«Al Qaeda non deve preoccuparsi: l'America si sta distruggendo da sola, ignorando il suo nemico potenzialmente più pericoloso: la possibile vendetta di una Natura maltrattata, che probabilmente arriverà su più fronti». Così scrive Matthew Engel in un lungo reportage, ricco di interviste e situazioni, pubblicato venerdì dal quotidiano britannico Guardian. Altro che terrorismo islamico, dunque: quello che Engel vede nel suo lungo viaggio americano è un paese che fa allegramente harakiri, oltre a inquinare globalmente più degli altri. Il giro comincia dalle coste del Nord Carolina: una grossa opera di speculazione edilizia denominata progetto Outer Banks, consistente nella costruzione di megaville praticamente sulla sabbia. Il tutto destinato ai miliardari, poiché ogni casa costa due milioni di dollari. Sembrerebbe un classico esempio di stravolgimento del paesaggio e di beni comuni a beneficio di pochi. Ma il beneficio è solo presunto: gli scienziati prevedono che l'Atlantico inonderà quelle case a due passi dalla costa; a meno che non si costruisca un lungo muro, ma in questo modo addio vista sulla spiaggia. Ecco che Outer Banks è una metafora e un paradigma di come ci si può fare del male da soli...
E' solo un esempio dell'America odierna, dove forse per la prima volta, nota Engel, «il disinteresse per l'ambiente si esercita in eguale misura a livello globale, federale, statale e locale». I bushiti centrano, anche se non sono l'unico elemento: il loro è il primo governo che nella storia moderna ha sistematicamente disattivato tutti i sistemi di controllo e prevenzione. Certo, qualche resistenza c'è, perfino fra i repubblicani al Senato: come i "verdi" del New England che hanno impedito a Bush di far bucare l'Alaska per trovare altro petrolio. Ma i segnali per la comunità degli inquinatori sono in generale del tutto benevoli. Il guaio è che nemmeno Al Gore calcò la mano sulle questioni ambientali quando corse per le elezioni; e detto per inciso, l'unico serio ambientalista fra i candidati alla nomination per i democratici è Dennis Kucinich: non ha nessuna probabilità ma a detta di tutti ha davvero molto valore. Un caso più che anomalo.
Quel che è terrificante per i politici americani «normali» è che l'effetto serra, ormai lo si sa, è un fenomeno più che concreto, e bisognerebbe far qualcosa, ma a un costo ritenuto «orrendo» per l'industria e gli stili di vita statunitensi. Infatti, per rispondere al modestissimo -ma già stracciato - obiettivo di Kyoto di ridurre le emissioni nazionali del 7% rispetto al 1990, gli Usa dovrebbero tagliarle di un terzo. Figurarsi. L'inviato del Guardian riconosce che ci sono localmente lotte accese fra ambientalisti e portatori di interessi distruttivi: città in Alabama resistono alle industrie chimiche e i californiani prendendo esempio dai movimenti indiani abbracciano gli alberi per impedire nuove costruzioni. Ma giorno per giorno l'agenda verde negli Usa perde terreno, sepolta nel cemento. «Questa nazione si sta divorando da sola» ripete Paul Erlich, docente a Stanford.
La corsa alla rovina ha un altro aspetto: questo popolo di enormi consumatori ha una crescita demografica paragonabile a quella di Messico, India, Brasile che hanno consumi individuali e collettivi molto minori. Erano 200 milioni nel 1970, adesso sono 300 milioni (con un milione di migranti legali). Dovrebbero essere 420 milioni nel 2050, secondo le proiezioni dell'ufficio del censimento. Una situazione esplosiva «siamo il paese più sovrappopolato del mondo, se contiamo i livelli di consumo», spiega il demografo John Haaga.
Taluni esperti aspettano macro-catastrofi, e non solo per le ville della Carolina del Nord. Ma le micro-catastrofi già ci sono. Ogni giorno nel paese si elevano 5.000 nuove case, non più nei suburbs ma negli exurbs, a miglia - di macchinona - dalla città. Certo, ci sono sempre aree spopolate e di intatta bellezza: Ma la primavera scorsa Washington ha annunciato - o meglio sussurrato - che oltre 70 milioni di ettari di aree naturali saranno aperte alla devastazione con miniere, perforazioni, tagli di legname e costruzione di strade.

Marinella Correggia
Il Manifesto 26/10/03