Mandato da Antonio Nobile Domenica, 02 Novembre 2003, 21:56 uur.
La dottrina processualpenalistica individua il concetto di errore giudiziario, in senso stretto, parlando di un diritto ad un'equa riparazione, subordinato alla ingiusta esecuzione di una pena, di una misura di sicurezza o di un provvedimento impositivo della custodia cautelare; è la stessa legge ad individuare ed a disciplinare tali ipotesi. L'imputato Andreotti, assolto in primo grado, condannato in secondo grado, assolto, in maniera definitiva, dalla Cassazione, non ha subito, nella propria vicenda, le conseguenze di un errore giudiziario, tecnicamente inteso. Il sistema è stato in grado di correggere l'errore "fisiologico", attraverso gli strumenti predisposti, segnatamente a correggere l'errore è intervenuta la sentenza della Suprema Corte.
Cercando di lasciarsi alle spalle la fredda tecnica, dobbiamo affermare con forza che il processo stesso rappresenta, per chi lo subisce, una pena, che nessuna legge riconoscerà mai come ingiusta, dato che il processo è strumento necessario per l'attuazione del diritto di punire dello Stato. In questa ipotesi particolare, poi, l'imputato si chiama Giulio Andreotti, protagonista della vita politica italiana, dai tempi dell'Assemblea Costituente ad oggi.
Il processo (i processi) ad Andreotti è stato il processo ad un simbolo, ad un'icona, dei primi quarant'anni della Repubblica italiana. Tale circostanza è dimostrata dalla lettura politica della sentenza della Cassazione: mentre i vecchi accusatori tacciono, gli ex-democristiani di entrambi i Poli chiedono in maniera veemente una riabilitazione, anche politica oltre che giudiziaria della Democrazia Cristiana.
Gli accusatori di un tempo tacciono, perché è diventato sempre più difficile reggere il peso di una magistratura che ha determinato le vicende politiche degli ultimi dieci anni: la sinistra, che aveva creduto di poter cavalcare l'onda giustizialista, ha subito, politicamente, le conseguenze di processi costruiti con approssimazione, fondati su dichiarazioni di collaboratori di giustizia, coincidenti ma senza riscontro oggetivo, e sfociati in assoluzioni che hanno il sapore della sconfitta. Può parlarsi in una democrazia, che non sia una democrazia giudiziaria, di una sentenza che rappresenta vittoria per alcuni e sconfitta per altri? No.
Gli accusati di un tempo, che non esitarono, se non coinvolti, a disconoscere ed a smarcarsi dai loro stessi padrini politici, esultano ora, ancora una volta per mero calcolo politico.
Il processo, come detto, è stato indubbiamente politico. Nato in un Italia la cui opinione pubblica era sostanzialmente convinta della colpevolezza di Giulio Andreotti, si chiude in un Italia sostanzialmente convinta delle sua innocenza. Troppi sono i processi risoltisi in un nulla di fatto, troppi i processi solamente mediatici, troppi i linciaggi, troppi gli errori giudiziari, stavolta in senso tecnico, che si sono visti negli ultimi anni.
Il motivo centrale, però, nel cambiamento del clima nell'opinione pubblica non è solamente politico, ma va cercato nelle stesse aule giudiziarie, silenti testimoni di processi che finiscono senza accertare nulla, o peggio, lasciando nell'aria un sentimento di ingiustizia. I motivi della crisi, forse della fine, della giustizia in Italia è nelle Procure che non indagano, o che cedono alle lusinghe della spettacolarizzazione delle indagini. I cittadini, che non vedono tutelati i propri diritti, né in sede civile, né in sede penale, che incontrano, allorchè hanno a che fare con la macchina giudiziaria, inefficienza ed ottusità, si chiedono, giustamente, quali vantaggi possano mai ottenere dallo schierarsi dalla parte di un potere o dalla parte dell'altro.
L'assoluzione di Andreotti potrebbe chiudere forse una stagione, se vi fossero in Italia le intelligenze politiche per gestire questa sorta di dopoguerra giudiziario. Almeno per il momento non chiuderà un bel niente, poiché la lobby dei magistrati ha cambiato, da tempo, i propri obiettivi, cercando di allontanare l'attenzione dai gravi fallimenti (e quello del processo Andreotti è il più grande); viceversa quelli che dovrebbero affrontare le urgenze di una riforma dell'ordinamento giudiziario non hanno la forza politica, e le intelligenze, per poterlo fare.
Un'ultima, amara, considerazione, fatta sul campo. Oramai sono pochi i delinquenti che hanno paura della giustizia, sono aumentate le persone oneste che invece la temono. Non c'è nessuna valutazione politica in questa considerazione, semplicemente una constatazione fattuale: un sistema inefficiente danneggia il cittadino onesto, favorendo invece chi viola in maniera sistematica le leggi. Se da una parte la cartina di tornasole di questa situazione sono le indecorose carceri italiane, piene di extracomunitari e tossicomani, ma vuote di veri, grandi, delinquenti, e frutto dell'inerzia delle Procure, di cui si diceva, dall'altra parte, la politica dei condoni non fa altro che aggravare la situazione.
La Democrazia italiana tornerà nella sua sede naturale, il Parlamento, solo quando i magistrati arretreranno dalle loro posizioni, fatte di privilegi ed irresponsabilità travestite da indipendenza, ma anche, e soprattutto, quando la politica, le intelligenze politiche tuttora sopite, riusciranno a proporre una vera alternativa liberale, per lo stato di diritto
Antonio Nobile
http://www.legnostorto.com/node.php?id=9450




Rispondi Citando
