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    Predefinito 1° novembre - solennità di Tutti i Santi

    Dal sito SANTI E BEATI:

    Tutti i Santi

    1 novembre

    La Chiesa è indefettibilmente santa: Cristo l’amata come sua sposa e ha dato se stessa per lei, al fine di santificarla; perciò tutti nella Chiesa sono chiamati alla santità. La Chiesa predica il mistero pasquale nei santi che hanno sofferto con Cristo e con lui sono glorificati, propone ai fedeli i loro esempi che attraggono tutti al Padre per mezzo Cristo e implora per i loro meriti i benefici di Dio. Oggi in un’unica festa si celebrano, insieme ai santi canonizzati, tutti i giusti di ogni lingua, di ogni razza e di ogni nazione, i cui nomi sono scritti nel libro della vita. Si iniziò a celebrare la festa di tutti i santi anche a Roma, fin dal sec. IX. (Mess. Rom.)

    Martirologio Romano: Solennità di tutti i Santi uniti con Cristo nella gloria: oggi, in un’unico giubilo di festa la Chiesa ancora pellegrina sulla terra venera la memoria di coloro della cui compagnia esulta il cielo, per essere incitata dal loro esempio, allietata dalla loro protezione e coronata dalla loro vittoria davanti alla maestà divina nei secoli eterni.

    Martirologio tradizionale (1° novembre): Festa di tutti i Santi, la quale in onore della beata Vergine Madre di Dio Maria e dei santi Martiri il Papa Bonifacio quarto, dopo aver consacrato il tredici Maggio il tempio del Pantheon, ordinò che ogni anno solennemente ed universalmente si celebrasse nella città di Roma. Ma poi Gregorio quarto decretò, che la medesima festa, la quale in vari modi già si celebrava in diverse Chiese, fosse in perpetuo solennemente celebrata in questo giorno dalla Chiesa universale in onore di tutti i Santi.

    La prima lettura della Messa di oggi, ripete un brano dell'Apocalisse di San Giovanni, con la visione di tutti i " servi di Dio ".
    "E vidi una gran folla, che nessuno poteva contare, di tutte le genti e tribù e popoli e lingue, che stavano di faccia al trono e di faccia all'Agnello, rivestiti di bianche vesti e con palme nelle mani. E gridavano a gran voce: "La salvezza è dovuta al nostro Dio, che è seduto sul trono, e all'Agnello"".
    L'Agnello, come si sa, è la figura del Cristo il quale, nel suo discorso sul monte, aveva rivolto a tutti le promesse dette "le beatitudini" che, sempre nella Messa di oggi, si leggono al Vangelo:
    "Beati i poveri in spirito, perché di loro è il regno dei cieli. Beati i mansueti, perché essi possederanno la terra. Beati coloro che piangono, perché saranno consolati. Beati quelli che hanno fame e sete di giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati i pacifici, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati quelli che soffrono persecuzioni a causa della giustizia, perché di loro è il regno dei cieli.
    Beati voi, quando vi oltraggeranno e, mentendo, diranno ogni male di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli".
    I Santi sono coloro che si sono meritati la ricompensa del cielo: poveri in spirito, mansueti, tribolati, giusti, misericordiosi, puri, pacifici e perseguitati a causa di Gesù. Tutti Santi. Innumerevoli Santi, come dice chiaramente la Apocalisse.
    La santità non è dunque rara, se di Santi è gremito il cielo. I Santi non sono soltanto quelli venerati nel Calendario, che pure sono già molti, ma rappresentano una piccolissima quota dei Santi che, come dice San Giovanni, "nessuno potrebbe contare" tranne Dio.
    Nel Calendario, la Chiesa ha segnato soltanto i nomi di coloro la cui vita è stata riconosciuta esemplare. Ma sono santi tutti coloro che si salvano, e sperano di salvarsi per i meriti di Gesù.
    Oggi è dunque la grande festa della Chiesa trionfante, che attorno al trono di Dio esulta nella sterminata assemblea dei salvati, mentre, come dice San Giovanni, "tutti gli angeli gridano: "La benedizione e la gloria e la sapienza e il ringraziamento e l'onore e la potenza e la forza del nostro Dio, per i secoli dei secoli"".
    Resta da dire brevemente come e quando venne istituita la festa di Tutti i Santi o, come si dice più latinamente, di Ognissanti.
    Anche questa festa venne dalla Chiesa Orientale, e fu accolta a Roma quando il Papa Bonifacio IV tra-sformò il Pantheon, dedicato a tutti gli dei dell'antico Olimpo, in una Chiesa in onore della Vergine e di tutti i Santi.
    Ciò avveniva il 13 maggio del 609. Alcuino, il maestro di Carlomagno, fu uno dei propagatori della festa. Egli era un inglese di York, e i Celti consideravano il 1* novembre giorno di solennità, perché segnava l'inizio della stagione invernale.
    Si pensa perciò che lo spostamento della festa, dal 13 maggio al 1* novembre, sia stato determinato da influenze anglosassoni e francesi. Ciò avvenne nel 1475, sotto il pontificato di Sisto IV.

    Fonte: Archivio Parrocchia

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  2. #2
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    Predefinito

    Timothy Radcliffe O.P.

    già Maestro dell’Ordine

    OMELIA

    Friburgo, 1° Novembre 1992


    Normalmente quando pensiamo ai santi noi immaginiamo che sono persone eccezionali, lontani da tutti, fuori dalla nostra esistenza quotidiana. La santità è una cosa normale. E’ il destino di ogni essere umano, di gente ordinaria come noi. La folla dei santi, di cui ci parla l’Apocalisse, siamo noi. La santità è il fine della nostra esistenza.

    Ma la santità è un’ambizione? La santità è qualcosa che dobbiamo ricercare? In che senso noi possiamo dire che dobbiamo aspirare alla santità?

    In primo luogo bisogna che noi dobbiamo diventare persone mosse dal desiderio profondo e appassionato da qualcosa.

    La nostra società consumistica celebra quotidianamente piccoli desideri. Tenta di farci credere che noi possiamo essere felici solamente realizzando i nostri piccoli desideri: avere una macchina, passare delle belle vacanze... La ricerca di Dio, il cammino verso la santità comincia nel momento in cui noi non ci accontentiamo del benessere naturale, ma quando noi diciamo: “No, io voglio di più, e altro , che queste cose”.

    Sovente noi pensiamo che i santi siano delle persone che sono riusciti a controllare e a regolare i loro desideri. Tutto è controllato in loro. Ma può essere che essi siano piuttosto delle persone che hanno saputo svegliare in loro i desideri e le passioni radicate profondamente nel loro essere?

    Ho letto un testo sui santi domenicani e sono stato colpito dal fatto che essi erano persone appassionate.

    Pensate a San Tommaso d’Aquino, per esempio. Il suo biografo Tocco, lo ha chiamato “l’uomo del desiderio”. Una leggenda narra che Gesù, un giorno, domandò a Tommaso cosa desiderasse, Tommaso rispose: Domine, non nisi te. Signore nient’altro che te! Avendo il desiderio profondo di capire, Tommaso rifiuta le soluzioni facili. Egli voleva comprendere meglio il suo Dio, ma era tanto onesto che percepiva che era impossibile. Un uomo di desiderio. E noi altri, come studenti, siamo veramente affascinati dal desiderio di comprendere, o siamo soddisfatti ci promuovono con summa cum laude?

    Pensiamo a Bartolomeo de Las Casas che aveva questa passione inesauribile per la giustizia e il desiderio instancabile per un mondo nel quale gli Indiani potessero vivere con dignità. Egli scriveva al re: Io penso che Dio voglia che io riempia il cielo e la terra, e il mare ancora, di grida, di lacrime e di gemiti per la giustizia. Noi tutti parliamo della giustizia. Noi sappiamo che dobbiamo cercarla. Ma la giustizia è veramente una passione che tocca profondamente il nostro essere? O i nostri propositi sono delle vane parole?

    Pensiamo a Caterina da Siena. Appassionata per la riforma della Chiesa, parlava del Cristo come del desiderio e dell’amore in lei. Tutti, noi vorremmo trasformare la Chiesa; una Chiesa più giusta e più onesta. Ma abbiamo noi una vera passione, come Caterina?

    Siamo invitati a raggiungere la folla immensa dei santi, di ogni lingua e nazione. Ma la prima cosa che ci è chiesta è che noi siamo delle persone appassionate.

    Discutendo con alcuni giovani che volevano diventare domenicani la mia prima domanda fu: “siete appassionati per qualcosa?” Perché questo è molto più importante del desiderio di entrare nell’Ordine. Se c’è passione in noi, Dio può cominciare a lavorare!

    Beati i poveri, i miti, beati gli afflitti. Noi siamo invitati a essere felici. E’ difficile trovare dei santi tristi. I santi sono i beati perché la loro vita è conforme al loro desiderio più profondo; essi sono scappati dalla prigione delle loro piccole ambizioni, delle piccole passioni. Essi sono leggeri nel loro cuore. Essendo stati percepiti nel loro profondo desiderio, non possono prendersi troppo sul serio. Il nostro problema è che ci prendiamo troppo sul serio. Siamo invitati a lasciare dietro di noi non solo le nostre piccole ambizioni m anche le piccole identità.

    A partire dal XVII sec. noi Europei siamo stati assillati dalla questione sull’identità. Chi sono? Qual è la mia identità come essere umano, come cristiano, come domenicano? E ci richiudiamo nelle nostre piccole identità che ci danno poco sicurezza.

    La S. Scrittura ci offre liberazione. Essa ci spalanca le porte, perché noi possiamo immaginare chi siamo. San Giovanni ci dice Il mondo non ci conosce - noi siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è ancora stato rivelato”.

    Noi siamo stati liberati dall’ossessione dell’identità, perché ciò che noi siamo è inimmaginabile.

    Dal XVII sec. le nostre società hanno sviluppato l’orrore nei riguardi della folla. Nella folla, l'individuo perde la sua identità. Nella folla noi non sappiamo chi siamo. La folla è pericolosa, come la folla della Rivoluzione Francese.

    Ma per noi, c’è una folla immensa, che nessuno può contare, la folla dei santi. Il nostro destino è appartenere a questa folla; è qui che noi saremo liberati da tutte le nostre piccole questioni d'identità, perché chi siamo è al di la di ciò che noi possiamo immaginare. E noi saremo liberi.

  3. #3
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    Predefinito Dai «Discorsi» di san Bernardo, abate

    Disc. 2; Opera omnia, ed. Cisterc. 5 [1968], 364-368

    A che serve dunque la nostra lode ai santi, a che il nostro tributo di gloria, a che questa stessa nostra solennità? Perché ad essi gli onori di questa stessa terra quando, secondo la promessa del Figlio, il Padre celeste li onora? A che dunque i nostri encomi per essi? I santi non hanno bisogno dei nostri onori e nulla viene a loro dal nostro culto. E' chiaro che, quando ne veneriamo la memoria, facciamo i nostri interessi, non i loro.
    Per parte mia devo confessare che, quando penso ai santi, mi sento ardere da grandi desideri.
    Il primo desiderio, che la memoria dei santi o suscita o stimola maggiormente in noi, è quello di godere della loro tanto dolce compagnia e di meritare di essere concittadini e familiari degli spiriti beati, di trovarci insieme all'assemblea dei patriarchi, alle schiere dei profeti, al senato degli apostoli, agli eserciti numerosi dei martiri, alla comunità dei confessori, ai cori delle vergini, di essere insomma riuniti e felici nella comunione di tutti i santi.
    Ci attende la primitiva comunità dei cristiani, e noi ce ne disinteresseremo? I santi desiderano di averci con loro e noi e ce ne mostreremo indifferenti? I giusti ci aspettano, e noi non ce ne prenderemo cura? No, fratelli, destiamoci dalla nostra deplorevole apatia. Risorgiamo con Cristo, ricerchiamo le cose di lassù, quelle gustiamo. Sentiamo il desiderio di coloro che ci desiderano, affrettiamoci verso coloro che ci aspettano, anticipano con i voti dell'anima la condizione di coloro che ci attendono. Non soltanto dobbiamo desiderare la compagnia dei santi, ma anche di possederne la felicità. Mentre dunque bramiamo di stare insieme a loro, stimoliamo nel nostro cuore l'aspirazione più intensa a condividerne la gloria. Questa bramosia non è certo disdicevole, perché una tale fame di gloria è tutt'altro che pericolosa.
    Vi è un secondo desiderio che viene suscitato in noi dalla commemorazione dei santi, ed è quello che Cristo, nostra vita, si mostri anche a noi come a loro, e noi pure facciamo con lui la nostra apparizione nella gloria. Frattanto il nostro capo si presenta a noi non come è ora in cielo, ma nella forma che ha voluto assumere per noi qui in terra. Lo vediamo quindi non coronato di gloria, ma circondato dalle spine dei nostri peccati.
    Si vergogni perciò ogni membro di far sfoggio di ricercatezza sotto un capo coronato di spine. Comprenda che le sue eleganze non gli fanno onore, ma lo espongono al ridicolo.
    Giungerà il momento della venuta di Cristo, quando non si annunzierà più la sua morte. Allora sapremo che anche noi siamo morti e che la nostra vita è nascosta con lui in Dio.
    Allora Cristo apparirà come capo glorioso e con lui brilleranno le membra glorificate. Allora trasformerà il nostri corpo umiliato, rendendolo simile alla gloria del capo, che è lui stesso.
    Nutriamo dunque liberamente la brama della gloria. Ne abbiamo ogni diritto. Ma perché la speranza di una felicità così incomparabile abbia a diventare realtà, ci è necessario il soccorso dei santi. Sollecitiamolo premurosamente. Così, per loro intercessione, arriveremo là dove da soli non potremmo mai pensare di giungere.

  4. #4
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    Predefinito Dal "Proslogion" di san'Anselmo

    Proslogion, 22‑26, in PL 158, 238‑242.

    Tu solo, Signore, sei ciò che sei; e tu sei colui che è. Le cose, che obbediscono alla legge del mutamento, differiscono nel tutto e nelle parti, per cui non possono essere veramente ciò che è.
    L'essere di cui possiamo supporre la non esistenza, l'essere che è uscito dal nulla e vi ricadrebbe se una forza estranea non lo sostenesse, l'essere che non esiste più nel passato e non esiste ancora nel futuro, un tale essere non ha certo un'esistenza completa e assoluta. Tu invece, Signore, sei ciò che sei, perché quello che sei in un certo tempo o in un certo modo, lo sei tutt'intero e sempre. Anzi, tu sei colui che propriamente e semplicemente è; tu non sei stato ne devi essere, sei soltanto presente e non possiamo pensare che talvolta tu non sia. Ma tu, Signore, sei anche la vita, la luce, la sapienza, la beatitudine, l'eternità. Sei tutto ciò che è bene, e tuttavia non sei che un unico bene, il sommo bene, che esiste da se e non ha bisogno di nulla. Invece tutto ha bisogno di te per esistere, e per esistere bene. Questo bene sei tu, Dio Padre; lo è il Verbo, il Figlio tuo. Nel Verbo, infatti, col quale tu esprimi te stesso, non vi può essere null'altro di ciò che tu sei, nulla di maggiore o di minore di te. Il tuo Verbo è vero, cosi come tu sei verace, e perciò egli è la verità stessa come te, non un'altra da te. E tu sei cosi semplice che da te non può nascere altro se non ciò che sei tu.

    Il sommo bene che sei tu, lo è pure l'amore unico e comune a te e al Figlio tuo, cioè lo Spirito Santo che da entrambi procede. L'amore stesso, infatti, non è inferiore ne a te ne al tuo Figlio, perché tu ti ami e lo ami ed egli ti ama e si ama, in proporzione della grandezza del vostro essere. Lo Spirito Santo non può differire ne da te, o Padre, ne dal tuo Figlio, poiché egli è l'eguale dell'uno e dell'altro. Essendo di natura essenzialmente semplice, non può procedere da altro che dal Padre e dal Figlio. Ciò che è ciascuna delle tre persone divine, lo è anche la Trinità intera, Padre, Figlio e Spirito Santo, perché ogni persona non è altro che l'unità sommamente semplice e la semplicità sommamente una, la quale non può essere moltiplicata ne scomposta. Non vi è che un solo bene necessario e in cui risiede ogni bene: anzi, esso è il bene universa le, completo e unico. Destati ora, anima mia, affina il tuo intelletto e cerca di comprendere, per quanto ti è possibile, la natura e la grandezza di questo bene.

    Se questo o quel bene ci allieta, pensa che felicità dovrà arrecare quel bene che include la giocondità di tutti gli altri. Si tratta, però, di un gaudio ben diverso da quelli gustati in terra, tanto diverso quanto la creatura dísta dal Creatore. Se è un bene la vita creata, quale bene sarà la vita creatrice! Se è gradevole la salute creata, quanto sarà deliziosa la fonte di ogni salute. La sapienza umana è desiderabile per conoscere le cose create, ma quanto è amabile la somma sapienza che ha creato tutto dal nulla! Il possesso di un oggetto ci causa un vivo sentimento di gioia, e quanto più esaltante sarà godere il bene che ha creato tutto quello che è desiderabile. Chi potrà godere di questo bene supremo? E che cosa godrà, avendolo? O di che cosa sarà privato? Costui godrà di tutto quello che è desiderabile e sarà privo di quanto merita solo avversione. Egli attingerà alla fonte che racchiude tutti i beni dell'anima e del corpo, beni misteriosi, inauditi, incomprensibili. Perché, omiciattolo, vai vagando alla ricerca dei beni della tua anima e del tuo corpo? Ti basta amare l'unico bene nel quale sono presenti tutti gli altri, e desiderare semplicemente il bene in cui è ogni bene.

    Che brami, o corpo, a cosa aneli, anima mia? Ciò che colma i vostri desideri, sta in cielo. Ti piace la bellezza? Lassù i giusti risplenderanno come il sole. Vuoi nelle tue membra una forza invincibile e nei tuoi movimenti un'agilità libera da ogni intralcio? Alla risurrezione i morti saranno simili agli angeli, perché si semina un corpo animale, risorge un corpo spirituale (1 Cor 15, 44). Se chiedi una vita lunga e sana, in Dio troverai un'eternità di salute, perché i giusti vivono per sempre (Sap 5, 15) e la salvezza dei giusti viene dal Signore (Sal 36, 39). Sei affamato? Lassù potrai saziarti, perché vedrai la gloria del Signore (Es 16, 7). Vuoi assaporare una gioia ineffabile? Lassù attingerai acqua con gioia alle sorgenti della salvezza (Is 12, 3). Ami la melodia? Lassù i cori angelici cantano senza fine le lodi di Dio. Cerchi le delizie più caste? In cielo sarai dissetato al torrente delle delizie divine (Sal 35, 9). Se poi desideri la sapienza, la sapienza stessa di Dio si rivelerà a te. Vuoi le delizie dell'amicizia? Lassù amerai Dio più di te stesso e un amore vicendevole ti legherà agli altri. Dio ti amerà infinitamente più di quanto tu potrai amarlo, perché l'amore che avrai per lui, per gli altri beati e per te stesso sarà limitato per natura. Ma l'amore che Dio ha per se stesso, per te e per gli altri, sarà infinito come la sua essenza.

    Cerchi la concòrdia? La troverai in cielo, perché gli eletti avranno un'unica volontà, che sarà quella di Dio. Brami il potere? Lassù tutti saranno onnipotenti nell'attuare la propria volontà, come lo è Dio nel compiere la sua. Come Dio può da se ciò che vuole, cosi i beati, grazie a lui, potranno tutto ciò che vorranno, e la volontà di Dio sarà necessariamente compiuta. Se brami la gloria e l'opulenza, sappi che Dio colmerà di beni e di onori i suoi servi buoni e fedeli. Anzi, sarai figlio di Dio e parteciperai alla sua divinità, perché dove sarà il Figlio saremo anche noi, eredi Dio, coeredi di Cristo (Rm 8, 17). Se ti affascina godere una vera sicurezza, il bene unico di cui godrai lassù non potrà mai venirti meno e neppure potrai perderlo, se non per una tua scelta di quaggiù. Dio non porterà via agli eletti quel bene unico, perché li ama ed è amato da essi. Nessuna altra potenza potrà separare Dio dai suoi beati né vincere le loro volontà.

    Il possesso del sommo bene è accompagnato da una felicità indicibile. Se tu potessi immergerti in quell'oceano di gaudio, il tuo cuore umano, cosi povero, cosi esperto del dolore, anzi sommerso in esso, sarebbe colmato di delizia. Scandaglia il tuo intimo ed esamina se il tuo cuore può contenere la gioia di tanta beatitudine. Allorché uno dei tuoi fratelli che amerai come te stesso possederà quella beatitudine, il tuo gaudio sarà raddoppiato, perché tu godrai, oltre che della tua, della sua felicità. E se due, tre o tanti possederanno tale felicità, tu ne godrai come se fosse la tua, giacché amerai ognuno e tutti come te stesso. Cosi nella pienezza d'amore che unirà gli innumerevoli cori degli angeli e dei beati, dove ognuno ama l'altro non meno di se, tutti godranno della propria felicità e di quella degli altri. La beatitudine di ognuno sara cosi moltiplicata senza fine e senza misura.

    In che modo il cuore dell'uomo potrà condividere la beatitu dine di tutti i suoi fratelli, se appena è capace di contenere le gioie immense della propria beatitudine? Quanto più uno ama l'altro, tanto più gode della sua felicità. Nel gaudio perfetto del cielo ognuno amerà Dio e il fratello più di se stesso; perciò ognuno godrà incomparabilmente più della felicità di Dio che della propria e di quella di tutti i beati insieme. Gli eletti ameranno Dio con tutto il cuore, la mente e l'anima. Ma se il loro cuore, la loro anima e la loro mente non saranno pari alla grandezza di quell'amore, come potranno essere capaci di sostenere la pienezza della loro beatitudine? Mio Signore e mio Dio, tu sei la speranza e la gioia del mio cuore. Tu hai promesso questa felicità alla mia anima, dicendo per bocca del tuo divin Figlio: Chiedete e otterrete, perché la vostra gioia sia piena (Gv 16, 24).

    La meditazione mi ha svelato l'esistenza di una sovrabbondanza di gioia che inonda cuore, anima e mente. Essa penetra l'uomo intero e non verrà mai meno. Non sarà quell'oceano di felicità a effondersi in noi, ma saremo noi a naufragare in esso. Parla, Signore, al tuo servo; di all'intimo del suo cuore che quella felicità è preparata per coloro che entreranno nel tuo regno celeste; i tuoi eletti godranno quelle cose che occhio non vide., ne orecchio udì, ne mai entrarono in cuore di uomo (1 Cor 2, 9). Le mie parole e i miei pensieri non potranno mai concepire la felicità dei tuoi beati. Essa avrà l'estensione del loro amore e il loro amore avrà l'ampiezza della loro intelligenza. Ma chi può dire fino a quel punto i giusti ti conosceranno e ti ameranno nell'altra vita? Ascolta, o Signore, la mia voce: fa' che un giorno io possa ricevere ciò che prometti per la tua verità, perché la mia gioia sia piena. Nel frattempo mediti la mia mente, ne parli la mia lingua. Ne abbia fame l'anima mia e sete la mia carne, lo desideri tutto il mio essere fino a quando non entri nella gioia del mio Signore che è Dio uno e trino, benedetto nei secoli. Amen.

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    Predefinito Omelia di san Girolamo sul Vangelo di Matteo

    Commentariorum in Evangelium Matthaei, lib. I, cap. 5, in PL 26, 33‑35.

    Il Signore sale sul monte per attirare con se le folle sulle vette. Ma la gente non è in grado di seguirlo. Lo seguono, invece, i discepoli con i quali il Maestro parla seduto con loro. Se fosse stato in piedi, lo splendore della sua maestà divina li avrebbe folgorati. Alcuni pensano, secondo un'intepretazione troppo semplicista, che Gesù abbia pronunziato le beatitudini e il resto del discorso sul monte degli Ulivi. Non è cosi, giacché siamo in Galilea prima e dopo questo passo. Piuttosto credo che il Signore abbia insegnato le beatitudini sul monte Tabor o su qualche altra cima di quella regione, poiché al termine di tutto il suo discorso entra a Cafarnao. Beati i poveri in spirito, perché di essi e il regno dei cieli. Gesù specifica che beati sono i poveri in spirito, perché nessuno creda che si tratti della miseria imposta talvolta dalle circostanze; qui egli intende l'umiltà, non la povertà materiale. Il Signore proclama beati quelli che hanno un cuore povero, cioè coloro che sono poveri volontariamente a causa dello Spirito Santo. Il Salvatore parla di questi poveri nel libro d'Isaia, quando dice: Il Signore mi ha consacrato con l'unzione, e mi ha mandato per annunziare ci poveri un lieto messaggio (Lc 4, 18).

    Beati i miti, perché erediteranno la terra. Non si tratta ne della terra di Giudea ne della terra di questo mondo.Il Signore infatti non allude alla terra maledetta, che produce spini e rovi e di cui diventa padrone l'uomo crudele e bellicoso. Qui si tratta della terra a cui anela il salmista,quando dice: Sono certo di contemplare la bontà del Signore nella terra dei viventi (Sal 26, 13). Il vincitore, che regna su questa terra, è descritto nel salmo quarantaquattro: Nello splendore della tua maestà., avanza e regna per la causa della verità, della mitezza e della giustizia (Sal 44, 4‑5). Quaggiù nessuno possiede la terra in virtù della mitezza, ma soltanto in forza della superbia. Beati gli afflitti, perché saranno consolati. Non si tratta delle lacrime versate su quelli che muoiono secondo le leggi di natura, ma del pianto su chi è preda dei peccati e dei vizi. Cosi pianse Samuele per Saul , poiché Dio si era pentito di averlo consacrato re di Israele (1 Sam 15, 35). Nello stesso senso, l'apostolo Paolo piange su coloro che non hanno fatto penitenza dopo aver commesso fornicazione e impurità (2 Cor 12, 21).

    Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia., perché saranno saziati. Non ci basta volere la giustizia: dobbiamo patirne la fame. Questa beatitudine ci fa capire come non saremo mai abbastanza giusti, ma quanto occorra avere sempre fame delle opere di giustizia. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Non si è misericordiosi solo con delle elemosine, ma allorché, di fronte al peccato del fratello, siamo disposti a portarne il peso con lui. Beati i puri di cuore perché vedranno Dio. I cuori puri sono quelli la cui coscienza non rimprovera di nessuna colpa. Solo un cuore purificato può vedere colui che è la stessa purezza, poiché il tempio di Dio non può essere contaminato. Beati gli operatori di pace. perché saranno chiamati figli di Dio. Questi artefici di pace la mettono innanzitutto nel proprio cuore e poi tra i fratelli in discordia. Che ti gioverebbe mettere pace fra gli altri, se nel tuo animo i vizi si fanno guerra tra di loro?

    Beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Molta gente ingiusta subisce persecuzioni a causa dei propri peccati. Il Signore perciò specifica che beati sono i perseguitati a causa della giustizia. Osserva che l'ottava beatitudine, quella della vera circoncisione, termina con il martirio. Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Questo genere di maledizioni disprezzabili ci rende beati, perché la bocca che le proferisce dice il falso. Il Signore infatti sottolinea quale sia la particolare maledizione, che ci rende beati: Quando diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. La maledizione da desiderare è appunto quella che subiamo a causa di Cristo. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricom pensa nei cieli. Non so proprio chi di noi sappia esultare nel Signore quando vede la propria reputazione straziata dai calunniatori. A questo non giunge chi insegue la vanagloria. Rallegriamoci dunque ed esultiamo, perché ci sia preparata in cielo la ricompensa, secondo il proverbio che dice: Non invidiare la gloria e non sarai amareggiato quando essa ti mancherà".

  6. #6
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    Predefinito

    Da dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, trad. it. L. Roberti, P. Graziani e P. Suffia, Alba, 1959, p. 1222-1234

    FESTA DI TUTTI I SANTI

    La festa della Chiesa trionfante.


    Vidi una grande moltitudine, che nessuno poteva contare, d'ogni nazione, d'ogni tribù, d'ogni lingua e stavano davanti al trono vestiti di bianco, con la palma in mano e cantavano con voce potente: Gloria al nostro Dio (Ap 7,9-10). Il tempo è cessato e l'umanità si rivela agli occhi del profeta di Pathmos. La vita di battaglia e di sofferenza della terra (Gb 7,1) un giorno terminerà e l'umanità, per molto tempo smarrita, andrà ad accrescere i cori degli spiriti celesti, indeboliti già dalla rivolta di Satana, e si unirà nella riconoscenza ai redenti dell'Agnello e gli Angeli grideranno con noi: Ringraziamento, onore, potenza, per sempre al nostro Dio! (Ap 7,11-14).

    E sarà la fine, come dice l'Apostolo (1Cor 15,24), la fine della morte e della sofferenza, la fine della storia e delle sue rivoluzioni, ormai esaurite. Soltanto l'eterno nemico, respinto nell'abisso con tutti i suoi partigiani, esisterà per confessare la sua eterna sconfitta. Il Figlio dell'uomo, liberatore del mondo, avrà riconsegnato l'impero a Dio, suo Padre e, termine supremo di tutta la creazione e di tutta la redenzione, Dio sarà tutto in tutti (ivi 24-28).

    Molto prima di san Giovanni, Isaia aveva cantato: Ho veduto il Signore seduto sopra un trono alto e sublime, le frange del suo vestito scendevano sotto di lui a riempire il tempio e i Serafini gridavano l'uno all'altro: Santo, Santo, Santo, il Signore degli eserciti: tutta la terra è piena della tua gloria (Is 6,1-3).

    Le frange del vestimento divino sono quaggiù gli eletti divenuti ornamento del Verbo, splendore del Padre (Ebr 1,3), perché, capo della nostra umanità, il Verbo l'ha sposata e la sposa è la sua gloria, come egli è la gloria di Dio (1Cor 11,7). Ma la sposa non ha altro ornamento che le virtù dei Santi (Ap 19,8): fulgido ornamento, che con il suo completarsi segnerà la fine dei secoli. La festa di oggi è annunzio sempre più insistente delle nozze dell'eternità e ci fa di anno in anno celebrare il continuo progresso della preparazione della Sposa (Ap 19,7).

    Confidenza.

    Beati gli invitati alle nozze dell'Agnello! (ivi, 9). Beati noi tutti che, come titolo al banchetto dei cieli, ricevemmo nel battesimo la veste nuziale della santa carità! Prepariamoci all'ineffabile destino che ci riserba l'amore, come si prepara la nostra Madre, la Chiesa. Le fatiche di quaggiù tendono a questo e lavoro, lotte, sofferenze per Dio adornano di splendenti gioielli la veste della grazia che fa gli eletti. Beati quelli che piangono! (Mt 5,5).

    Piangevano quelli che il Salmista ci presentava intenti a scavare, prima di noi, il solco della loro carriera mortale (Sal 125) e ora versano su di noi la loro gioia trionfante, proiettando un raggio di gloria sulla valle del pianto. La solennità, ormai incominciata, ci fa entrare, senza attendere che finisca la vita, nel luogo della luce ove i nostri padri hanno seguito Gesù, per mezzo della beata speranza. Davanti allo spettacolo della felicità eterna nella quale fioriscono le spine di un giorno, tutte le prove appariranno leggere. O lacrime versate sulle tombe che si aprono, la felicità dei cari scomparsi non mescolerà forse al vostro rammarico la dolcezza del cielo? Tendiamo l'orecchio ai canti di libertà che intonano coloro che, momentaneamente da noi separati, sono causa del nostro pianto. Piccoli o grandi (Ap 19,5), questa è la loro festa e presto sarà pure la nostra. In questa stagione, in cui prevalgono brine e tenebre, la natura, lasciando cadere i suoi ultimi gioielli, pare voler preparare il mondo all'esodo verso la patria che non avrà fine.

    Cantiamo anche noi con il salmista: "Mi sono rallegrato per quello che mi è stato detto: Noi andremo nella casa del Signore. O Gerusalemme, città della pace, che ti edifichi nella concordia e nell'amore, noi siamo ancora nei vestiboli, ma già vediamo i tuoi perenni sviluppi. L'ascesa delle tribù sante verso di te prosegue nella lode e i tuoi troni ancora liberi si riempiono. Tutti i tuoi beni siano per quelli che ti amano, o Gerusalemme, e nelle tue mura regnino la potenza e l'abbondanza. Io ho messo ormai in te le mie compiacenze, per gli amici e per i fratelli, che sono già tuoi abitanti e, per il Signore nostro Dio, che in te abita, in te ho posto il mio desiderio" (Sal 121).

    Storia della festa.

    Troviamo prima in Oriente tracce di una festa in onore dei Martiri e san Giovanni Crisostomo pronunciò una omelia in loro onore nel IV secolo, mentre nel secolo precedente san Gregorio Nisseno aveva celebrato delle solennità presso le loro tombe. Nel 411 il Calendario siriaco ci parla di una Commemorazione dei Confessori nel sesto giorno della settimana pasquale e nel 539 a Odessa, il 13 maggio, si fa la "memoria dei martiri di tutta la terra".

    In Occidente i Sacramentari del V e del VI secolo contengono varie messe in onore dei santi Martiri da celebrarsi senza giorno fisso. Il 13 maggio del 610, Papa Bonifacio IV dedicò il tempio pagano del Pantheon, vi fece trasportare delle reliquie e lo chiamò S. Maria ad Martyres. L'anniversario di tale dedicazione continuò ad essere festa con lo scopo di onorare in genere tutti i martiri, Gregorio III, a sua volta, nel secolo seguente, consacrò un oratorio "al Salvatore, alla sua Santa Madre, a tutti gli Apostoli, martiri, confessori e a tutti i giusti dormienti del mondo intero".

    Nell'anno 835, Gregorio IV, desiderando che la festa romana del 13 maggio fosse estesa a tutta la Chiesa, provocò un editto dell'imperatore Luigi il Buono, col quale essa veniva fissata il 1° novembre. La festa ebbe presto la sua vigilia e nel secolo XV Sisto IV la decorò di Ottava obbligatoria per tutta la Chiesa. Ora, sia la vigilia sia l'Ottava sono soppresse.

    MESSA

    "Alle calende di novembre vi è la stessa premura che vi è a Natale, per assistere al Sacrificio in onore dei Santi", dicono vecchi documenti in relazione a questo giorno" (Lectiones ant. Brev. Rom. ad hanc diem. Hittorp. Ordo Romanus). Per quanto generale fosse la festa, anzi in ragione della sua stessa universalità, non era forse la gioia speciale per tutti e l'onore delle famiglie cristiane? Le quali santamente fiere di coloro dei quali si trasmettevano le virtù di generazione in generazione e la gloria del cielo, si vedevano così nobilitate ai loro occhi, più che da tutti gli onori terreni.

    Ma la fede viva di quei tempi vedeva anche nella festa l'occasione di riparare le negligenze volontarie o forzate commesse nel corso dell'anno riguardo al culto dei beati inscritti nel calendario pubblico.

    EPISTOLA (Ap 7,2-12). - In quei giorni: Io Giovanni vidi un altro Angelo che saliva da oriente ed aveva il sigillo di Dio vivo, e gridò con gran voce ai quattro Angeli, a cui era ordinato di danneggiare la terra e il mare e disse: Non danneggiate la terra, il mare e le piante, finché non abbiamo segnato nella loro fronte i servi del nostro Dio. E sentii il numero dei segnati, centoquarantaquattromila di tutte le tribù d'Israele: della tribù di Giuda dodici mila segnati; della tribù di Ruben dodici mila segnati; della tribù di Gad dodici mila segnati; della tribù di Aser dodici mila segnati; della tribù di Neftali dodici mila segnati; della tribù di Manasse dodici mila segnati; della tribù di Simeone dodici mila segnati; della tribù di Levi dodici mila segnati; della tribù di Issacar dodici mila segnati; della tribù di Zabulon dodici mila segnati; della tribù di Giuseppe dodici mila segnati; della tribù di Beniamino dodici mila segnati. Dopo queste cose vidi una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, d'ogni tribù, d'ogni popolo e linguaggio. Essi stavano davanti al trono e dinanzi all'Agnello, in bianche vesti e con rami di palme nelle loro mani, e gridavano a gran voce e dicevano: La salute al nostro Dio che siede sul trono e all'Agnello! E tutti gli Angeli che stavano intorno al trono, ai vegliardi e ai quattro animali, si prostrarono bocconi dinanzi al trono, e adorarono Dio, dicendo: Amen! Benedizione e gloria e sapienza e ringraziamenti e onore e potenza e forza al nostro Dio, nei secoli dei secoli. Così sia.

    I due censimenti.

    L'Uomo-Dio alla sua venuta sulla terra fece, per mezzo di Cesare Augusto, una prima volta il censimento della terra (Lc 2,1). Era opportuno che all'inizio della redenzione fosse rilevato ufficialmente lo stato del mondo. Ora è il momento di farne un secondo, che affiderà al libro della vita i risultati delle operazioni di salvezza.

    "Perché questo censimento del mondo al momento della nascita del Signore, dice san Gregorio in una delle omelie di Natale, se non per farci comprendere che nella carne appariva Colui che doveva poi registrare gli eletti nella eternità?" (Lezione vii dell'Ufficio di Natale). Molti però, a causa dei peccati, si erano sottratti al beneficio del primo censimento, che comprendeva tutti gli uomini nel riscatto di Dio Salvatore, e ne era necessario un secondo che fosse definitivo ad eliminasse dall'universalità del primo i colpevoli. Siano cancellati dal libro dei vivi; il loro posto non è con i giusti (Sal 68,29). Le parole sono del re Profeta e il santo Papa qui le ricorda.

    Nonostante questo, la Chiesa, tutta gioiosa, non pensa oggi che agli eletti, come se di essi soli si trattasse nel solenne censimento in cui abbiamo veduto terminare la vita dell'umanità. Infatti essi soli contano davanti a Dio, i reprobi non sono che lo scarto di un mondo in cui solo la santità risponde alla generosità del creatore e all'offerta di un amore infinito.

    Prestiamo le anime nostre all'impronta che le deve "conformare all'immagine del Figlio unico" (Rm 8,29) segnandoci come tesoro di Dio. Chi si sottrae all'impronta sacra non eviterà l'impronta della bestia (Ap 13,16) e, nel giorno in cui gli Angeli chiuderanno il conto eterno, ogni moneta, che non potrà essere portata all'attivo di Dio, se ne andrà da sé alla fornace in cui bruceranno le scorie.

    VANGELO (Mt 5,1-12). - In quel tempo: Gesù avendo veduto la folla, salì sul monte e, come si fu seduto, gli si accostarono i suoi discepoli. Allora egli aprì la sua bocca per ammaestrarli, dicendo: Beati i poveri di spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati i mansueti, perché erediteranno la terra. Beati quelli che piangono, perché saranno consolati. Beati i famelici e sitibondi di giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati i pacifici, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati quelli che sono perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Beati sarete voi, quando vi oltraggeranno e perseguiteranno e, falsamente, diranno di voi ogni male per cagion mia. Rallegratevi (in quel giorno) ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli.

    Le Beatitudini.

    La terra è oggi così vicina al cielo che uno stesso pensiero di felicità riempie i cuori. L'Amico, lo Sposo ritorna in mezzo ai suoi e parla di felicità. Venite a me voi tutti che avete tribolazioni e sofferenze. Il versetto dell'Alleluia era con queste parole l'eco della patria e tuttavia ci ricordava l'esilio, ma tosto nel Vangelo è apparsa la grazia e la benignità del nostro Dio Salvatore (Tt 2,11; 3,4). Ascoltiamolo, perché ci insegna le vie della beata speranza (ivi 2,12-13), le delizie sante, che sono ad un tempo garanzia ed anticipo della perfetta felicità del cielo.

    Sul Sinai, Dio teneva l'Ebreo a distanza e dava soltanto precetti e minacce di morte, ma sulla vetta di quest'altra montagna, sulla quale è assiso il Figlio di Dio, in modo ben diverso si promulga la legge dell'amore! Le otto Beatitudini all'inizio del Nuovo Testamento hanno preso il posto tenuto nell'Antico dal Decalogo inciso sulla pietra.
    Esse non sopprimono i comandamenti, ma la loro giustizia sovrabbondante va oltre tutte le prescrizioni e Gesù le trae dal suo Cuore per imprimerle, meglio che sulla pietra, nel cuore del suo popolo. Sono il ritratto perfetto del Figlio dell'uomo e riassunto della sua vita redentrice. Guardate dunque e agite secondo il modello che si rivela a voi sulla montagna (Es 25,40; Ebr 8,5 ).

    La povertà fu il primo contrassegno del Dio di Betlemme e chi mai apparve più dolce del figlio di Maria? chi pianse per causa più nobile, se egli già nella greppia espiava le nostre colpe e pacificava il Padre? Gli affamati di giustizia, i misericordiosi, i puri di cuore, i pacifici dove troveranno fuori di lui il modello insuperato, mai raggiunto e sempre imitabile? E la sua morte lo fa condottiero dei perseguitati per la giustizia! Suprema beatitudine questa della quale più che di tutte le altre, la Sapienza incarnata si compiace e vi ritorna sopra e la precisa e oggi con essa termina, come in un canto d'estasi

    La Chiesa non ebbe mai altro ideale. Sulla scia dello Sposo, la sua storia nelle varie epoche fu eco prolungata delle Beatitudini. Cerchiamo di comprendere anche noi e, per la felicità della nostra vita in terra, in attesa dell'eterna, seguiamo il Signore e la Chiesa.

    Le Beatitudini evangeliche sollevano l'uomo oltre i tormenti, oltre la morte, che non scuote la pace dei giusti, anzi la perfeziona.

    Discorso di san Beda [1].

    "In cielo non vi sarà mai discordia, ma vi sarà accordo in tutto e conformità piena, perché la concordia tra i Santi non avrà variazioni; in cielo tutto è pace e gioia, tutto è tranquillità e riposo e vi è una luce perpetua assai diversa dalla luce di quaggiù, tanto più splendida quanto più bella. Leggiamo nella Scrittura che la città celeste non ha bisogno della luce del sole, perché 'il Signore onnipotente la illuminerà e l'Agnello ne è la fiaccola' (Ap 21,23). 'I Santi brilleranno come stelle nell'eternità, e quelli che istruiscono le moltitudini saranno come lo splendore del firmamento' (Dn 12,3). Là, non notte, non tenebre, né ammassi di nubi; non rigore di freddo, né eccessivo calore, ma uno stato di cose così bene equilibrato che 'occhio non vide e orecchio non udì e il cuore dell'uomo nulla mai comprese' (1Cor 2,9) di simile. Lo conoscono quelli che sono trovati degni di goderne e 'i nomi dei quali sono scritti nel libro della vita' (Fil 4,3) che 'hanno lavato il loro vestito nel sangue dell'Agnello e stanno davanti al trono di Dio, servendolo notte e giorno' (Ap 7,14). 'Là non c'è vecchiaia, né debolezze della vecchiaia, perché tutti sono giunti allo stato dell'uomo perfetto, nella misura dell'età del Cristo' (Ef 4,13).

    Ma quello che tutto sorpassa è l'essere associati ai cori degli Angeli, dei Troni e delle Dominazioni, dei Principati e delle Potenze; il godere della compagnia di tutte le Virtù della corte celeste; il contemplare i diversi ordini dei Santi, più splendenti che gli astri; il considerare i Patriarchi illuminati dalla loro fede, i Profeti radiosi di speranza e di gioia, gli Apostoli preparati a giudicare le tribù di Israele e tutto l'universo; i Martiri, cinti del diadema splendente della porpora della vittoria e infine le Vergini con la fronte coronata di candidi fiori" (18 Discorso sui Santi).

    Incoraggiamento alla pratica delle virtù.

    La Chiesa dopo averci mostrato la bellezza e la gioia del cielo, dopo la seducente esposizione sulla eternità, avrebbe potuto presentarci la questione che san Benedetto pose al postulante, che bussava alla porta del monastero: Vuoi la vita? vuoi vedere giorni felici? (Prologo alla Regola). Avremmo anche noi prontamente risposto: sì. E pare che davvero la questione ce l'abbia silenziosamente posta e che abbia udito il nostro sì, perché prosegue adesso esponendoci le condizioni, necessarie per entrare nel regno dei cieli.

    "La speranza di giungere alla ricompensa della salvezza ci alletti, ci attiri, lottiamo volentieri e con tutto l'impegno nello stadio della santità; mentre Dio e Cristo ci guardano. Dato che già abbiamo cominciato ad elevarci sopra il mondo ed il secolo, stiamo attenti, perché nessun desiderio terreno ci attardi. Se l'ultimo giorno ci trova svincolati da ogni cosa, se ci trova in agile corsa nel cammino delle buone opere, il Signore non potrà fare a meno di ricompensare i nostri meriti.

    Colui che dà, come prezzo della sofferenza, a quelli che hanno saputo vincere nella persecuzione, una corona imporporata, darà pure, come prezzo delle opere di santità, una corona bianca a coloro che avranno saputo vincere nella pace. Abramo, Isacco, Giacobbe non furono messi a morte, ma sono stati tuttavia ritenuti degni dei primi posti fra i Patriarchi, perché tale onore meritarono con la fede e le opere di giustizia, e coloro che saranno trovati fedeli, giusti e degni di lode siederanno al banchetto con questi grandi giusti. Bisogna ricordare però che dobbiamo compiere la volontà di Dio e non la nostra, perché 'chi fa la volontà di Dio vive eternamente' (Gv 2,17) come vive eternamente Dio stesso.

    Bisogna dunque che con spirito puro, fede ferma, virtù robusta, carità perfetta, siamo preparati a compiere tutta la volontà di Dio, osservando con coraggiosa fedeltà i comandamenti del Signore, l'innocenza nella semplicità, l'unione nella carità, la modestia nell'umiltà, l'esattezza nell'impiego, la diligenza nell'assistenza degli afflitti, la misericordia nel sollevare i poveri, la costanza nella difesa della verità, la discrezione nella severità della disciplina e infine bisogna che non lasciamo di seguire o dare l'esempio delle buone opere. Ecco la traccia che tutti i Santi, tornando alla patria, ci hanno lasciata, perché, camminando sulle loro orme, possiamo giungere alle gioie che essi hanno raggiunto" (Beda, 18 Discorso sui Santi).

    È utile lodare i Santi.

    Una esortazione per i suoi figli la Chiesa la chiede a san Bernardo, e ci parla con la sua voce.

    "Dato che celebriamo con una festa solenne il ricordo di tutti i Santi, diceva ai suoi monaci l'abate di Chiaravalle, credo utile parlarvi della loro felicità comune nella quale gioiscono di un beato riposo e della futura consumazione che attendono. Certo, bisogna imitare la condotta di quelli che con religioso culto onoriamo; correre con tutto lo slancio del nostro ardore verso la felicità di quelli che proclamiamo beati, bisogna implorare il soccorso di quelli dei quali sentiamo volentieri l'elogio.

    A che serve ai Santi la nostra lode? A che serve il nostro tributo di glorificazione? A che serve questa stessa solennità? Quale utile portano gli onori terrestri a coloro che il Padre celeste stesso, adempiendo la promessa del Figlio, onora? Che cosa fruttano loro i nostri omaggi? Essi non hanno alcun desiderio di tutto questo. I santi non hanno bisogno delle nostre cose e la nostra divozione non reca loro alcun vantaggio: ciò è cosa assolutamente vera.
    Non si tratta di loro vantaggio, ma nostro, se noi veneriamo la loro memoria. Volete sapere come abbiamo vantaggio? Per conto mio, confesso che, ricordando loro, mi sento infiammato di un desiderio ardente, di un triplice desiderio.

    Si dice comunemente: occhio non vede, cuore non duole. La mia memoria è il mio occhio spirituale e pensare ai Santi è un po' vederli, e, ciò facendo, abbiamo già 'una parte di noi stessi nella terra dei viventi' (Sal 141,6), una parte considerevole, se la nostra affezione accompagna, come deve accompagnarlo, il nostro ricordo. È in questo modo, io dico, che 'la nostra vita è nei cieli' (Fil 3,20). Tuttavia la nostra vita non è in cielo, come vi è la loro, perché essi vi sono in persona e noi solo con il desiderio; essi vi sono con la loro presenza e noi solo con il nostro pensiero".

    Desiderare l'aiuto dei Santi.

    "Perché possiamo sperare tanta beatitudine dobbiamo desiderare ardentemente l'aiuto dei Santi, perché quanto non possiamo ottenere da noi ci sia concesso per la loro intercessione.

    Abbiate pietà di noi, sì, abbiate pietà di noi, voi che siete nostri amici. Voi conoscete i nostri pericoli, voi conoscete la nostra debolezza; voi sapete quanto grande è la nostra ignoranza, e quanta la destrezza dei nostri nemici; voi conoscete la violenza dei loro attacchi e la nostra fragilità. Io mi rivolgo a voi, che avete provato le nostre tentazioni, che avete vinto le stesse battaglie, che avete evitato le stesse insidie, a voi ai quali le sofferenze hanno insegnato ad avere compassione.

    Io spero inoltre che gli angeli stessi non disdegneranno di visitare la loro specie, perché è scritto: 'visitando la tua specie non peccherai' (Gb 5,24). Del resto, se io conto su di essi perché noi abbiamo una sostanza spirituale e una forma razionale simile alla loro, credo di poter maggiormente confidare in coloro che hanno, come me, l'umanità e che sentono perciò una compassione particolare e più intima per le ossa delle loro ossa e la carne della loro carne".

    Confidenza nella loro intercessione.

    "Non dubitiamo della loro benevola sollecitudine a nostro riguardo. Essi ci attendono fino a quando anche noi non avremo avuta la nostra ricompensa, fino al grande giorno dell'ultima festa, nella quale tutte le membra, riunite alla testa sublime, formeranno l'uomo perfetto in cui Gesù Cristo, nostro Signore, degno di lode e benedetto nei secoli, sarà lodato con la sua discendenza. Così sia" (Discorso sui Santi, passim).

    Imitare coloro che si lodano.

    Troviamo in san Giovanni Crisostomo la dottrina già esposta: è cosa buona lodare i Santi, ma alla lode bisogna unire l'imitazione delle loro virtù.

    "Chi ammira con religioso amore i meriti dei Santi e celebra con lodi ripetute la gloria dei giusti è tenuto ad imitare la loro vita virtuosa e la loro santità. È necessario infatti che chi esalta con gioia i meriti di qualche santo abbia a cuore di essere come lui fedelmente impegnato nel servizio di Dio. O si loda e si imita, o ci si astiene anche dal lodare. Sicché, dando lode ad un altro, ci si rende degni di lode e, ammirando i meriti dei Santi, si diventa ammirabili per una vita santa. Se amiamo le anime giuste e fedeli, perché apprezziamo la loro giustizia e la loro fede, possiamo anche essere quello che sono, facendo quello che fanno".

    I modelli.

    "Non ci è difficile imitare le loro azioni, se consideriamo che i primi Santi non ebbero esemplari innanzi a sé e quindi non imitarono altri, ma si fecero modello di virtù degno di essere imitato, affinché, con il profitto che noi ricaviamo imitando loro e con quello che il prossimo ricaverà, imitando noi, Gesù Cristo nella sua Chiesa sia glorificato perpetuamente dai suoi servi.

    Così avvenne fin dai primi tempi del mondo. Abele, l'innocente, fu ucciso, Enoc fu rapito in cielo, perché ebbe la fortuna di piacere a Dio, Noè fu trovato giusto, Abramo fu approvato da Dio, perché riconosciuto fedele, Mosè si distinse per la mansuetudine, Giosuè per la castità, Davide per la dolcezza, Elia fu gradito al Signore, Daniele fu pio e i suoi tre compagni furono vittoriosi, gli Apostoli, discepoli di Cristo, furono designati maestri dei credenti e i Confessori, da loro istruiti combatterono da forti, mentre i martiri, consumati nella perfezione, trionfano e legioni di cristiani, armati da Dio, continuamente respingono il demonio. Per ciascuno di essi la lotta è diversa, ma le virtù sono simili e le vittorie di tutti restano gloriose".

    Necessità del combattimento.

    "Tu, o cristiano, sei soldato ben meschino, se credi di vincere senza combattere e di raggiungere il trionfo senza sforzo! Spiega le tue forze, lotta con coraggio, combatti, senza debolezze, nella mischia. Mantieni il patto, rimetti sulle condizioni, renditi conto di che cosa sia l'essere soldato, il patto che hai concluso, le condizioni che hai accettate, la milizia nella quale ti sei arruolato" (Giovanni Crisostomo, Discorso sulla imitazione dei Martiri).

    La nostra risurrezione.

    Ci giova oggi ricordare la dottrina sulla risurrezione dei morti, che san Paolo esponeva un giorno ai fedeli di Corinto, sulla grandiosa cerimonia liturgica che la seguirà, e sulla visione beatifica, che avremo in premio nell'eternità.

    Noi risusciteremo, perché Cristo è risuscitato. Questa dottrina riassume in certo modo tutto il cristianesimo. Il battesimo è inserzione di ciascuno di noi in Cristo e dal momento che noi siamo entrati nell'unità della sua vita e formiamo con lui un solo corpo mistico e reale insieme, l'interesse è comune, la condizione nostra è legata alla sua, quello che è avvenuto in lui deve avvenire in noi: la morte, il seppellimento, la risurrezione, l'ascensione, la vita eterna in Dio. Le membra avranno la sorte del capo e potremmo dire, propriamente parlando, di essere già risuscitati in Gesù Cristo, perché la sua Risurrezione è causa, motivo, esempio, sicura garanzia della nostra.

    Cristo non è risuscitato per sé solo, per conto suo, ma per noi tutti. Nella legge antica erano offerte a Dio le spighe mature, in nome di tutta la messe. Il Signore, se è un essere individuale, è pure il secondo Adamo, essere vivente, che comprende in sé la moltitudine di quelli che da lui son nati e perciò, se egli è risuscitato, tutti sono risuscitati, ma ciascuno a suo tempo; Cristo per primo, poi tutti quelli che sono di Cristo risusciteranno alla sua venuta. Dopo sarà la fine.

    L'inizio della vita eterna.

    "Sarà la fine. La fine del periodo laborioso nel corso del quale il Signore raccoglie il numero dei suoi eletti, stabilisce il suo regno e annienta i suoi nemici. Si potrebbe dire altrettanto bene inizio della vita nuova, compimento del disegno di Dio con il ritorno a lui di tutto quanto avrà acconsentito ad appartenere a Cristo Nostro Signore Gesù Cristo, dopo aver trionfato di tutte le potenze nemiche, debellata ogni autorità e scardinato ogni potere ostile al suo, porterà a Dio, suo Padre, tutte le nature umane delle quali è re e, avendo qual Figlio operato solo per il Padre, gli riconsegnerà il comando su tutta la sua conquista. Sì, noi lo sappiamo, tutto si piegherà davanti a Dio in cielo, sulla terra, e nell'inferno; tutto sarà sottomesso, fuorché Colui, che ha sottomesso a sé tutte le cose.

    L'eternità comincerà con una cerimonia liturgica di infinita grandezza. Il Verbo Incarnato, nostro Signore Gesù Cristo, il re predestinato, circondato dagli Angeli, dagli uomini nati per la sua grazia e viventi la sua vita, si metterà alla testa della falange che il Padre gli ha dato e la guiderà e condurrà verso il santuario eterno. Si presenterà con essi davanti al Padre e presenterà e offrirà a lui la messe immensa degli eletti germogliati dal suo sangue e si sottometterà con essi alla paterna dominazione di Colui, che tutto gli donò e sottomise, rimettendogli lo scettro e la regalità della creazione da lui conquistata, che con lui entrerà nel seno della Trinità. La famiglia di Dio sarà allora completa e Dio sarà tutto in tutti".

    Dio è tutto in tutti.

    "Dio tutto in tutti: l'espressione ha per il nostro pensiero qualcosa di prodigioso e di meraviglioso... Oggi Dio non è tutto in me e io non sono in relazione diretta con lui, ma sempre tra noi sta l'importuna creazione e io arrivo a Dio a prezzo di un lento e penoso cammino sempre avvolto nella oscurità. Il mio pensiero non vede Dio e la fede stessa me lo vela: non sono un essere intelligente, e non lo sarò che quando Dio si offrirà come oggetto alla mia intelligenza finalmente desta, il giorno in cui Dio, per mostrarsi a me, si unirà alla mia intelligenza, perché io possa conoscerlo. Come dire questo? Dio sarà allora alla radice stessa del mio pensiero, perché io lo veda, alla radice della mia volontà, perché io lo possieda, alla radice e al centro del mio cuore, perché io l'ami. Egli allora sarà la bellezza che amo e sarà in me il cuore che ama la bellezza, sarà il termine e l'oggetto dei miei atti e in me ne sarà il principio.

    Questa gloriosa appartenenza della mia anima a Dio si prepara sulla terra con l'unione a Cristo. Nell'eternità entreremo totalmente nella vita di Dio, se quaggiù saremo interamente conformati a Cristo. Questa è l'idea fondamentale del cristianesimo: essere con Cristo nel tempo, per essere con Dio nell'eternità (Dom Delatte, Epistole di san Paolo, I, 379-383)".

    PREGHIAMO

    O Dio onnipotente ed eterno, che ci hai concesso di venerare con una sola solennità i meriti di tutti i tuoi Santi; ti preghiamo di accordarci, in vista di tanta moltitudine di intercessori, l'abbondanza della tua misericordia.

    _________________________________________________

    NOTE

    [1] Il discorso, attribuito a san Beda, pare piuttosto di Walfrido Strabone, o più probabilmente ancora di Helischar di Treviri. Riv. Ben. 1891, p. 278

    Guercino, La Gloria di tutti i Santi con i Santi protettori di Modena (SS. Francesco d'Assisi, Geminiano di Modena, Pietro, Paolo, Giovanni Battista, Sebastiano, Gregorio Magno, Girolamo e Stefano), 1647, Musée des Augustins, Tolosa

  7. #7
    INNAMORARSI DELLA CHIESA
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    Santi nella storia degli uomini

    (prof. Giuseppe Borasio)


    Chi sono i santi? Le risposte non ci mancano, anzi abbondano. Siamo generalmente d’accordo, anche se non usiamo le stesse parole, nel Chiamare santi gli amici più fedeli di Dio, gli uomini e le donne che realizzano meglio il suo progetto, coloro che camminano sempre secondo la sua volontà, coloro in cui arde più viva la carità.
    Per quanto queste siano alcune delle definizioni possibili, persino ovvie, non credo che la questione si possa considerare conclusa. Per questo ritengo necessario approfondirla.
    Comincerò con una citazione tratta da “Il grande libro dei santi” (edizioni San Paolo):
    “La santità è un fenomeno propriamente cattolico (romano e ortodosso). Essa presuppone la possibilità per l’uomo di essere perfetto, come si legge in Matteo 5, 48. Ma cosa significa essere perfetto? L’uomo sa di essere imperfetto e di dover morire: una coscienza che non si cancella neppure nei momenti di esaltazione per il successo o qualsiasi altra causa. Il venire dal nulla e il ritornare nel nulla entro una breve parentesi di vita è un’opinione comune che ha fondamento nell’esperienza. Per poter pensare alla perfezione dell’uomo, alla sua santità, è necessario credere ad una vita diversa da quella umana, una vita perfetta. Per i cristiani è la vita divina, la vita stessa di Dio. Ma Dio, secondo il Nuovo Testamento, ha deciso che il Verbo, il suo figlio unico, si faccia uomo: così la divinità partecipa nel Cristo dell’umanità. È l’evento che i cristiani chiamano incarnazione. Un evento che ne ha generato un altro: la possibilità per l’uomo di diventare Dio, per la vita umana di unirsi e partecipare alla vita divina: un evento cui presiede lo Spirito di Dio, perché l’uomo con le sue forze non potrebbe mettere in atto le potenzialità che l’incarnazione ha creato nel suo essere. La santità è appunto il verificarsi di questo movimento di risposta dell’uomo, per via di Spirito Santo, all’iniziativa dell’incarnazione. Il fenomeno è espresso in una definizione celebre che il grande Ireneo di Lione, già nella seconda metà del secolo II, seppe esprimere: “Dio si è fatto uomo, perché l’uomo diventasse Dio”. (Claudio Leonardi, “Il grande libro dei santi”, 1998)

    Questo brano, relativamente breve, ma denso, accenna al carattere misterioso della santità, la quale a sua volta rimanda alla duplice natura, divina e umana, della Chiesa, sposa di Cristo, vero Dio e vero uomo.

    Indubbiamente la nozione di santo, almeno in senso generale, è conosciuta anche prima e indipendentemente dal Cristianesimo.
    La conoscono, per non dire dell’Oriente, le più alte civiltà fiorite nel mondo mediterraneo, quella ellenica e quella latina. Gli aggettivi “aghios” e “sanctus”, che abitualmente traduciamo con “santo” sono ampiamente documentati e significano egualmente “sacro”, “consacrato”, inclinando il vocabolo greco verso l’accezione di “puro” (v. al proposito l’altro aggettivo “agnòs”)e alludendo quello latino alla conformità a una norma, a qualcosa di stabilito (v. il verbo “sancire”, in linea con lo stretto rapporto, tipico della civiltà romana, fra piano giuridico e piano etico-religioso.

    Quella nozione la conoscono naturalmente gli Ebrei. Il vocabolo tradotto con “santo” è connesso – lo apprendo dagli esperti in lingue semitiche –da una radice verbale che significa “separare”, “riservare”, mettere a parte”, sempre in un contesto liturgico, riferito al culto. Lo si dice di una persona, di un animale, di un oggetto, che siano distaccati dall’uso profano per essere riservati al Signore. L’attributo di santo, a maggior ragione e in senso stretto, compete a Dio. In un passo dell’antico testamento leggiamo: “Siate santi, perché io, il Signore Dio vostro, sono santo” (Levitico, XIX, 2). Soltanto Dio è santo in senso forte; l’uomo e la donna che s’impegnano a essergli fedeli sono chiamati giusti (un’eco di questa nozione religiosa e non solo morale di giustizia è presente nel Nuovo testamento, per esempio nel Vangelo secondo Matteo, che denomina giusto Giuseppe , lo sposo di Maria, e altri personaggi).
    La novità, non certo piccola, dell’Ebraismo consiste nella vocazione alla santità, che ha per destinatario l’uomo, sia come individuo sia come membro del popolo eletto.
    Nelle religioni politeistiche gli dei sono abbassati al piano della media umanità, pur non mancando una schietta ricerca di un ideale spirituale (il “Bene” dei filosofi, l’anelito alla rigenerazione di qualche poeta, la fiducia nelle pratiche di purificazione, legate ai cosiddetti culti misterici), che consenta all’umanità di oltrepassare la propria mediocre condizione e di trovare qualche risposta agli enigmi dell’esistenza.
    Tuttavia è soltanto nell’esperienza dell’antico Israele che troviamo un Dio insieme trascendente e vicinissimo, che non solo ha creato uomo e donna a sua immagine e somiglianza, ma li solleva “su ali d’aquila” e, chiamandoli alla santità, conferisce loro una dignità altissima.

    Proviamo a ridiscendere da queste vette. Saltiamo – si fa per dire, perché ci ritorneremo - secoli e secoli di Cristianesimo e veniamo a un periodo storico abbastanza vicino a noi, il Settecento, il secolo dell’Illuminismo. Diamo la parola a Voltaire, che, con il suo stile ironico e pungente , esprime il suo pensiero sulla santità, all’interno della voce “virtù del suo Dizionario filosofico.
    “Noi viviamo in società: non c’è nulla dunque di veramente buono per noi se non ciò che fa il bene della società. Un solitario sarà sobrio, pio, sarà vestito con un cilicio: ebbene, sarà santo; ma non lo chiamerò virtuoso se non avrà fatto qualche atto di virtù di cui avranno profittato altri uomini. Finché è solo, non è né benefico, né malefico; non è niente per noi. Se san Bruno ha messo la pace nelle famiglie, se ha soccorso l’indigenza, è stato virtuoso; se ha digiunato e pregato in solitudine, è stato un santo”.
    In queste osservazioni c’è del vero. Sono d’accordo con Voltaire che santità e moralità (con questa seconda nozione raccogliamo in sintesi l’esercizio delle virtù) si distinguono; le distingue anche il comune sentire, che non fa coincidere il galantuomo e il santo. Convengo con Voltaire nell’individuare nell’utilità sociale o interpersonale un contrassegno fondamentale degli atti virtuosi.
    Qui finiscono le mie concordanze con lo scrittore francese. Per lui il discrimine fra virtù e santità corrisponde a quello fra vita attiva, i cui risultati sono misurabili con evidenza, e vita contemplativa, i cui eventuali risultati rimangono impalpabili. Coerentemente a questa opposizione egli qualifica come santi alcuni atti umani, che poi relega in un angolo piccolo piccolo, oscuro, ininfluente. Questo dualismo, a mio parere artificioso, già presente fin dal tardo Medioevo, farà scuola e sarà gravido di conseguenze anche nella politica ecclesiastica dei governi, soprattutto nell’Ottocento e nel Novecento.
    Quand’anche la vita contemplativa e l’ascetismo fossero socialmente neutri o persino inutili, come si può stabilire che lo siano anche sul piano etico, ovvero in riferimento alla persona che si conforma a essi? Interrogando la storia, non soltanto la storia sacra, si apprende che dagli asceti e dai mistici è venuta non raramente una scossa, un risveglio, che hanno rinnovato la società: da Giovanni Battista a Benedetto da Norcia, da Francesco a Caterina da Siena, da Filippo Neri a Luigi Orione, per limitarci a qualche caso.

    Ma c’è di più. Quel dualismo fra vita santa e vita virtuosa, tutto sbilanciato in Voltaire a favore della seconda, non corrisponde all’esperienza comune, attestata da osservatori equanimi. La persona che pratica ciò che è moralmente bello e retto (i Latini lo chiamavano “honestum”) non necessariamente è definita anche santa.
    Le nostre valutazioni hanno certo, più che mai in questo ambito, un margine di approssimazione e di fallibilità e un cristiano dev’essere guardingo di fronte ai giudizi che definiscono un altro essere umano, dal momento che proprio il cristiano sa quanto valgano nella vita spirituale la coscienza, il cuore, le interne intenzioni.
    Tuttavia il “senso comune delle nazioni”, come lo chiamerebbe Giambattista Vico, sul quale si radicano il linguaggio e i concetti morali, ha i suoi diritti, che è imprudente trascurare. Ora, se l’uomo virtuoso non coincide di per sé con il santo, quest’ultimo sarà o non sarà un uomo virtuoso?
    Naturalmente no, risponde Voltaire, che fa del santo un misto di solitario, bizzarro e improduttivo.
    Naturalmente sì, risponde chi guarda alla storia con occhi il più possibile liberi da prevenzioni (il più possibile, perché essere esente da pregiudizi è pur sempre una meta, non un dato di fatto).
    La gente chiama santo non chi porta con sé, mescolato a belle qualità, qualche vizio o difetto manifesto o grossolano, ma piuttosto chi ha raggiunto un alto grado di bontà, diciamo pure di virtù, e in più…
    Già, nella santità c’è qualcosa di ulteriore, di non riducibile alla moralità, pur elevata, qualcosa che sfuggiva a Voltaire e in genere a chi ha smarrito il senso del mistero, di quel mistero che è l’uomo, che ha smarrito, a maggior ragione, il senso del soprannaturale.
    Intenderei tornare, ripartendo di qui, su alcuni di questi elementi.

    **********************************
    I - Riassumo per sommi capi quanto ho esposto nell’articolo “I santi nella vita degli uomini” (la parte sopra nda)

    1 – La nozione di santità è già presente nel mondo antico, precristiano. Si trova nel mondo ellenico e romano, associata all’idea di sacro, di puro e può riferirsi tanto a oggetti e a istituzioni quanto a persone. Che il riconoscimento della santità non sia un semplice retaggio di epoche arcaiche, oggetto della sola devozione popolare, lo dimostra Platone, nella colta e raffinata Atene dell’età classica. Proprio la santità viene considerata e approfondita nell’“Eutifrone”, uno dei dialoghi in cui il sommo filosofo ateniese s’interroga sulle più significative qualità morali, analogamente a quanto faceva Socrate.

    2 – Ancor più la santità è riconosciuta nell’Ebraismo, innanzitutto come attributo di Jahvè, ma secondariamente come attributo di persone. L’uomo fedele e timorato di Dio è chiamato giusto, ma talora anche santo, proprio nel senso di “uomo di Dio”.

    3 – Nel Cristianesimo la figura del santo diviene familiare. Tuttavia nel secondo millennio cristiano, in specie negli ultimi tre-quattro secoli, proprio nel cuore del mondo evangelizzato da antica data, si comincia prima a contestare, poi a rifiutare l’immagine del mondo e dell’uomo trasmessa dalla Rivelazione biblica. Nell’articolo che sto riprendendo citavo Voltaire, non perché egli sia il massimo responsabile di questo rifiuto; ma perché il pensatore francese, nemico irriducibile del Cristianesimo e in particolare della chiesa cattolica, con le sue doti di scrittore brillante e divulgatore efficace, ha contribuito molto ad allontanare gl’intellettuali e in genere l’opinione pubblica dalla concezione cristiana o, in senso lato, religiosa della vita.

    I seguaci del deismo, che si è diffuso nel Seicento e che continua anche oltre l’Illuminismo, ammettono che Dio esista, ma non sanno che farsene dei misteri specificamente cristiani della Trinità e dell’Incarnazione. Anzi, hanno smarrito la nozione di un essere supremo che sia non solo ordinatore dell’universo, ma anche creatore; creatore non solo del mondo naturale, ma pure del mondo morale. Il fatto è che a molti intellettuali moderni difetta l’idea di un Dio personale, quale era stata intravista o anche teorizzata in alcune correnti della filosofia antica. Venendo meno, oltre alla fede religiosa, anche l’idea di un dio personale, creatore, provvidente, non c’è più motivo di additare nell’imitazione di Dio la vocazione più alta per l’uomo e per la donna, fatti a sua immagine e somiglianza.
    Stando così le cose, per tanta parte del pensiero moderno e contemporaneo, l’ideale del santo è qualcosa di posticcio, di marginale, una specie di ramo secco rispetto all’albero della civiltà. Certo, è difficile per chiunque, rimanere indifferenti di fronte a figure di singolare statura spirituale, che toccano i cuori e fanno dubitare anche le menti più impermeabili al senso del soprannaturale.

    II - Quali che siano i pensieri e i sentimenti dei nostri contemporanei, il messaggio ebraico-cristiano documenta da millenni, soprattutto lo documenta la vita di molti credenti, che non tutti i valori umani sono riducibili alla dimensione estetica ed etica, tanto meno a un’etica tutta terrestre.
    Per i cristiani Gesù è colui che c’illumina intorno al mistero di Dio e che nello stesso tempo ci rende meno enigmatico quello dell’uomo. Fa parte di questa rivelazione , l’insistenza sull’originario, sovrabbondante e gratuito amore del Padre. Un amore che stima le creature, che le lascia libere, affinché crescano nella dignità di figli di Dio.
    Alla luce di questa prospettiva, che approfondisce quella espressa nell’Antico Testamento, s’intendono i comandi di Gesù a essere perfetti e a essere misericordiosi come il Padre celeste, secondo le versioni rispettivamente di Matteo e di Luca.
    La perfezione è l’attributo più generale di Dio (nel catechismo di Pio X, studiato ancora dai bambini della mia generazione, Dio è chiamato “l’essere perfettissimo). Il pio israelita nel recitare il salmo 118, diceva qualcosa di più: “di ogni cosa perfetta ho visto il limite, ma la tua legge non ha confini”.

    L’accento posto sulla misericordia, così caratteristico dell’evangelista Luca, ma presente da un capo all’altro della Sacra Scrittura, ci pone davanti il modo di operare proprio del Signore, tanto difficile da imitare e persino da accettare per noi, così spesso oscillanti fra indulgenza complice e durezza di cuore, fra lassismo e giustizialismo.
    Insomma, il comando “siate santi, perché io, il Signore, sono santo”, viene riproposto dal divino Maestro e da lui pienamente incarnato, in modo che, da duemila anni a questa parte, la santità si configura come imitazione di Cristo.

    III - Il primo teologo cristiano, ovvero san Paolo, da una parte chiama santi i membri delle comunità alle quali si rivolge, poiché sono stati rigenerati alla grazia con il battesimo; d’altra parte egli continuamente esorta, ammonisce, incoraggia a “santificarsi sino alla perfezione”; i membri del popolo cristiano infatti non sono automaticamente esenti da possibili ricadute o da tiepidezze. Gli fa eco san Pietro, quando mette in guardia: “siate temperanti, non peccate; il vostro nemico, il diavolo, va in giro cercando chi divorare…”.
    La santità è quindi un dono di grazia, una partecipazione alla vita divina, e insieme una conquista quotidiana, uno sforzo che richiede un’ascesi per la quale san Paolo usa immagini tratte dalla preparazione degli atleti e dall’agonismo, così popolare già ai suoi tempi.
    La teologia cristiana non riduce la santità alla moralità, ma parimenti non separa l’una dall’altra.
    In questo senso si può ben dire, traducendo, con qualche lieve aggiustamento, il famoso adagio “gratia non tollit naturam, sed perficit”, che i doni soprannaturali non aboliscono i talenti naturali, ma li perfezionano”
    A questo proposito san Paolo tratteggia l’ideale morale del cristiano: “Tutto quello che è vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorato, ciò che è virtù e merita lode, tutto ciò sia oggetto dei vostri pensieri”(Filippesi, 4, 8).

    Nonostante i dissensi piuttosto forti delle epoche successive circa il rapporto con l’eredità classica, a dodici secoli di distanza, ovvero nel XIII secolo, troviamo una connessione , pur nella sua specificità, della religiosità e della santità con la vita morale. La troviamo nel massimo pensatore medioevale.
    Come spiega Battista Mondin , autore del Dizionario enciclopedico del pensiero di san Tommaso d’Aquino, “per s. Tommaso la santità è essenzialmente una virtù: è la virtù specifica dell’uomo religioso: è la disposizione con la quale “l’anima umana applica a Dio se stessa e i propri atti” (Somma Teologica, II-II, q. 81, a.8).
    Come spiega lo stesso autore, riassumendo il pensiero dell’Aquinate, la santità è, al pari della religione, una parte della virtù della giustizia, per cui si dà a Dio ciò che gli è dovuto. “La santità non differisce dalla religione in maniera essenziale, ma per una distinzione di ragione. Infatti si parla di religione per gli atti che si riferiscono al servizio di Dio, specialmente per quelli attinenti al culto, come sacrifici, offerte e altre cose del genere: si parla invece di santità non solo per codeste cose, ma per tutti gli atti delle altre virtù che l’uomo riferisce a Dio, o per quelle opere buone con le quali si dispone al culto di Dio”(ibid.)

    IV – Nel corso dei due millenni cristiani l’immagine del santo ha conservato alcuni elementi fondamentali, ma al contempo ha risentito del mutare della sensibilità, delle esigenze proprie delle diverse epoche.
    Nei tempi più antichi la Chiesa ha riconosciuto come santi le colonne del suo stesso edificio, cioè gli apostoli, i discepoli di Gesù, comprese le donne, e i più stretti collaboratori degli apostoli nella diffusione del Vangelo.
    Grande è stata fin dai primi tempi la venerazione per i martiri, i testimoni per eccellenza. Da Stefano a Massimiliano Kolbe, da Agnese a Maria Goretti, un filo rosso, una scia di carità e di fedeltà percorre la storia del Cristianesimo.
    Venne poi, una volta attenuatesi le persecuzioni delle autorità romane, il tempo in cui apparvero esemplari gli asceti, i monaci, le vergini votate a Dio. Un capitolo speciale meriterebbe il modello di santità femminile: alle fanciulle, alle giovani, alle donne si propone, accanto all’imitazione di cristo, quella più specifica di Maria, vergine, sposa, madre.

    Un altro modello di santità, questa volta tutto maschile, è quello dei pastori del popolo cristiano, vescovi come Atanasio, Basilio, Martino, Martino, Agostino, o pontefici, come Leone I e Gregorio I, saggi, coraggiosi, operosi, che uniscono bontà e dottrina.
    Nell’alto Medioevo la tipologia della santità si arricchisce di un nuovo modello: la “santità di funzione”, come la chiama lo storico Vauchez. Vengono proposti al culto e godono di grande venerazione fra la gente comune uomini e donne che hanno esercitato l’autorità, spesso in posizione altissima. Si ttratta di laici, generalmente coniugati, come Alfredo, re del Wessex e fondatore della nazione inglese, come sintesi di stirpi (celtica e germanica), fecondata da elementi latini e dalla fede cristiana; di Stefano, il primo re cristiano dei Magiari, simbolo della nazione ungherese; dell’imperatore tedesco Enrico II, del re di Francia Luigi IX, del duca Venceslao di Boemia, delle regine Margherita di Scozia, generosa benefattrice, ed Elisabetta di Portogallo, esempio commovente di pazienza e mitezza verso il marito e i figli, di Olga, principessa russa …
    Nel tardo Medioevo, pur ammirandosi sempre la “santità di funzione”, estesa anche a ceti sociali inferiori, pur continuando a esercitare una viva attrazione sulla gente l’elemento taumaturgico, si ripropone il fascino di coloro che hanno vissuto più da vicino la sequela di Cristo, sino a portare sulla propria carne il sigillo della sua Passione. Il santo è sempre ancora un eroe o un’eroina della lotta spirituale, avendo molti avversari o addirittura nemici, talora in se stesso o fra i propri famigliari, tal’altra nell’ambiente storico in cui vive. L’attributo di “santo atleta” che Dante riferisce al nostro Domenico (Paradiso, XII), può valere anche per Francesco e Antonio, per Brigida di Svezia e Caterina da Sfiena. I santi, certo non solo in questo periodo della storia, sono tutt’altro che figure vaporose. Sono campioni di pazienza; non a caso, fra i modi dire che li riguardano celebre è il proverbio “la pazienza è la virtù dei santi”.

    V - Non continuerò in questa digressione storica, che meriterebbe ben più di uno schizzo sommario. Desidero concludere riportando un grazioso aneddoto, che ascoltai anni fa da p. Ubaldo Terrinoni, un amabile sacerdote cappuccino, che ogni primo lunedì del mese (con l’eccezione di luglio e agosto) parla da Radio Maria nella trasmissione “Bibbia e vita cristiana”.
    Racconta p. Ubaldo: “Un rigido mattino d’autunno lo scrittore fiorentino Piero Bargellini si era alzato per tempo, per godersi l’aria pura e frizzante delle ore mattutine, prima che si ridestasse la città con il ritmo del giorno di lavoro. Si aggirava tutto solo, per le strade di Firenze, raccolto nei suoi pensieri, quando viene avvicinato da un contadino, che ha tutta l’aria della persona smarrita nella grande città, che, guardando sott’occhi un foglio sgualcito, gli chiede:
    - Per favore, sa dove si trova via San vincenzo Gioberti? –
    - E qui p. Ubaldo cede la parola a Bargellini (che tra l’altro dedicò molte e fini pagine alla vita dei santi): “Lo aiutai come potei, dandogli le necessarie indicazioni. Il contadino ringraziò, si mise il foglio in tasca e riprese a camminare. Fui tentato di richiamarlo, per dirgli che Vincenzo Gioberti non era un santo. Ma preferii ritenermi: non volli togliere a un uomo la persuasione che, per meritarsi il nome sopra la cantonata di una strada, occorre essere santi”.

    FONTE
    Fraternamente Caterina
    Laica Domenicana

  8. #8
    INNAMORARSI DELLA CHIESA
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    Card. JOSEPH RATZINGER

    IL CULTO LITURGICO DEI SANTI


    L'idea base della riforma liturgica seguita al Concilio Vaticano II è stata quella di rendere nuovamente evidente il mistero pasquale quale centro di ogni celebrazione liturgica. La domenica come sempre nuova attualizzazione dell'evento pasquale nel ritmo del tempo, come giorno offerto dal Signore stesso per l'incontro con lui nel sacramento del suo corpo e del suo sangue, è stata quindi di nuovo collocata in primo piano, quale elemento fondamentale nella struttura dell'anno liturgico. Una liturgia pasquale è nello stesso tempo anche una liturgia concepita trinitariamente. Infatti quando il Signore crocifisso e risorto diventa lo spazio della nostra esistenza, allora la nostra vita viene trasferita, da tutte le sue finalità e necessità meramente creaturali, dentro il ritmo dell'amore trinitario; la liturgia mira quindi proprio a questo: che "Dio sia tutto in tutti" (cf. 1 Cor 15,28).

    In riferimento a quest'orientamento del tutto cristologico e trinitario della liturgia, in alcuni potrebbe sorgere l'impressione che i santi abbiano ora perso di significato; sarebbero da considerare quasi come una deviazione dal centro autentico della celebrazione liturgica cristiana e quindi da relegare preferibilmente nel retroscena. Questo è però un completo fraintendimento del mistero cristologico e trinitario. In una simile concezione, infatti, Dio e l'uomo sono visti come concorrenti, che si contrappongono reciprocamente. Ma la santità significa invece proprio che, con tutta la propria esistenza, si è superato questo errore. Un santo è un uomo, che non blocca lo sguardo verso la luce di Dio con l'ombra del suo essere personale, ma che invece, attraverso la purificazione della sua esistenza, è diventato una specie di finestra che, da questo mondo, ci lascia vedere la luce di Dio. L'uomo raggiunge pertanto la sua più alta dignità e la sua autentica verità quando non vuol più essere un concorrente di Dio, ma una sua immagine fedele. I santi non ci allontanano da Cristo, ma ci conducono a lui; e noi abbiamo bisogno di loro perchè i nostri piedi sono troppo stanchi e i nostri occhi troppo deboli, perchè possiamo da soli riconoscere il fine ed essere capaci di percorrere la strada che vi conduce. I santi traducono la luce purissima di Dio, che noi non siamo capaci di sopportare, nella multiforme varietà dei colori della realtà terrena e ci permettono proprio così di riconoscere la ricchezza del mistero di Gesù Cristo. Essi sono il frutto, che si moltiplica sempre più, di quel chicco di grano, che per noi è caduto in terra ed è morto (Gv 12, 24).

    E' pertanto meritevole che Flavio Peloso, nella sua dissertazione, ci abbia reso accessibili le orazioni dei nuovi santi e beati proposti al culto nel dopo Concilio Vaticano II. Con ciò egli mostra innanzi tutto che anche in futuro ai santi, quali presenza permanente del mistero pasquale, spetta un posto insostituibile nella liturgia romana e che la processione dei santi, che vanno incontro al Signore che viene, è senza soluzione di continuità: con i santi cresce sempre continuamente anche la liturgia, nel suo protendersi verso Cristo. L'Autore mostra quindi come, nelle nuove preghiere del Messale, l'immagine della santità si esprima in forme sempre nuove eppure nell'imperturbabile continuità della fede e trovi forma liturgica. E' affascinante vedere come nello sforzo per un'espressione adeguata di preghiera si sviluppi anche la comprensione dei santi e della santità e così essa diventi ultimamente sempre più centrata su Cristo. Le critiche e le osservazioni, avanzate dall'Autore nel suo stile preciso e sereno, potranno servire all'ulteriore approfondimento dello stile liturgico, ma anche alla maturazione della fede e della preghiera cristiane. A quest'opera accurata e preziosa auguro un'ampia diffusione.

    Roma, Festa di San Marco 1991

    Joseph Cardinal Ratzinger

    Fonte: Card. Joseph Ratzinger, Prefazione al libro di Flavio Peloso, Santi e santità dopo il Concilio Vaticano II. Studio teologico-liturgico delle orazioni proprie dei nuovi Beati e Santi, [C.L.V. - Edizioni Liturgiche, Roma, 1991 (Bibliotheca Ephemerides Liturgicae, 61), pp.272], p. 5-6
    Fraternamente Caterina
    Laica Domenicana

  9. #9
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    BENEDETTO XVI

    ANGELUS


    1° novembre 2005

    Cari fratelli e sorelle!

    Celebriamo oggi la solennità di Tutti i Santi, che ci fa gustare la gioia di far parte della grande famiglia degli amici di Dio, o, come scrive san Paolo, di "partecipare alla sorte dei santi nella luce" (Col 1,12). La Liturgia ripropone l’espressione colma di meraviglia dell’apostolo Giovanni: "Quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!" (1 Gv 3,1). Sì, diventare santi significa realizzare pienamente quello che già siamo in quanto elevati, in Cristo Gesù, alla dignità di figli adottivi di Dio (cfr Ef 1,5; Rm 8,14-17). Con l’incarnazione del Figlio, la sua morte e risurrezione, Dio ha voluto riconciliare a Sé l’umanità ed aprirla alla condivisione della stessa sua vita. Chi crede in Cristo Figlio di Dio rinasce "dall’alto", è come rigenerato per opera dello Spirito Santo (cfr Gv 3,1-8). Questo mistero si attua nel sacramento del Battesimo, mediante il quale la madre Chiesa dà alla luce i "santi".

    La vita nuova, ricevuta nel Battesimo, non è soggetta alla corruzione e al potere della morte. Per chi vive in Cristo la morte è il passaggio dal pellegrinaggio terreno alla patria del Cielo, dove il Padre accoglie tutti i suoi figli, "di ogni nazione, razza, popolo e lingua", come leggiamo oggi nel Libro dell’Apocalisse (7,9). Per questo è molto significativo e appropriato che dopo la festa di Tutti i Santi la Liturgia ci faccia celebrare domani la Commemorazione di tutti i fedeli defunti. La "comunione dei santi", che professiamo nel Credo, è una realtà che si costruisce quaggiù, ma che si manifesterà pienamente quando noi vedremo Dio "così come egli è" (1 Gv 3,2). E’ la realtà di una famiglia legata da profondi vincoli di spirituale solidarietà, che unisce i fedeli defunti a quanti sono pellegrini nel mondo. Un legame misterioso ma reale, alimentato dalla preghiera e dalla partecipazione al sacramento dell’Eucaristia. Nel Corpo mistico di Cristo le anime dei fedeli si incontrano superando la barriera della morte, pregano le une per le altre, realizzano nella carità un intimo scambio di doni. In tale dimensione di fede si comprende anche la prassi di offrire per i defunti preghiere di suffragio, in modo speciale il Sacrificio eucaristico, memoriale della Pasqua di Cristo, che ha aperto ai credenti il passaggio alla vita eterna.

    Unendomi spiritualmente a quanti si recano nei cimiteri per pregare per i loro defunti, anch’io domani pomeriggio mi raccoglierò in preghiera nelle Grotte Vaticane presso le tombe dei Papi, che fanno corona al sepolcro dell’apostolo Pietro, e avrò un ricordo speciale per l’amato Giovanni Paolo II. Cari amici, la tradizionale sosta di questi giorni presso le tombe dei nostri defunti sia un’occasione per pensare senza timore al mistero della morte e coltivare quell’incessante vigilanza che ci prepara ad affrontarlo con serenità. Ci aiuti in questo la Vergine Maria, Regina dei Santi, alla quale ora con fiducia filiale ci rivolgiamo.

  10. #10

 

 
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