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    Predefinito «Un milione e mezzo di clandestini sono pronti a sbarcare in Italia»

    L'allarme dei Servizi segreti: dalle coste africane un fiume di irregolari



    ROMA - Nonostante le parole pronunciate ieri dal ministro Pisanu, trasudanti ottimismo, che dipingono come ottimo lo stato dei rapporti con la Tunisia e la Libia, un milione e mezzo di persone in fuga dai loro paesi potrebbero raggiungere le coste europee con ogni mezzo.
    La stima è del Sismi, il servizio segreto militare, il cui direttore Niccolò Pollari è stato ascoltato ieri per quattro ore dal Comitato parlamentare sui servizi di informazione. E questo milione e mezzo di persone troverebbero proprio nella Libia il varco più grande per la loro avventura italiana ed europea.
    Peraltro dietro il traffico dei clandestini la nostra intelligence intravede piccole organizzazioni criminali, ma non per questo meno agguerrite, più che l'ombra di Al Qaeda.
    Ed è fresca la notizia della scoperta di quella che viene considerata la "base" libica del racket dell'immigrazione, un grande edificio alla periferia di Tripoli, da dove i clandestini diretti in Europa dal Continente Nero partono per l'ultima tappa del loro viaggio: la traversata del Canale di Sicilia, il braccio di mare, tra la Libia e Lampedusa. Ma non è questa l'unica rotta, ovviamente: c'e quella via terra: verso il Kenya, e poi verso l'Egitto e soprattutto gli Emirati arabi dove a Dubai c'è una consistente comunità somala. Questa è la rotta più sicura, pur sempre pericolosa, ma meno insidiosa dell' altra, quella dell'inferno del deserto prima e del viaggio sui barconi poi. Perchè chi è più disperato tenta l'Occidente sfidando la sabbia prima, attraverso l'Etiopia, il Sudan e la Libia, ed il mare poi. Organizzazioni di volontariato che hanno studiato il fenomeno hanno accertato che il 20 per cento di chi fugge seguendo questa seconda rotta muore durante la traversata tra le dune. A parlare degli itinerari della disperazione, dettati naturalmente dai soldi e dalle possibilità, è Gianni Mari, presidente del Comitato Italo-Somalo, figlio di una somala ma il legame con al Somalia non lo ha mai rescisso.
    «Noi vediamo i morti a Lampedusa - spiega - ma nel golfo antistante lo Yemen i morti sono a decine: per paura delle motovedette yemenite a decine vengono gettati in mare da chi organizza questi viaggi senza scrupoli». L'alto numero di vittime stroncate tra le dune nella marcia verso le coste è una realtà documentata da una ricerca fatta da una volontaria del Cosv, una delle poche organizzazioni non governative attive in Somalia. Gli altri arrivano già stremati ai barconi. «Non è l'Italia la loro meta finale - dice il presidente del comitato italo-somalo - L'Italia è solo un ponte, un passaggio. Vogliono andare in Olanda, Inghilterra, Canada: paesi molto più ospitali, dove più consistente è la presenza della comunità somala». A pagare questi viaggi molte volte sono i parenti più fortunati, quelli che già sono fuggiti. A volte, invece, ci si arrangia in patria: padri, madri, mariti, mogli, figli che per salvare almeno un componente della famiglia vendono tutto, ovvero quel poco che hanno. Tante esistenze sacrificate per scommettere almeno sul destino di una persona. Nonostante la traversata del deserto prima e quella per mare poi sia faticosa ed a volte mortale, chi riesce a salire sui barconi è comunque un privilegiato.
    Dicevamo degli accordi con Libia e Tunisia sbandierati ieri da Pisanu. In effetti esistono. Che poi funzionino è un altro paio di maniche, naturalmente. È del 24 settembre 2002 la firma che rinnova l'accordo di collaborazione fra Italia e Tunisia - scaduto l'anno prima - per contenere il flusso di immigrati clandestini in partenza dalle coste di quel paese. Meno di un anno dopo, il 3 luglio 2003, il ministro dell'Interno, Giuseppe Pisanu, a Tripoli, sigla un accordo analogo con la Libia. I due accordi hanno numerosi punti di contatto: in entrambi i casi il governo italiano si è impegnato con i governi di Tunisi e di Tripoli a fornire l'assistenza tecnica necessaria, in termini di formazione del personale e di supporto logistico. Da parte di Tunisi e di Tripoli si è assicurato il leale impegno di quei governi a combattere e prevenire lo sfruttamento dell'immigrazione da parte delle organizzazioni criminali.
    Nel caso della Libia, un capitolo delicato e solo in parte risolto riguarda le forniture di materiale tecnologico: contro la Libia sono ancora parzialmente in vigore le sanzioni adottate dall'Onu nel 1993, a seguito dell'attentato di Lockerbie per il quale il governo di Tripoli ha ammesso, alcuni anni dopo, la propria responsabilità civile ma mai quella politica.


    [Data pubblicazione: 23/10/2003]
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    Der Wehrwolf

  2. #2
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    grazie anche a "camerati" e padagni....

 

 

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