Il giudizio di Denis Mack Smith sull’ultimo Mussolini è senza appello: «Certo non sarà un uomo dimenticato perché ha avuto una grande parte in un grande dramma. Ma secondo me è impossibile considerarlo un grande politico o un grande personaggio . Cosa resta di lui in Italia? Per quanto leggo del vostro Paese e so dagli amici, ora molti guardano a lui come a un personaggio un po' ridicolo, da palcoscenico, da satira. Non come un nemico con cui il mondo fece i conti». Il seminario Storia e memoria, 1943-2003, sessant’anni di storia organizzato alla Stazione Termini di Roma da Mirella Serri nell’ambito del secondo «Salone del libro storico» ieri mattina ha ospitato una lezione di un’ora e mezza dedicata da Mack Smith all’ultimo Mussolini. La tesi non è nuova né per gli scritti dello studioso inglese (usciti in Italia da Laterza) né per quelli di molti altri storici, incluso Renzo De Felice: si trattava di un Mussolini stremato, malato, soprattutto isolato dalla realtà.
Proprio a quest’ultimo snodo caratteriale Mack Smith ha dedicato il suo intervento argomentando come il Duce di Salò dell’aprile 1945 fosse il frutto di un lungo, voluto, nevrotico, quasi paranoico distacco dalla verità politica e militare, italiana come internazionale.
Mack Smith parte descrivendo il Mussolini a un passo dalla guerra, verso il 1939: «In quel momento, una sua decisione sbagliata poteva risultare la rovina di tutto il continente. Perciò è importante sapere che questo capo aveva pochi consiglieri di fiducia, era un solitario anche in grembo alla famiglia, confessò più di una volta di non aver mai avuto un vero amico nemmeno tra i compagni di partito . Dopo il 1939 rinunciò per quaranta mesi a convocare il Gran Consiglio del fascismo nonostante l’imminente pericolo di guerra. Nemmeno nel Direttivo del partito c’era la possibilità di discutere. E così nel Consiglio dei ministri, dove Mussolini arrivava con l’ordine del giorno già scritto e approvato».
Denis Mack Smith confessa di chiedersi ancora, dopo tanti anni, come Mussolini abbia potuto pensare di poter battere (la frase è citata da Giuseppe Bottai) la Gran Bretagna «in una guerra brigantesca, con la certezza di poter distruggere subito la squadra navale inglese e di poter vincere in poche settimane».
Altro elemento che Mack Smith porta per dimostrare quel fatale distacco dalla realtà: «Dichiarò la guerra alla Francia e all’Inghilterra nonostante l’Italia fosse praticamente disarmata , assicurò che in poche ore sarebbero stati mobilitati otto milioni di soldati ma c’erano armi e uniformi solo per un milione».
Colpa, secondo lo storico, della straordinaria concentrazione di poteri nelle sue mani: «Volendo controllare tutto, finiva col controllare poco». L’elenco prosegue: l’abitudine di Mussolini di fare a meno dei suoi uomini migliori come Italo Balbo e Dino Grandi, spediti in Libia e a Londra, per timore di fare i conti con possibili avversari di valore.
Quel suo preferire i ministri stupidi e inetti perché così il potere del Duce sarebbe rimasto intatto. Qui Mack Smith cita Renzo De Felice: «Era convinto che gli onesti fossero incapaci e i capaci disonesti, perciò chiudeva un occhio sulle disonestà». Secondo Mack Smith, l’ultimo Mussolini fu insomma in gran parte vittima di un mondo di finzioni fabbricate artificiosamente e con cura. Quanto alla sua salute, Cesare Frugoni lo definì «clinicamente un abulico».
Molti applausi, tante domande, pubblico numeroso nonostante una Roma paralizzata da una corsa podistica. E una interessante testimonianza del regista Carlo Lizzani che girò Mussolini ultimo atto : «Quando portai il protagonista Rod Steiger a visionare il materiale all’Istituto Luce, scoprimmo che Mussolini censurò tutti i suoi primi piani ripresi durante i discorsi. Egli stesso si rendeva conto di come le proprie espressioni volutamente teatrali, destinate alle grandi masse lontane dai balconi, fossero ridicole viste da vicino. Nel suo narcisismo, sopravvisse un po' di lucidità».
Paolo Conti
Corriere della Sera
27/10/03




Rispondi Citando