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" LE TRACCE DEI SOLDI DEL TERRORE
di GIUSEPPE PENNISI
IL DOCUMENTO dell'amministrazione finanziaria degli Stati Uniti sui capitali all'estero della rete terroristica non può che destare molte preoccupazione e sollevare interrogativi le cui risposte devono essere offerte non solo dai servizi di intelligence ma anche dalla professione economica. E' importante, innanzitutto, sottolineare che lo studio è stato redatto dall'Internal Revenue Service, Irs-Usa (in effetti, l'agenzia delle entrate, con un forte grado di autonomia operativa, nell'ambito del Tesoro Usa), non dalla Central Intelligence Agency, l'agenzia americana di controspionaggio. E' essenziale riassumerne i punti essenziale dell'analisi dato che la stampa italiana, pur ricca di notizie di cronaca sul terrorismo di matrice medio-orientale è stata piuttosto avara di servizi sulla finanza del terrore in generale e sul rapporto dell'Irs-Usa in particolare. In sintesi, agli ispettori dell'amministrazione finanziaria di Washington risulta che almeno 3 miliardi di dollari appartenuti al Governo di Saddam Hussein sono depositati in banche controllate dal Governo di Damasco, soprattutto in Siria, Libano e Giordania. Analisi preliminari suggeriscono che di questo totale, 0,5 miliardi di dollari sono depositate in banche libanesi ed una somma analoga in banche giordane. Dei 2 miliardi si sa poco o niente. Il documento rivela che, al momento dell'apertura delle ostilità, Saddam ed i suoi avevano ben 1,7 miliardi di dollari in banche commerciali degli Stati Uniti, circa 600 presso la Banca dei Regolamenti Internazionali (Brs) a Basilea o giù di lì in istituti di credito giapponesi. Di questi 2.45 miliardi di dollari, 300 milioni ossia la metà di quanto trovato alla Brs è stato restituito al (nuovo) Governo irakeno; il resto è sotto sequestro . L'analisi Irs-Usa afferma che queste risorse finanziarie sono state accantonate per uno scopo preciso che ben oltre il supporto alla guerriglia in Irak; unitamente ad altre riserve e flussi (di cui è difficile stimare l'entità), servono al terrorismo che, ormai sulla strada di attentati con forti contenuti mediatici, richiede molto di più delle bombette, celate sotto i cappelli curiosamente chiamati a bombetta, nei nichilisti all'inizio del Novecento. Sino a qui i fatti, nudi e crudi e da nessuno smentiti o messi in dubbio. Quali le lezioni che traiamo dell'"economia dell'antiterrosismo", ad esempio dai tre volumi i 1700 pagine curati da Todd Sandler e Keith Hartley, dai lavori di Bruno Frey della Università di Zurigo (di cui Il Tempo si è interessato la settimana scorsa) e da quelli di Mats Lundhal della Università di Stoccolma e di Kurt Konrad della Libera Università di Berlino? In primo luogo, il contenimento del terrorismo è un "bene pubblico internazionale", che non può essere fornito da uno solo Paese e di cui si beneficia tutta la comunità mondiale; dopo la risoluzione Onu anche Siria e Libano hanno dato la loro disponibilità a operare di concerto con il resto del mondo per bloccare i soldi del terrore. In secondo luogo, ciò implica vigilare su conti sospetti di "cellule" terroristiche dovunque esse siano; questa attività ha ramificazione per quanto riguarda la vigilanza bancaria. Negli Stati Uniti, sono state potenziate, negli ultimi due anni e mezzo, le funzioni e le risorse a disposizione del Tesoro tramite l'Irsa-Usa ed il Comptroller of Currency (un ufficio generale di alta amministrazione del ministero) . Le strategie e le misure contro i soldi del terrore, in breve, si stanno incuneando in delicati meccanismi amministrativi ed istituzionali
venerdì 24 ottobre 2003 "
Saluti liberali




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