme l’inviato dell’Unione per il Medio Oriente, Marc Otte (boicottato invece dal premier israeliano per aver prima incontrato Arafat). Nessuno dei due incontri si è per ora verificato, ma resta la disponibilità di Israele a discutere sulla barriera con gli europei.
Simonetta Della Seta su il Foglio del 9 dicembre 2003
saluti
I paradossi di Israele...
....sconosciuti ai più
Gerusalemme. Basta atterrare per rendersi conto di essere in una terra di paradossi estremi.
Una volta scesi dall’aereo ci vogliono meno di venti minuti per passare il controllo passaporti e ritirare il bagaglio: l’aeroporto internazionale di Tel Aviv mostra un’efficienza che rende Fiumicino un brutto ricordo.
Ma, giunti al controllo dogana si presenta una scena diversa.
Da due mesi il paese è sconvolto da scioperi selvaggi: i sindacati sono insorti contro le riforme economiche volute da Ariel Sharon e dal ministro delle Finanze, Benjamin Netanyahu, che si sono presi il compito di smantellare il pachidermico stato sociale israeliano, riducendo il settore pubblico, tagliando le pensioni, i sussidi ai disoccupati e gli assegni familiari, e abolendo privilegi antichi tra i dipendenti del settore pubblico e delle partecipazioni statali. Risultato: all’arrivo i doganieri, per protesta, controllano ogni passeggero, ogni valigia, per sensibilizzare l’opinione pubblica. L’altro giorno quest’opera di sensibilizzazione ha provocato cinque ore di coda ed è costata, insieme agli altri scioperi, un miliardo di dollari a un’economia che bene non sta.
Così appare Israele: proiettato nel futuro dell’efficienza, della modernizzazione e dell’innovazione, ma prigioniero del passato.
Ma le riforme economiche sono inevitabili.
Gli Stati Uniti non avrebbero concesso le garanzie di prestito, e le maggiori banche internazionali avrebbero abbassato ulteriormente il rating.
In una difficoltà economica quale quella in cui versa il paese, anche un governo laburista avrebbe fatto altrettanto.
La povertà colpisce. I dati statistici dicono che il peggio sembra esser passato, ma la gente non sta bene. Ci sono anche segnali di ripresa: le banche hanno registrato un forte profitto, segno che i cittadini hanno ricominciato a pagare debiti, mutui e ipoteche. Anche l’economia tira di più e il mondo finanziario, che sostiene le riforme economiche, sembra aver assorbito lo shock del terrorismo.
Anche a quel tipo di incertezza si abituano i mercati.
Molti si chiedono se si abituerà mai la gente. Resistere al terrorismo si può, soffrire un po’ la fame si può, tutti e due insieme forse è troppo. Ecco perché in tanti si illudono che gli accordi di Ginevra offrano una via d’uscita.
L’importanza della pioggia
Tre eventi dominano le pagine dei giornali: il terrorismo palestinese, gli accordi di Ginevra, la pioggia.
In una regione dove il deserto avanza e la popolazione cresce, la pioggia ha ancora un significato quasi religioso.
Siccità non vuol dire soltanto razionamento, significa impossibilità di adempiere alcune clausole del trattato di pace con la Giordania, come il trasferimento di ingenti risorse idriche da Israele al regno hashemita; significa mettere a rischio le falde acquifere; significa una recrudescenza del conflitto coi palestinesi, costretti a condividere l’acqua con gli israeliani; significa investire in costosi impianti di desalinizzazione; significa salvaguardare il rapporto diplomatico con la Turchia, che potrebbe vendere acqua in cambio di tecnologia militare.
L’acqua qui è specchio delle asperità e dell’estremismo che caratterizza questi luoghi.
Qui non piove, diluvia, nel senso biblico. Il deserto non trattiene nulla: enormi masse d’acqua si precipitano verso il Mar Morto attraverso canali e greti, travolgendo tutto ciò che incontrano, compreso un autobus di studenti, che l’altro giorno hanno rischiato di annegare.
Anche questo è Israele.
Poi c’è il terrorismo palestinese, che continua a cercare le sue vittime. Due terroristi sono stati bloccati mercoledì. Uno voleva colpire un centro commerciale a Bet Shean, l’altro doveva farsi saltare in aria in una scuola di Yokne’am. Giovedì i draconiani controlli di frontiera israeliana, che sono oggetto di protesta di tante oltraggiate coscienze, hanno bloccato una macchina diretta a Gerusalemme Est, carica di esplosivi. E in Cisgiordania una soffiata ha permesso di scoprire una cintura con dieci chili di esplosivo, pronta a essere indossata e innescata. Di questo nessuno ha detto nulla a Ginevra.
Jimmy Carter ha tuonato contro gli insediamenti e i palestinesi si sono scagliati contro Israele.
Gli israeliani sono stati gli unici a usare un tono conciliante e a parlare di pace.
Speranze per gli uni, recriminazioni per gli altri.
Per fortuna che Ginevra rimane un accordo virtuale.
Il testo non comporta un realistico compromesso, ma una resa israeliana di fronte al terrorismo che mette in pericolo il futuro economico e politico di Israele, la sua natura ebraica, lo costringe a cedere su tutto e non offre nulla in cambio, se non vaghe promesse non diverse da quelle date dai palestinesi a Oslo. Furono disattese allora, perché dovrebbe andare diversamente? La differenza tra i malvagi e gli stupidi è che il malvagio fa male agli altri per trarre vantaggi a se stesso, lo stupido riesce a danneggiare se stesso nell’atto di danneggiare gli altri.
Yossi Beilin, che il giorno prima della firma ginevrina ha fondato un partito di sinistra, stupido non è: l’evento lo rigetta nella mischia politica e dà nuova forza alla sinistra israeliana.
Jimmy Carter stupido non è, anche se l’auspicio da lui espresso che si potesse arrivare a una soluzione finale del conflitto non offre spunti di ottimismo.
Ma Massimo D’Alema? Non possiamo dire che sia malvagio.
A lui che stava in platea ad applaudire possiamo soltanto far notare l’assenza a Ginevra di un uomo che non è propriamente guerrafondaio: Shimon Peres, Nobel per la pace, non ha offerto il suo sostegno all’iniziativa.
Di Israele a Ginevra mancavano governo e opposizione. Chi rappresentavano quei signori che firmavano con arroganza un documento che mette in pericolo il futuro del paese? Nessuno. Perché, che piaccia o no, in democrazia gli accordi li firmano i governi eletti dai cittadini, non i filosofi re.
Emanuele Ottolenghi
saluti