I MITI E LE ICONE NELL'IMMAGINARIO DI UNA CULTURA A LUNGO AUTOESCLUSA: UN DIZIONARIO SENTIMENTALE CON MOLTE SORPRESE


Chiusi e recintati nelle loro catacombe ideologiche, i neofascisti dell’Italia repubblicana cercavano di compensare attraverso i miti l’autoesclusione di fatto dalla vita politica e culturale. Ma il mito si incarnava in uno scrittore, un fumetto, un personaggio storico, un’icona, un segno qualsiasi che potesse placare la bulimia culturale di chi se ne stava rintanato nel rivendicato rifiuto di un’Italia accusata di aver steso il cordone sanitario attorno alla comunità dei reietti, dei «vinti». Se si legge Fascisti immaginari (Vallecchi, pp. 602, e 25), il voluminoso repertorio, compilato con amorevole acribia da Luciano Lanna e Filippo Rossi, di bibliografie, miti, leggende, emblemi, film che hanno attraversato il piccolo mondo neofascista condannato al silenzio pubblico e all’irrilevanza mediatica, ci si accorge che, accanto al neofascista strapaesano e manesco, ha vissuto un neofascista vorace e frequentatore di un universo simbolico parallelo a quello consueto della quotidianità democratica.

Si esce quasi con un effetto di stordimento e di sazietà alla fine di questo dizionario sentimentale di una destra che ha bilanciato l’autoreclusione nel ghetto dei «cattivi» con un minestrone ideologico speziato dai più vari ingredienti. Un giornalista curioso come Filippo Ceccarelli, nella sua introduzione al libro di Lanna e Rossi, ha così sintetizzato questa cavalcata in un mondo alieno e inafferrabile: «così, dici fascisti e arrivi a comprendere, con sgomento analitico, cultori del Risorgimento fuori tempo e discepoli delle più astruse tradizioni esoteriche; filo e antiamericani, europeisti e nazionalisti; e ancora cattolici tradizionalisti, mangiapreti e neopagani; e intransigenti, e furbacchioni. La fantasia è di per sé sfuggente: ma chi, dal di fuori, avrebbe mai immaginato di scorgere analogie, negli epigoni del littorio, tra Charles Bukowski e Lando Buzzanca, Patty Pravo e Padre Pio, Willy il Coyote e l’agente 007?».

Sono solo alcuni nomi che si allineano alla rinfusa in questo magazzino della memoria neofascista. Altri imbottiscono questa valigia di attrezzi simbolici per sopravvivere in un mondo ostile. C’è Alce Nero, il capo indiano che allude alla «nobiltà della sconfitta» (ma qualcuno, in disaccordo, vergava in una sezione filo-americana: «W Custer»). Oppure Franco Battiato, il cantautore che avrebbe esortato a un «nuovo risveglio» contro la «società utilitaristica». O Lucio Battisti, che con Mogol aveva cantato: «Planando sopra un bosco di braccia tese». O John Fante, ora scrittore molto seguìto in Italia, ma che nei decenni scorsi è stato un mito perché, italiano trapiantato in Ameerica, diceva «al diavolo i dogmi marxisti». Persino Brigitte Bardot entra nel pantheon delle mitologie neofasciste. Proprio lei, simbolo di trasgressione conturbante, figura modernissima di bellezza, di divismo, di spregiudicatezza e di libertà, arruolata nell’immaginario della destra come «Marianna patriottica», per di più «orgogliosamente francese» contro l’omologazione mondialista e americaneggiante.

Strano, davvero strano accostare Bukowski ai protagonisti del Bagaglino, tempio della comicità di destra. Ma anche Jan Palach, che si immolò per la causa della libertà di Praga, e Ernesto Che Guevara, sì proprio Guevara, adorato come perdente, come eroe che muore giovane, come condottiero di una nobile causa. E si capisce l’amore per Clint Eastwood, in passato tanto amato dalla destra quanto detestato dalla sinistra. Si capisce l’assonanza con la cultura sapienziale ed esoterica rilanciata in Italia dalla casa editrice Adelphi, con un amore particolare per Elémire Zolla e l’elogio della Tradizione che aveva trovato precedentemente rifugio nella Rusconi di Alfredo Cattabiani. Ma non appare così scontato che nei sotterranei dell’estrema destra italiana si tributasse un rispetto vicino al culto per Carmelo Bene. O che si amasse di un amore infinito Giorgio Gaber.

O che la motocicletta inforcata da Marlon Brando fosse diventata un’icona adorata da chi vedeva in quei bolidi rombanti una forma di fragorosa protesta contro l’ordine borghese. E allora tantissimo Céline, tantissimo Drieu La Rochelle, tantissimo Pound, come è comprensibile. Tanti fumetti. In primo luogo Astérix, il «guerriero piccolo di statura ma estremamente coraggioso, intelligente e furbo», affiancato non tanto al solito Obélix ma a Panoramix, il druido del villaggio gallico «custode delle antiche tradizioni». Ma anche Tex e Corto Maltese definito «anarca jüngeriano», solitario, irregolare, nichilista, creato da Hugo Pratt, di cui si sottolinea un tratto autobiografico cruciale: «a tredici anni mi sono trovato a essere il più giovane soldato di Mussolini». Senza dimenticare, ovviamente, l’elogio dei paracadutisti, della vita militare, della temerarietà fisica alla Rambo, contraddittoriamente mescolata all’ammirazione per Sturmtruppen di Bonvi, graffiante satira antimilitarista.

Contraddizioni, contrasti, mescolanze irrituali e irriverenti in cui la fascinazione per la cultura celtica (e la croce in particolare, naturalmente) si sposa con l’elogio del jazz, l’ammirazione per i ragazzi di Salò si somma a quella per lo scrittore politicamente scorretto Michel Houellebecq, la nostalgia divorante per la messa in latino va a braccetto con la commozione per il Jack Kerouac On the Road, l’erotismo con il bacchettonismo, il futurismo con il conservatorismo, Strapaese con Stracittà, il manganello con la non violenza, l’attivismo con la contemplazione, la mitologia degli scontri di piazza con l’elogio dell’ordine poliziesco, la trasgressione con il law and order. E dunque si può comprendere che nel repertorio dei miti della destra possa trovare spazio una certa indulgenza per l’estetica gay, per cui chi è abituato a bollare di infamia i «froci» ha potuto apprezzare l’omoerotismo diffuso nella Fiume di Gabriele d’Annunzio, l’attenzione per Yukio Mishima «bisessuale dichiarato», il culto per l’«omosessualità decadente di Lawrence d’Arabia», cavaliere di un ideale irragiungibile. Un minestrone. Ma un minestrone moderno e la «voce della fogna» si è nutrita dei materiali più disparati. Materiali immaginari. Fascisti, immaginari.

Pierluigi Battista
La Stampa 24/10/03