Iraq, 4 miliardi di dollari spariti

Altro che «donatori». Un dossier di «Christian Aid», l'autorevole agenzia delle chiese di Regno unito e Irlanda denuncia che il governo provvisorio iracheno legato al governatore Bremer, ha «fatto sparire» 4 miliardi di dollari derivati dalla vendita di petrolio iracheno dopo la guerra. L'Onu conferma il furto
MANLIO DINUCCI

Con un colpo di bacchetta magica, dal cilindro della «Conferenza dei donatori per l'Iraq» sono apparsi 13 miliardi di dollari, che dovrebbero aggiungersi ai 20 già stanziati dagli Usa per la «ricostruzione». Sono però virtuali, dato che non sono stanziati ma «promessi» da una settantina di paesi e organizzazioni internazionali. Per di più, se si materializzeranno, saranno concessi per i due terzi sotto forma di prestiti. Crescerà così ancora il debito estero iracheno - 125 miliardi di dollari, più 100 come riparazioni di guerra a Kuwait e Iran - l'unica realizzazione del regime di Saddam Hussein che gli occupanti hanno lasciato intatta. Poiché anche la metà dei 20 miliardi stanziati dagli Usa sarà concessa come prestito, il «nuovo Iraq» sprofonderà nei debiti e, per ripagarli insieme agli interessi, dovrà svendere i gioielli di famiglia, a partire dall'oro nero, su cui le compagnie statunitensi e britanniche hanno già messo le mani. Quale sia la vera natura delle «donazioni» lo dimostra un dossier (Iraq: the missing billions) diffuso, alla vigilia della conferenza di Madrid, da Christian Aid, agenzia delle chiese di Regno unito e Irlanda. Attraverso una attenta indagine, essa ha appurato che l'«Autorità provvisoria della coalizione» (Cpa) ha incamerato 1 miliardo di dollari, ricavato dalla vendita di petrolio iracheno prima della guerra e depositato presso le Nazioni unite; 1,5 miliardi, ricavati dalla vendita di petrolio iracheno dopo la guerra; 2,5 miliardi, provenienti dalla confisca di fondi iracheni all'estero: in totale 5 miliardi di dollari. Di questi, solo 1 miliardo appare nei resoconti del «Fondo per lo sviluppo dell'Iraq» (Dfi), costituito dalla Cpa. Sono quindi spariti 4 miliardi di dollari. Lo conferma un funzionario dell'Onu che, intervistato da Christian Aid, ha dichiarato: «Non abbiamo assolutamente idea di come il denaro proveniente dalla vendita del petrolio iracheno sia stato speso».
Il «Fondo per lo sviluppo dell'Iraq» è controllato da un apposito comitato, all'interno dell'Ufficio di gestione e bilancio della Cpa, che risponde direttamente all'«amministratore statunitense per l'Iraq» Paul Bremer. Non è che manchi la democrazia. Il comitato è composto di 21 membri, di cui 11 con diritto di voto: sette statunitensi (nominati da Bremer), uno britannico, uno australiano, più il ministro delle finanze iracheno e il presidente del comitato (anch'essi scelti da Bremer). Come riconoscimento alla correttezza e trasparenza della gestione del «Fondo per lo sviluppo dell'Iraq», è stato deciso che, quando il 21 novembre 2003 sarà definitivamente chiuso il Programma «Oil for Food» gestito dall'Onu, ciò che resterà in cassa verrà devoluto al Fondo stesso. Si tratta, ha appurato Christian Aid, di 3,5 miliardi di dollari ricavati dalla vendita di petrolio iracheno prima della guerra, più 3 miliardi ricavati dalla sua vendita dopo la guerra, cui si aggiungono i 2,5 miliardi provenienti dalla confisca di fondi iracheni all'estero. In totale 9 miliardi di dollari, che continueranno a essere gestiti con gli stessi criteri di «correttezza e trasparenza».
Su questo non ci possono essere dubbi: «La mancanza di trasparenza - ha dichiarato Tony Blair il 17 giugno alla Conferenza di Londra sulla «Iniziativa di trasparenza delle industrie estrattive» - mina la fiducia pubblica nella legittimità dello Stato. Abbiamo bisogno di trasparenza nella gestione economica e finanziaria per guadagnare la fiducia della gente». Tale dichiarazione è in linea con quanto lo stesso Blair aveva dichiarato in parlamento, il 18 marzo: «Il reddito ricavato dalla vendita del petrolio iracheno, che alcuni affermano falsamente vogliano per sé i governi degli Stati uniti e del Regno unito, devono essere messi in un fondo a disposizione del popolo iracheno, amministrato dall'Onu». Si capisce a questo punto perché, nelle manifestazioni pacifiste a Londra, ci siano molti cartelli con su scritto «Blier». Non è un errore di stampa. «Lier», in inglese, vuol dire bugiardo.