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    Araldo
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    Predefinito Caso andreotti....panoramica ( tanto per non dimenticare il nocciolo della questione)

    RAPPORTI TRA ANDREOTTI
    E COSA NOSTRA.
    Elenco dei principali fatti
    che verranno dimostrati in dibattimento.

    Oggetto di questo processo è la dimostrazione della responsabilità dell'imputato Giulio ANDREOTTI in ordine ai reati contestatigli di partecipazione all'associazione mafiosa Cosa Nostra.

    Attraverso prove testimoniali, documentali e reali l'Accusa dimostrerà che il sen. ANDREOTTI ha avuto rapporti di complicità con l'organizzazione mafiosa Cosa Nostra, e che tali rapporti si sono costituiti e sviluppati nel tempo attraverso i seguenti principali fatti:



    nel 1968 - subito dopo le elezioni politiche - l'on. Salvo LIMA aderisce alla corrente di ANDREOTTI, che grazie al nuovo contributo si trasforma da semplice corrente laziale (2% circa degli aderenti al partito della DC) in corrente di rilievo nazionale (10% circa), determinante per gli equilibri interni della DC(1);

    in quel periodo Salvo LIMA - figlio dell'uomo d'onore Vincenzo LIMA - è uno dei politici più fortemente appoggiati da Cosa Nostra (in particolare da Stefano BONTATE), ed è legatissimo ai cugini SALVO, dei quali è il principale candidato(2) ;

    nel 1976, dopo LIMA, ANDREOTTI accetta un accordo con Vito CIANCIMINO, legatissimo ai Corleonesi. Il patto viene stipulato a Palazzo Chigi, in un incontro cui partecipano ANDREOTTI, Salvo LIMA, Vito CIANCIMINO, Mario D'ACQUISTO, Giovanni MATTA(3). CIANCIMINO viene anche finanziato dalla corrente andreottiana (tramite Gaetano CALTAGIRONE) e a Palermo LIMA gli paga le tessere(4) ; questo accordo, in forme più o meno palesi, dura certamente fino al congresso regionale della DC di Agrigento del 1983(5)

    i rapporti tra ANDREOTTI e gli esponenti di Cosa Nostra dei quali l'on. LIMA è già espressione si intensificano, e diventano diretti, nel periodo 1978-1979, quando si verificano delle situazioni gravemente critiche, che inducono ANDREOTTI a servirsi di Cosa Nostra;

    la prima di tali situazioni è il sequestro MORO. In una prima fase della vicenda, per input di Salvo LIMA e dei cugini SALVO, BONTATE si attiva per favorire la liberazione di MORO, ed a tal fine incarica BUSCETTA di contattare le BR(6) Poi arriva il contrordine(7). Il motivo del contrordine si può individuare nel contenuto dei documenti scritti da MORO durante il sequestro: documenti in cui MORO attacca pesantemente ANDREOTTI con rivelazioni che in parte saranno rinvenute soltanto 12 anni dopo il sequestro (nel covo di via Montenevoso a Milano nell'ottobre 1990);

    nel periodo compreso tra il dicembre 1978 ed il gennaio 1979, il Gen. DALLA CHIESA cerca di acquisire informazioni nel circuito carcerario anche sugli scritti di MORO(8) ed ha contatti con PECORELLI(9) , il quale è pure interessato allo stesso argomento;

    PECORELLI viene a conoscenza di parti omesse del memoriale MORO, e dall'ottobre del 1978 sulla rivista OP intensifica gli attacchi contro ANDREOTTI e VITALONE (scandali ITALCASSE, SINDONA etc(10).);

    VITALONE cerca di indurlo a cessare gli attacchi (cena alla Famiglia piemontese(11) ed EVANGELISTI gli offre denaro (subito 30 milioni datigli da Gaetano CALTAGIRONE) per non fargli pubblicare il numero di OP con la copertina dedicata agli assegni del Presidente(12);

    il 20 marzo 1979 PECORELLI viene ucciso a Roma da Massimo CARMINATI, un killer neofascista incaricato da Danilo ABBRUCIATI (esponente della banda della Magliana ed uomo di Pippo CALO'), e da Michelangelo LA BARBERA (uomo d'onore della famiglia di Boccadifalco, a quell'epoca assai vicino anche a Stefano BONTATE). L'omicidio è stato commissionato a Cosa Nostra dai cugini SALVO per conto di ANDREOTTI(13) ed agli uomini della banda della Magliana da Claudio VITALONE(14);

    nello stesso periodo del 1979, presumibilmente per gli stessi motivi che determinano l'omicidio di PECORELLI (segreti di MORO riguardanti ANDREOTTI), Stefano BONTATE - "per ragioni legate a questioni che riguardavano ambienti politici cui lo stesso BONTATE era vicino" - matura il disegno di eliminare DALLA CHIESA, attribuendo il delitto alle BR; viene incaricato BUSCETTA di contattare le BR, ma queste rifiutano(15) ;

    in quello stesso periodo (1978-1979) si verificano altri fatti significativi;

    tra la fine del 1978 e il 1979 ANDREOTTI incontra in USA SINDONA, benchè questi sia già latitante per la magistratura italiana(16);

    sempre verso la fine del 1978 ANDREOTTI - utilizzando come tramite EVANGELISTI (allora Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio) - fa ripetute pressioni sulla Banca d'Italia (in particolare su Mario SARCINELLI, allora Capo della Viglianza), in favore di SINDONA(17);

    sempre tra il 1978 ed il 1979 ANDREOTTI incontra ben 10 volte (25 luglio 1978; 1o settembre 1978; 5 ottobre 1978; 15 dicembre 1978; 8 gennaio 1979; 23 febbraio 1979; 22 marzo 1979; 26 giugno 1979; 5 settembre 1979; 21 maggio 1980) il difensore di Michele SINDONA, avv. Rodolfo GUZZI, mostrandosi più che disponibile a tutte le iniziative volte a favorire lo stesso SINDONA, sia per il salvataggio finanziario, sia per evitargli l'estradizione. A favore di SINDONA si muove, d'intesa con ANDREOTTI, anche Licio GELLI(18);

    nel 1979 nasce in Sicilia il caso MATTARELLA. Il presidente della Regione Siciliana, fino ad allora partecipe di equilibri politici con LIMA e lo stesso CIANCIMINO, comincia ad andare concretamente contro gli interessi di Cosa Nostra(19);

    nella primavera-estate del 1979 (sicuramente dopo l'omicidio di Michele REINA, commesso a Palermo il 9 marzo 1979) ANDREOTTI - in una riunione svoltasi in una riserva di caccia con Stefano BONTATE, Salvo LIMA, i cugini SALVO - viene informato del nuovo corso della politica di MATTARELLA. Prende tempo, e BONTATE commenterà: Staremo a vedere(20);
    17. sempre nella primavera-estate del 1979 (tra il 1 o maggio ed il 31 agosto) - a riprova dell'intensità dei rapporti che ormai lo legano a Cosa Nostra - ANDREOTTI ha a Catania un incontro con Benedetto SANTAPAOLA, cui partecipa l'on. LIMA(21);


    verso la fine di ottobre del 1979 MATTARELLA - insistendo nella sua linea politica che lo ha ormai contrapposto agli interessi di Cosa Nostra e dei suoi referenti politici - ha un incontro con Virginio ROGNONI (allora Ministro dell'Interno) per manifestargli le gravi preoccupazioni che gli derivavano dall'interno del suo stesso partito; al suo capo di gabinetto, dott.ssa Maria Grazia TRIZZINO, riferisce: "Se dovesse succedere qualcosa di molto grave per la mia persona, si ricordi questo incontro con il Ministro ROGNONI, perchè a questo incontro è da ricollegare quanto di grave mi potrà accadere(22)";

    proprio nello stesso periodo, si era infatti consolidato il rapporto di alleanza tra gli andreottiani e CIANCIMINO; CIANCIMINO - per input dei Corleonesi - aderisce alla corrente andreottiana(23);

    il 6 gennaio 1980 viene ucciso a Palermo Piersanti MATTARELLA. L'omicidio - secondo quanto riconosciuto dalla recente sentenza della Corte di Assise di Palermo -è deliberato dalla Commissione; sono d'accordo, anche se non formalmente partecipi della decisione, i cugini SALVO(24);

    pochi mesi dopo, ANDREOTTI ritorna in Sicilia e - in una villetta alla periferia di Palermo - incontra BONTATE, LIMA, i cugini SALVO. ANDREOTTI protesta per l'omicidio ma - quando BONTATE lo minaccia di ritirare il sostegno elettorale di Cosa Nostra alla sua corrente politica - accetta la situazione(25);

    ANDREOTTI - dopo aver pensato di poter utilizzare Cosa Nostra per i suoi fini di potere, e dopo le vicende del sequestro MORO, di SINDONA e di PECORELLI - non può più ritrarsi dal patto criminoso con l'organizzazione mafiosa, ma è anzi costretto a consolidarlo;

    infatti, anche dopo l'omicidio MATTARELLA, permangono intensi i suoi rapporti personali e politici non soltanto con l'on. LIMA, ma anche con i cugini SALVO;

    ANDREOTTI ha sempre negato - contro ogni evidenza - di conoscere i SALVO; e ciò ben si comprende, poichè questi rapporti rappresentano un riscontro non soltanto dei suoi rapporti con Cosa Nostra, ma anche del suo possibile coinvolgimento in gravissimi fatti specifici quali gli omicidi di PECORELLI e del gen. DALLA CHIESA;

    i rapporti tra ANDREOTTI e i cugini SALVO saranno invece inconfutabilmente provati mediante fotografie, e numerose testimonianze(26). Così come saranno inconfutabilmente provati i rapporti intrattenuti con i cugini SALVO dal sen. Claudio VITALONE, coinvolto infatti nell'omicidio PECORELLI(27);

    il 3 settembre 1982 viene ucciso a Palermo il gen. DALLA CHIESA. Il Generale - in un colloquio avuto con ANDREOTTI il 5 aprile 1982, e sempre incredibilmente negato da ANDREOTTI - aveva chiaramente detto a quest'ultimo che che non avrebbe avuto riguardi per quella parte di elettorato alla quale attingevano i suoi grandi elettori(28); e successivamente aveva definito la corrente andreottiana a Palermo la famiglia politica più inquinata del luogo, aggiungendo che gli andreottiani c'erano dentro fino al collo(29);

    dopo la presa del potere in Cosa Nostra da parte dei Corleonesi, i rapporti tra ANDREOTTI e Cosa Nostra diventano più difficili(30); ma - quando la corrente andreottiana non si impegna a sufficienza contro il maxi-processo, e soprattutto quando viene approvata la legge MANCINO-VIOLANTE del 17 febbraio 1987, che sostanzialmente preclude la possibilità della scarcerazione degli uomini d'onore detenuti - Cosa Nostra reagisce in occasione delle elezioni politiche del 16 giugno 1979 pilotando i consensi elettorali a favore del P.S.I.(31);

    la posizione di LIMA e di Ignazio SALVO - che sono sopravvissuti alla guerra di mafia del 1981-82 proprio perchè utilizzati dai Corleonesi quali tramiti con ANDREOTTI - si fa pericolosissima. ANDREOTTI è costretto ad incontrarsi con RIINA, sia per salvare la vita a LIMA, sia per non compromettere il potere della sua corrente;

    l'incontro con RIINA, LIMA ed Ignazio SALVO avviene a Palermo nell'autunno del 1987(32); in quel periodo, e precisamente il 20 settembre 1987, ANDREOTTI si trova a Palermo per partecipare alla Festa dell'Amicizia, e nella sua giornata c'è un vuoto di circa 4 ore (dall'ora di pranzo al tardo pomeriggio) in cui nessuno, neppure il suo abituale personale di scorta, sa dove egli sia andato(33);

    nel 1987 inizia l'opera di sgretolamento del maxi-processo con una lunga serie di provvedimenti della Prima Sezione Penale della Corte di Cassazione basati su una tecnica di valutazione delle prove (e soprattutto delle dichiarazioni dei pentiti) "che apprezzava atomisticamente ogni singolo indizio, e concludeva per ciascuno che di per sè non era idoneo a confortare le circostanze che intendeva provare, nè; a contribuire ad una valutazione di attendibilità del complesso indiziario(34)";

    nel maggio-giugno 1991 il Presidente CARNEVALE designa, per la trattazione in Cassazione del maxi-processo, un collegio che - secondo le previsioni dello stesso CARNEVALE - non potrà che annullare le condanne(35);

    questo disegno fallisce per iniziativa del Presidente BRANCACCIO che - nell'ottobre 1991 - designa come Presidente del collegio il dott. Arnaldo VALENTE, il quale determina la conferma delle condanne, senza che gli altri componenti del collegio - come dirà lo stesso CARNEVALE - abbiano il coraggio di mettersi contro;

    a riprova delle dichiarazioni dei collaboranti sulla esistenza di un canale politico diretto a condizionare l'esito del maxi-processo in senso favorevole a Cosa Nostra, canale politico costituito dall'on. LIMA, Ignazio SALVO, ANDREOTTI, CARNEVALE, si dimostreranno i rapporti tra ANDREOTTI e CARNEVALE - attuati per tramite di Claudio VITALONE (e sempre negati dagli interessati) - attraverso prove fotografiche, documentali e testimonianze(36);

    il 30 gennaio 1992, quando la Cassazione conferma le condanne del maxi-processo, RIINA impazzisce(37); si scatena la vendetta di Cosa Nostra contro i politici che hanno tradito(38);

    il 12 marzo 1992 viene ucciso a Palermo Salvo LIMA;

    nell'estate del 1992, dopo la strage di Capaci, BRUSCA e BAGARELLA concepiscono un attentato contro ANDREOTTI, appunto perchè - dopo avere usato Cosa Nostra - ha tradito(39);

    il 17 settembre 1992 viene ucciso a Santa Flavia Ignazio SALVO.

    Nella presente esposizione introduttiva si indicheranno dunque i mezzi di prova, attraverso i quali l'Accusa dimostrerà i fatti che precedono, anche e soprattutto al fine di sottoporre al Tribunale gli elementi necessari per valutare la ammissibilità, e la pertinenza al thema decidendum:


    dei collaboranti, testimoni, imputati di reato connesso, ufficiali di polizia giudiziaria, consulenti dei quali si chiederà l'ammissione;

    dei verbali di altri procedimenti, delle sentenze, dei documenti e delle intercettazioni ambientali e telefoniche di cui si chiederà l'acquisizione.

    Nella esposizione verranno quindi illustrati i mezzi di prova riguardanti:


    L'origine e il fondamento del patto di scambio tra ANDREOTTI e Cosa Nostra;

    i fatti risultanti dalle convergenti dichiarazioni di ben 26 collaboratori di giustizia ed imputati di reato connesso, già appartenuti non soltanto a Cosa Nostra, ma anche ad altre organizzazioni criminali di tipo mafioso (`Ndrangheta, Sacra Corona Unita, Banda della Magliana, ecc.), e precisamente di: Leonardo MESSINA, Gaspare MUTOLO, Giuseppe MARCHESE, Francesco MARINO MANNOIA, Tommaso BUSCETTA, Baldassare DI MAGGIO, Mario Santo DI MATTEO, Gioacchino LA BARBERA, Salvatore CANCEMI, Gioacchino PENNINO, Vincenzo MARSALA, Antonino CALDERONE, Giovanni DRAGO, Giuseppe PULVIRENTI, Rosario SPATOLA, Bartolomeo ADDOLORATO, Paolo SEVERINO, Vito CIANCIMINO (Cosa Nostra); Antonio MAMMOLITI (`Ndrangheta calabrese); Orlando GALATI GIORDANO, Gaetano COSTA (mafia e `Ndrangheta messinese); Marino PULITO, Salvatore ANNACONDIA (`Ndrangheta pugliese e Sacra Corona Unita); Antonio MANCINI, Fabiola MORETTI, Maurizio ABBATINO (Banda della Magliana);

    I riscontri delle dichiarazioni di Francesco MARINO MANNOIA, concernenti gli incontri di ANDREOTTI con Stefano BONTATE, i cugini SALVO ed altri esponenti di Cosa Nostra avvenuti nel 1979 e nel 1980, con specifico riferimento:

    ai luoghi degli incontri;

    alla motivazione degli incontri, determinata dal caso MATTARELLA;

    I riscontri delle dichiarazioni di Baldassare DI MAGGIO concernenti l'incontro tra ANDREOTTI, LIMA, Ignazio SALVO e RIINA avvenuto nel 1987,
    con specifico riferimento:

    al luogo dell'incontro;

    alla possibilità dell'incontro;

    alla motivazione dell'incontro, susseguente alle elezioni politiche del 1987;

    I rapporti tra ANDREOTTI ed i cugini Antonino ed Ignazio SALVO;

    I rapporti tra Claudio VITALONE ed i cugini SALVO;

    I rapporti tra Cosa Nostra e i principali esponenti della corrente andreottiana nelle province di Enna, Trapani, Catania e Caltanissetta;

    I rapporti di ANDREOTTI con esponenti mafiosi di Mazara del Vallo, ed in particolare il suo incontro con Andrea MANCIARACINA;

    L'incontro tra ANDREOTTI e Benedetto SANTAPAOLA avvenuto a Catania nel 1979;

    Un intervento di Stefano BONTATE nei confronti di Mommo PIROMALLI per fare un favore ad un industriale amico di ANDREOTTI;

    I tentativi di aggiustamento del maxi-processo, con specifico riferimento:

    alla gestione del maxi-processo in Cassazione;

    al monitoraggio ministeriale delle sentenze della Prima Sezione penale della Corte di Cassazione, ed alle intuizioni del Giudice FALCONE;

    alla ricostruzione finale di una vicenda, certamente lacerante dal punto di vista istituzionale, in cui la posta in gioco era costituita dall'esito della lotta mortale intrapresa dal Giudice FALCONE e dagli altri magistrati del pool antimafia di Palermo contro Cosa Nostra;

    I rapporti tra CARNEVALE, VITALONE e ANDREOTTI;

    L' intreccio sequestro MORO-omicidio PECORELLI-omicidio DALLA CHIESA, con specifico riferimento:

    agli attacchi di PECORELLI contro ANDREOTTI e VITALONE;

    all' affare ITALCASSE;

    agli assegni del Presidente;

    al memoriale MORO ed ai rapporti tra PECORELLI e DALLA CHIESA;

    al ruolo di Tommaso BUSCETTA durante il sequestro MORO;

    ai rapporti tra ANDREOTTI e il Generale DALLA CHIESA;

    I rapporti tra Cosa Nostra, Michele SINDONA, Giulio ANDREOTTI, Licio GELLI e Massoneria deviata.


    --------------------------------------------------------------------------------
    (1) Il fatto risulta da documenti, ed è stato ammesso dallo stesso ANDREOTTI nel suo interrogatorio del 14 dicembre 1993.
    (2) V. tra i collaboranti BUSCETTA, MARINO MANNOIA, MUTOLO, PENNINO, CANCEMI; tra i testi Mario FASINO, Attilio RUFFINI, Vito DI MAGGIO, Francesco FILIPPAZZO, Francesco MANIGLIA etc.

    (3) V. in particolare dichiarazioni di D'ACQUISTO e di CIANCIMINO.

    (4) V. dich. CIANCIMINO e PENNINO.

    (5) Teste D'ACQUISTO, dich. PENNINO.

    (6) V.BUSCETTA, MARINO MANNOIA.

    (7) Ancora BUSCETTA, MARINO MANNOIA, M.llo INCANDELA - al quale ne parlano Francis TURATELLO ed il camorrista Luigi BOSSO -, il teste Giuseppe MESSINA - al quale ne parla Flavio CARBONI.

    (8) Testi M.llo INCANDELA, Col. Angelo TATEO.

    (9) Documenti, agenda PECORELLI, testi Franca MANGIAVACCA, Egidio CARENINI etc.

    (10) V. documenti, numeri di OP, testimonianze di collaboratori di PECORELLI.

    (11) Testi Walter BONINO, Carlo Adriano TESTI, Gen. Donato LO PRETE.

    (12) Testi EVANGELISTI, CALTAGIRONE, collaboratori di PECORELLI, etc.

    (13) BUSCETTA.

    (14) ABBATINO, MANCINI, MORETTI.

    (15) V. BUSCETTA, MARINO MANNOIA.

    (16) V. teste Edward G. HOLIDAY, agente del FBI che lo apprende dalla segretaria di ANDREOTTI in USA, Della GRATTON.

    (17) V. testi SARCINELLI, Avv. Rodolfo GUZZI, diario BAFFI, atti della Commissione parlamentare d'inchiesta sul caso SINDONA.

    (18) Teste GUZZI.

    (19) V. BUSCETTA, MARINO MANNOIA.

    (20) MARINO MANNOIA.

    (21) L'episodio viene riferito da un imprenditore alberghiero, Vito DI MAGGIO, il quale conosceva benissimo l'on. LIMA per averne frequentato la casa nella sua giovinezza.

    (22) Testi TRIZZINO, Sergio MATTARELLA, Irma CHIAZZESE.

    (23) V. Gioacchino PENNINO.

    (24) MARINO MANNOIA.

    (25) MARINO MANNOIA.

    (26) Tra gli altri, CALABRO', DE MARTINO, CIANCIMINO, FASINO, RUFFINI, SANGIORGI, IACOVONI, ACCORDINO, FORLEO, CANINO, CULICCHIA, PAZIENZA, FILIPPAZZO.

    (27) V. testi SBARDELLA, PALMA, SCOTTO, EVANGELISTI, DI PIERRI, BENEDETTI, PAZIENZA, CONTE.

    (28) V. diario.

    (29) V. teste Fernando DALLA CHIESA.

    (30) MARINO MANNOIA.

    (31) V. tra i collaboranti MARINO MANNOIA, CANCEMI, DI MAGGIO, PENNINO, DRAGO, e tra i testi lo stesso MARTELLI.

    (32) Baldassare DI MAGGIO.

    (33) V. testimonianze degli uomini di scorta, nonchè di Luca DANESE, Giuseppe CIARRAPICO, Francesco VULCANO.

    (34) V. testimonianze dei magistrati incricati del c.d. monitoraggio delle sentenze della Prima sezione.

    (35) V. dichiarazioni del Presidente Antonio BRANCACCIO, e dei magistrati di Cassazione Paolino DELL'ANNO, Umberto FELICIANGELI, Francesco PINTUS.

    (36) Vittorio SBARDELLA, Giuseppe CIARRAPICO, Tito BAIARDI, Mario ALMERIGHI, Claudio LO CURTO.

    (37) CANCEMI.

    (38) CANCEMI, DI MATTEO, LA BARBERA.

    (39) LA BARBERA.
    ---------------------------------
    fine prima puntata

    segue


    Saluti

  2. #2
    Araldo
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    Predefinito

    LA NATURA DELLE CONDOTTE CONTESTATE
    NEI CAPI DI IMPUTAZIONE.
    L'ORIGINE E IL FONDAMENTO DEL PATTO DI SCAMBIO
    TRA ANDREOTTI E COSA NOSTRA.

    Nei capi di imputazione formulati nella richiesta di rinvio a giudizio - che perimetrano rigorosamente il thema decidendum ed il thema probandum - questa sequenza di fatti specifici è stata riassuntivamente contestata nel fatto di avere l'imputato "messo a disposizione dell'associazione mafiosa denominata Cosa Nostra, per la tutela degli interessi e per il raggiungimento degli scopi criminali della stessa, l'influenza ed il potere derivanti dalla sua posizione di esponente di vertice di una corrente politica, nonché dalle relazioni intessute nel corso della sua attività, partecipando in questo modo al mantenimento, al rafforzamento e all'espansione dell'associazione medesima".
    Nei medesimi capi di imputazione è stato inoltre specificato che l'imputato ha realizzato la condotta incriminata sia partecipando personalmente - in contingenze eccezionali che richiedevano il suo personale intervento - ad incontri con esponenti di vertice di Cosa Nostra, sia intrattenendo rapporti continuativi con l'associazione mafiosa tramite altri soggetti alcuni dei quali aventi posizioni di rilevante influenza politica in Sicilia, sia ponendo in essere - in varie forme e modi, ache mediati - condotte volte ad influenzare, a vantaggio dell'associazione mafiosa, individui operanti in istituzioni giudiziarie ed in altri settori dello Stato.
    Negli stessi capi di imputazione si sono, in particolare, sottolineati i seguenti fatti specifici, evidenziati dalle indagini e riconducibili all'imputato:



    personale partecipazione ad incontri con esponenti anche di vertice di Cosa Nostra, nel corso dei quali venivano discusse condotte funzionali agli interessi dell'organizzazione (in particolare, gli incontri svoltisi in Palermo ed in altra località della Sicilia nel 1979 e nel 1980, prima e dopo l'omicidio del Presidente MATTARELLA; nonchè l'incontro svoltosi a Palermo nel 1987 con il latitante Salvatore RIINA, con Salvo LIMA e con Ignazio SALVO);

    mantenimento di rapporti continuativi con l'associazione mafiosa per il tramite di soggetti - pur essi uomini d'onore - aventi posizioni di rilevante influenza politica a Palermo ed in Sicilia (in particolare, l'on. Salvo LIMA ed i cugini Nino ed Ignazio SALVO);

    rafforzamento della potenzialità criminale dell'organizzazione, in quanto, tra l'altro, l'imputato determinava nei capi di Cosa Nostra ed in altri suoi aderenti la consapevolezza della disponibilità di esso ANDREOTTI a porre in essere (in varie forme e modi, soprattutto mediati) condotte volte ad influenzare, a vantaggio dell'associazione per delinquere, individui operanti in istituzioni giudiziarie ed in altri settori dello Stato;

    rafforzamento, ancora ed in particolare, della capacità di intimidazione dell'organizzazione, fino al punto da ingenerare uno stato di condizionamento persino in vari collaboratori di giustizia; i quali difatti - pur dopo essersi dissociati da Cosa Nostra ed averne rivelato la struttura e le attività delittuose, ivi comprese quelle riferibili ai componenti della Commissione - si astenevano tuttavia a lungo dal riferire fatti e circostanze (relativi anche a gravi omicidi, quali ad esempio quelli di PECORELLI, MATTARELLA, DALLA CHIESA) concernenti rapporti fra Cosa Nostra ed esponenti politici, tra i quali appunto esso ANDREOTTI, per il timore - peraltro esplicitamente manifestato - di poter subire pericolose conseguenze.

    In sintesi - secondo le risultanze evidenziate dalle indagini, e che formeranno oggetto di prova in questo dibattimento - la condotta di partecipazione contestata si è concretata in un patto di scambio tra l'imputato e Cosa Nostra; patto di scambio che traeva origine e continuo alimento dal potere che l'imputato aveva acquisito, anche grazie all'importante contributo di Cosa Nostra, in quanto capo di una delle più importanti correnti del partito della Democrazia Cristiana.

    L'origine e la natura di questo patto di scambio sono intimamente connessi alle varie fasi evolutive, in termini di potenza politica, della corrente andreottiana. Come si dimostrerà in questo dibattimento, la corrente fondata dal sen. ANDREOTTI, fino al 1968, aveva una dimensione ed un respiro quasi esclusivamente regionali, con epicentro nel Lazio.
    La corrente compie un salto di qualità, ed assume un peso nazionale, accrescendo in modo determinante il proprio potere contrattuale all'interno del partito, quando, a far data da quell'anno, l'on. Salvo LIMA, già più volte venuto alla ribalta delle cronache nazionali e della Commissione Parlamentare Antimafia per i suoi collegamenti mafiosi, transita dalla corrente fanfaniana a quella andreottiana nella ricerca di nuovi e più ampi spazi di potere personale.
    L'on. LIMA porta infatti con sè, all'interno della corrente, non solo il corredo delle vaste e ramificate relazioni di potere che aveva costruito nel corso della sua pregressa attività politica all'ombra dell'on. Giovanni GIOIA ma anche, e soprattutto, il corredo delle sue organiche e risalenti relazioni con alcuni dei più importanti esponenti mafiosi, tra i quali Stefano BONTATE, Antonino e Ignazio SALVO, uomini d'onore della famiglia di Salemi a capo di un impero economico finanziario tra i più potenti dell'isola.
    Costoro, da quel momento, pongono al servizio della corrente andreottiana la loro enorme capacità di controllo di larghe fasce dell'elettorato e della vita interna del partito della Democrazia Cristiana, nella quale trapiantano il vasto repertorio della violenza mafiosa.
    Tutto questo avviene con la piena consapevolezza e volontà del sen. ANDREOTTI, il quale, infatti, da allora - come si dimostrerà - avrebbe iniziato anche ad avere rapporti diretti con BADALAMENTI, BONTATE, i cugini SALVO, e, dopo l'ascesa dei corleonesi, anche con il nuovo capo di Cosa Nostra, Salvatore RIINA.
    Il patto di potere tra l'imputato e Cosa Nostra diventa così indissolubile e si cementa nel tempo per la reciprocità dei vantaggi che ne conseguono.
    Il vantaggio personale del sen. ANDREOTTI consiste in una crescita esponenziale del suo potere all'interno del partito e, conseguentemente del suo potere tout court che, in diverse occasioni, diviene determinante per l'elezione del segretario nazionale del partito e che gli consente di sedere da protagonista al tavolo delle trattative con gli altri capicorrente per la spartizione lottizzatoria dei posti di potere in tutto il circuito politico-istituzionale.
    D'altra parte l'interesse di Cosa Nostra a sostenere la corrente andreottiana in Sicilia non era collegato solo agli illeciti vantaggi che l'organizzazione poteva ottenere direttamente da interventi personali del sen. ANDREOTTI, al quale ci si rivolgeva solo in casi particolari, ma soprattutto alla possibilità di avvalersi, per soddisfare gli svariati interessi dell'organizzazione che spaziavano in tutti i settori della vita politica ed amministrativa, di una struttura di potere articolata a livello nazionale e ramificata in tutti i principali settori istituzionali.
    Mediante l'inserimento dei propri terminali locali in tale struttura nazionale di potere, Cosa Nostra poteva infatti gestire i propri multiformi interessi all'interno del medesimo circuito in cui operava il personale politico andreottiano, utilizzando le stesse leve di potere e la stessa ragnatela di relazioni interpersonali correntizie attivabili dal personale politico di estrazione non mafiosa.
    Se per ANDREOTTI il sostegno di Cosa Nostra era divenuto uno dei pilastri del suo potere personale, per l'organizzazione mafiosa ANDREOTTI costituiva la chiave di accesso per entrare da coprotagonista, mediante la sua corrente, nell'area dei più importanti centri decisionali e la possibilità di uscire dal ghetto della politica di piccolo cabotaggio esercitata ai margini delle grandi correnti nazionali.
    Ciò che interessava a Cosa Nostra, per l'ordinaria amministrazione degli interessi dell'organizzazione, era solo che ANDREOTTI continuasse a mantenere il suo potere di capocorrente e che la sua corrente fosse a disposizione dell'organizzazione.
    Era sufficiente che sotto l'egida del suo potere, al cui rafforzamento Cosa Nostra aveva contribuito, operassero per conto e nell'interesse dell'organizzazione gli uomini della corrente.
    Solo nei momenti di crisi, veniva richiesto l'impegno diretto di ANDREOTTI.
    In questa prospettiva logica, l'Accusa si propone di dimostrare la natura e l'essenza giuridica della partecipazione di ANDREOTTI a Cosa Nostra.
    Il contributo, che l'imputato ha dato alla realizzazione degli scopi propri dell'associazione mafiosa, è consistito proprio nell'avere messo a disposizione, con la consapevole volontà di contribuire così stabilmente alla vita dell'associazione medesima, la struttura articolata di potere della sua corrente, della quale Cosa Nostra poteva usufruire direttamente per le sue molteplici necessità quotidiane senza la necessità che egli intervenisse di volta in volta personalmente.
    In quest'ottica, la partecipazione di ANDREOTTI ad incontri con esponenti di vertice di Cosa Nostra, i suoi rapporti con l'on. LIMA e con i cugini SALVO, ed in genere i suoi interventi personali, non vanno considerati riduttivamente solo come i momenti in cui si è esplicata ed esaurita la sua partecipazione a Cosa Nostra, ma piuttosto ed essenzialmente come momenti rivelatori:



    della sua piena consapevolezza dell'avvenuta e stabile trasformazione della sua corrente in Sicilia in una struttura di servizio di Cosa Nostra;

    della sua volontà, permanente nel tempo, di contribuire personalmente alla creazione di tale struttura di servizio, sponsorizzando l'ingresso e la crescita nella corrente di esponenti espressi direttamente da Cosa Nostra, accettando l'innesto nella vita della corrente della metodologia mafiosa, e riservandosi, infine, di intervenire personalmente solo nei casi in cui gli interventi richiesti erano necessari per mantenere o rafforzare la predetta struttura di Servizio(1) o superavano le capacità degli uomini della corrente in Sicilia(2).

    E' evidente, alla luce di tutto ciò, che il contributo dell'imputato alla vita dell'associazione mafiosa è stato molto più rilevante di quello fornito da molti uomini di onore formalmente "combinati", già condannati, la cui partecipazione si è esplicata nel mettere a disposizione di Cosa Nostra risorse personali enormemente più modeste di quelle dell'imputato.
    E' altresì evidente che tale contributo dell'imputato - per la sua rilevanza, per la sua sistematicità e per la sua continuità nel tempo - travalica ampiamente gli angusti limiti della fattispecie di cui agli artt. 110 e 416 bis C.P., ed integra invece pienamente tutti gli elementi strutturali delle fattispecie contestate nella richiesta di rinvio a giudizio (art. 416 C.P. sino al 28.9.1982 e art. 416 bis C.P. per il periodo successivo), formulata a seguito della conclusione delle indagini e della valutazione delle fonti di prova acquisite.


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    (1) Ad esempio partecipando a comozi di politici espressi da Cosa Nostra, o imponendo nella direzione nazionale del partito l'inserimento in lista degli stessi.
    (2) Per es. l'intervento per l'aggiustamento del maxi-processo

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    fine seconda puntata

    segue

    Saluti

  3. #3
    Araldo
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    I PENTITI CHE LO ACCUSANO
    La carica dei ventitre


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    Tommaso Buscetta

    E' il primo ad aver parlato di Andreotti, anche se in modo informale,al giudice Giovanni Falcone nel 1984, secondo la testimonianza di Richard Martin, vice procuratore distrettuale di Manhattan. Le sue accuse legano il senatore a vita ai casi Moro, Pecorelli e Dalla Chiesa.
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    Antonio Calderone

    Fratello del capomafia Giuseppe, ha messo a fuoco per primo i legami mafiosi di Salvo Lima e ha raccontato i rapporti di Nino e Ignazio Salvo con i luogotenenti di Andreotti:. E ha parlato dei rapporti tra mafia e Dc nella citta' etnea.
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    Francesco Marino Mannoia

    E' l' unico insieme con Di Maggio a dire di aver visto il senatore incontrare i boss di Cosa Nostra. La sua testimonianza abbraccia anche i rapporti di Cosa Nostra con Sindona e Gelli. ha rivelato che Andreotti impazziva per un quadro che poi Calo' gli procuro'.
    --------------------------------------------------------------------------------

    Leonardo Messina

    Ha rivelato che Andreotti era un vero e proprio uomo d' onore con tanto di giuramento rituale. Ha descritto a fondo la massoneria deviata e i suoi rapporrti con Cosa Nostra
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    Gaspare Mutolo

    Ha descritto il triangolo Lima-Andreotti-Carnevale per condizionare il maxiprocesso e, dopo l' esito infelice, l' uccisione di Lima per mandare un segnale al suo padrone.
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    Giuseppe Marchese

    Ha arricchito la ricostruzione delle attese, poi deluse, dei boss rinchiusi nelle gabbie del maxiprocesso
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    Baldassare Di Maggio

    Ha parlato del bacio tra i due capi, andreotti e Riina, a suggello di un accordo che il primo non avrebbe poi mantenuto, scatenando la reazione di Cosa Nostra. Ha visto Andreotti che poggiava le sue labbra sottili sulle guance rosse da contadino del boss corleonese. E' il momento piu' spettacolare dell' accusa contro il senatore a vita
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    Mario Santo Di Matteo

    Ha parlato dei rapporti tra gli esattori Salvo e il sette volte presidente del consiglio
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    Gioacchino La Barbera

    Killer di Ignazio salvo, anche lui ribadisce l' ira dei boss contro l' Andreotti che per la prima volta non aveva mantenuto il patto d' onore
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    Salvatore Cancemi

    Parla dell' omicidio Pecorelli e dei rapporti con il senatore per aggiustare i processi in Cassazione
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    Gioacchino Pennino

    Tani Sangiorgi, genero di Salvo, gli confermo' di aver ricevuto da Andreotti un grosso piatto d' argento, come regalo di nozzze. Vecchia volpe dc, con un piede nella mafia e l' altro nella politica, ha passato ai raggi x la corrente andreottiana in Sicilia
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    Salvatore Annacondia

    Descrive i rapporti tra Andreotti, Gelli e la massoneria deviata
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    Gaetano Costa

    Detenuto a Pianosa, nel 1983 voleva organizzare una rivolta ma Bagarella lo' fermo' confidandogli che il gobbo si sarebbe adoperato per trasferirli. Il trasferimento avvenne dopo qualche giorno
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    Marino Pulito

    Ha rivelato di aver assistito ad una telefonata tra Gelli e Andreotti. Motivo: l' aggiustamento di un processo in Puglia
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    Orlando Galati Giordano

    Riferisce discorsi in carcere tra detenuti. Nino Marchese, fratello del pentito, gli disse che la gobba di Andreotti era piena di omicidi
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    Fabiola Moretti

    Compagna di Danilo Abbruciati, ha raccontato le cene di Claudio Vitalone con i boss della Magliana e ha indicato uno dei Killer del delitto Pecorelli. Ha pesantemente accusato il giudice Carnevale
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    Antonio Mancini

    Esponente della banda della Magliana accusa la corrente andreottiana di aver fatto uccidere Pecorelli perche' era in possesso di documenti scottanti sul rapimento di Aldo Moro
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    Maurizio Abbatino

    Ha confermato i rapporti tra Vitalone e la banda della Magliana e tra quest' ultima e Cosa Nostra
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    Rosario Spatola

    Ha raccontato i rapporti tra Cosa Nostra e la massoneria e i legami tra esponenti andreottiani del trapanese e la mafia.
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    Bartolomeo Addolorato

    Ha confermato che la mafia in provincia di Trapani votava per la Dc andreottiana.
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    Giovanni Drago

    Ha raccontato nei dettagli il voto di mafia nel 1987, con il passaggio dalla Dc al Psi. Il candidato socialista era Claudio Martelli, impegnato in una durissima battaglia contro la Procura di Palermo e il Sindaco della stessa citta' Leoluca Orlando.
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    Giuseppe Pulvirenti

    Ha raccontato il voto di mafia alla Dc di Andreotti a Catania e ha descritto nei detttagli i rapporti tra i palermitani andreottiani e Cosa Nostra a Catania negli anni del dominio di Santapaola, di cui egli era il luogotenente.
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    Paolo Severino

    Ha raccontato il voto di mafia alla Dc di Andreotti a Enna , dove le famiglie mafiose sostenevano la candidatura dell' on. andreottiano Luigi Foti, il cui ufficio elettorale era retto da Michelangelo Cammarata, uomo d' onore della famiglia di Enna

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    Potrei continuare ma per ora mi sembra sufficiente cosi'.

    Saluti

  4. #4
    Araldo
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    non sono riuscito a non continuare perche' ho trovato una ricerca fatta molto bene e molto sintetica allo stesso tempo!

    Riflessioni sulla sentenza del processo Pecorelli

    di Barbara Fois


    24 anni di carcere per Andreotti e Badalamenti, assolti: Claudio Vitalone, Giuseppe Calò, Massimo Carminati, Michelangelo La Barbera. Devo dire che questa sentenza mi ha preso in contropiede. Beh, non solo me: dalle reazioni direi che ha sorpreso tutti. E tuttavia debbo confessare che fu la prima sentenza, quella che mandava assolto non solo Andreotti ma tutti quanti i coinvolti, che mi indignò davvero.
    Mi bruciò, mi fece arrabbiare. Questa mi fa chiedere “come mai?cosa c'è dietro?”. Mi ha fatto venir voglia di rivedermi un po' tutti gli atti di questo processo e alcuni aspetti di questo caso. Così ho frugato su internet, negli archivi dei giornali, fra le deposizioni, nelle pieghe delle sentenze, nelle biografie dei personaggi… E quello che vi ho trovato mi ha fatto accapponare la pelle. Legami, connessioni, connivenze, fra gruppi di potere, massoneria, mafia, politica e finanza che lasciano sgomenti. E il ricorrere sempre degli stessi nomi rende tutto più spaventoso, anche perché si tratta di nomi conosciuti, di gente che ha potere. Sono notizie, nomi, legami che sono sotto gli occhi di tutti, ma chissà perché per molti sembrano invisibili. Vediamo insieme di ripercorrere tutta la vicenda, fin dal suo inizio.

    Fatti e personaggi

    1) la vittima
    Carmine Pecorelli, detto Mino, viene assassinato la sera del 20 marzo 1979, con quattro colpi di una pistola calibro 7,65 : uno in faccia e tre nella schiena, nel quartiere Prati di Roma. Il corpo viene trovato quasi subito dai suoi collaboratori. E' rannicchiato dentro l'automobile, ancora parcheggiata in via Orazio, a due passi da via Tacito dove sta la redazione di OP (“Osservatorio Politico internazionale”), il giornale che dirige.
    Laureato in legge, Mino Pecorelli fa in un primo tempo l'avvocato, esperto di diritto fallimentare e ben introdotto nel settore dei grandi fallimenti fraudolenti. Forse è qui che comincia a intravvedere i legami stretti che legano gli ambienti della finanza a quelli politici. Nel 1968 fonda il giornale OP, che secondo molti è uno strumento di ricatto o almeno di condizionamento del mondo politico, attraverso le notizie che Pecorelli avrebbe dai servizi segreti ai quali sarebbe legato. Almeno così riferirà Nicola Falde, colonnello del SID dal 1967 al 1969 e lo testimonierebbero i legami di Pecorelli con Vito Miceli, capo del servizio segreto militare dal 1970 al 1974, poi indagato come golpista. Certo è che il nome di Pecorelli compare nelle liste della Loggia segreta P2, il che potrebbe provare il suo rapporto con Licio Gelli.
    Dal marzo 1978, dal momento in cui viene rapito Moro, OP diventa settimanale. Nel periodo del sequestro Moro il giornale pubblica tre lettere inedite del leader DC, spedite a familiari e amici. Dopo la morte di Moro, sulle pagine di OP, Pecorelli profetizzerà giochi al massacro, ricatti e la morte di un generale: quella di Dalla Chiesa, che avrebbe tenuto per sé alcune carte e il memoriale di Moro trovati in via Montenevoso, a Milano (perché poi il generale spostò dal 1 ottobre, le sue indagini a Milano?) e che il generale, come confermerà anche sua suocera all'inchiesta, non avrebbe consegnato ad Andreotti. Pecorelli sta indagando ancora sulla morte di Moro quando viene ucciso, la sera del 20 marzo 1979.
    Il rapimento e l'esecuzione di Moro sono dunque al centro dell'assassinio Pecorelli. Ma perché poi fu rapito Moro? Una chiave di lettura forse ce la offrono alcune “esternazioni” di Cossiga, che raccontò in una intervista che insieme a Moro (Cossiga era allora ministro dell'Interno) stava creando il “ Piano Paters” ( o P.A.Ter.s), un piano antiterrorismo, basato su una organizzazione nuova, con una struttura nazionale, ma soprattutto con nuclei speciali, autonomi dalle strutture periferiche quali questure e prefetture. Agli inizi del 1978 Cossiga aveva sciolto tutti i vecchi servizi segreti e creato il SISMI e il SISDE coordinate dal CESIS. Facendo questo aveva sconvolto i vecchi assetti, mandato a casa un sacco di gente e fatta entrare della nuova. Era ancora tutto in alto mare, però, quando Moro fu rapito. Secondo quanto lo stesso Cossiga dice, sarebbe stato comunque pronto un piano alternativo, che però non avrebbe mai avuto il placet di Andreotti. Su tutto questo tuttavia, incombono come accuse gravissime le parole di Steve Pieczenick, uno dei “massimi esperti americani di terrorismo che fu chiamato dalle autorità italiane a fare parte del comitato di crisi istituito subito dopo il sequestro di Aldo Moro. La sua accusa <> Secondo l'esperto statunitense infatti Moro poteva tranquillamente essere restituito alla vita politica, ma ai suoi danni ci fu << un complotto ad altissimo livello>> il cui obiettivo finale era proprio quello che il leader democristiano <>…” (Corriere della Sera del 18 marzo 1998). Sarebbe interessante sentirlo meglio, questo esperto.
    Comunque sia, il 10 maggio, il giorno dopo il ritrovamento del cadavere di Moro, Cossiga si dimise. Era a tutto questo che Pecorelli si riferiva nei suoi minacciosi articoli su OP? A questo e ad altro ancora, visti i suoi rapporti coi servizi segreti. Dalle deposizioni riportate negli atti processuali sembra che negli ultimi tempi il Pecorelli fosse molto nervoso e preoccupato e fosse convinto di finire ammazzato. Forse conosceva un segreto spaventoso: i nomi dei mandanti ( che noi non sapremo certamente mai), e forse stava per vuotare il sacco, quando fu ucciso la sera del 20 marzo 1979.
    Il 21 marzo, il giorno dopo, Andreotti vara il suo V governo tripartito (DC-PSDI-PRI), con La Malfa come vicepresidente. Tempi sfortunati davvero: infatti La Malfa muore improvvisamente 5 giorni dopo. Ma non basta: il 26 marzo scoppia lo scandalo alla Banca d'Italia, in cui vengono incriminati Paolo Baffi e Mario Sarcinelli.
    E' curioso che questi due signori avessero promosso indagini su altri istituti di credito come l'Italcasse e il Banco Ambrosiano, che poi diventerà tristemente famoso. Non solo: i due funzionari avevano rifiutato di revocare il fallimento delle banche Sindona. Forse è una coincidenza, un dettaglio senza significato, ma, come ha ricordato Scalfari nel suo recente articolo su Andreotti ( la Repubblica, 19,11.2002), il magistrato che indaga su di loro è Claudio Vitalone.Verranno prosciolti completamente solo l'11 giugno 1981. Il 16 settembre Baffi si dimette e il 20 settembre Carlo Azeglio Ciampi viene nominato nuovo governatore della Banca d'Italia, con Lamberto Dini direttore generale.

    2) Gli imputati degli ultimi due processi (1999 e 2002)


    Giulio Andreotti, leader DC, sette volte presidente del Consiglio e svariate volte a capo dei più diversi ministeri, è accusato di essere il mandante dell'omicidio Pecorelli. Gaetano Badalamenti, detto Tano. Emigra clandestinamente in America nel 1947, a 24 anni, ma nel 1950 viene rimandato in Italia. Grazie all'esperienza americana propone la prima “commissione” della mafia siciliana, che dura fino alla strage di Ciaculli. L'FBI negli anni settanta lo considera il cervello del traffico di droga fra America e Europa. Con Riina e Bontate fa parte del triumvirato di Cosa Nostra. Nel 1978 fa uccidere il militante di sinistra Giuseppe Impastato, che attraverso la sua radio lo accusa apertamente del traffico di droga. Scappato in Brasile incontra Buscetta. Arrestato nel 1984 a Madrid viene estradato negli USA, dove è attualmente detenuto per traffico di stupefacenti. Nel marzo del 1995 il suo nome torna alla ribalta per il suicidio del carabiniere Antonino Lombardo, che dovrebbe accompagnarlo in Italia, per deporre in alcuni processi di mafia. In quest'ultimo processo è accusato di essere mandante, con Andreotti, del delitto Pecorelli. Si è diffusa la notizia, dopo la sentenza del 17 novembre 2002, che fosse gravemente malato, notizia che il Badalamenti ha prontamente smentito.
    (http://www.frosinone.org/oltreloccid...302_stille.htm)


    Giuseppe Calò, noto Pippo. Boss mafioso e pezzo da novanta, si trasferisce a Roma all'inizio degli anni 70, sotto la finta identità di Mario Agliarolo, antiquario di professione. In questa veste ricicla una così gran quantità di denaro sporco da venir chiamato il “cassiere di Cosa Nostra”. Passato nello schieramento mafioso dei corleonesi, pare stringa in quegli anni legami strategici sia con la politica, che coi servizi segreti. In alcuni casi si servirebbe della banda della Magliana, un gruppo di delinquenti comuni, che opera nella capitale. Molti collaboratori di giustizia parlano di Pippo Calò nella vicenda del sequestro Moro. Secondo alcuni pentiti sarebbe stato lui a bloccare il tentativo di salvare lo statista democristiano, che Stefano Bontate ( altro boss mafioso - in affari con Salvo Lima e i cugini Nino e Ignazio Salvo - che ospitò Michele Sindona in latitanza e fu ucciso nel 1981) voleva compiere, dichiarando che a volerne la morte erano esponenti influenti della stessa Democrazia Cristiana. Ma questa vicenda non è provata. Calò fu comunque invischiato in vicende di terrorismo: in quella del “rapido 904”, che saltò in aria il 23 dicembre 1984, per esempio, e per cui prese un ergastolo. Dalle indagini emersero i collegamenti tra lo stesso Calò e ambienti della destra eversiva. Fu condannato all'ergastolo anche per l'assassinio di Dalla Chiesa e per la strage di Capaci. E' accusato ( in entrambi i processi Pecorelli) di essere mediatore fra i mandanti e gli esecutori dell'omicidio.


    Claudio Vitalone, entrò in magistratura nel 1961. Svolse funzioni di Sostituto Procuratore della Repubblica e poi sostituto Procuratore generale presso la Corte d'Appello di Roma. Nel 1979 fu eletto senatore. Fu rieletto nel 1983, nel 1987 e nel 1992. Ricoprì anche le cariche di Vice presidente della Commissione Parlamentare Antimafia, di Sottosegretario agli Affari Esteri nel VI e VII governo Andreotti e di Ministro del Commercio Estero nel governo Amato. E' in rapporti con la banda della Magliana, come appura la corte di Perugia (ma non è chiaro se lo fu anche col suo boss “Renatino” De Pedis, che quando muore ammazzato nel 1990 viene sepolto a Sant'Apollinare in Urbe in una tomba di marmo bianco con oro argento e zaffiri, anche grazie all'intervento del cardinal Ugo Poletti, buon amico di Andreotti). Il Vitalone è anche amico dei cugini Nino e Ignazio Salvo, che frequenta a metà degli anni '70 e che incontra anche sulla barca di Maria Di Bernardo. Si incontra col Pecorelli in una cena al ristorante “la famiglia piemontese”, locale di Walter Bonino, nel gennaio del 1979. Non è chiaro cosa avviene durante quella cena, ma dagli atti del processo sembra che fra le altre cose abbia cercato di convincere il Pecorelli a non attaccare Andreotti sulla sua rivista. Nel primo processo è accusato di essere il mandante con Andreotti, in questo secondo è accusato di essere il mediatore fra i mandanti e gli esecutori dell'omicidio.


    Massimo Carminati nasce a Milano nel 1958 e si trasferisce a Roma.
    Negli anni '70 milita nella sezione EUR del MSI. Milita quindi nei NAR. Si associa (dal '77-78) alla Banda della Magliana, della quale è “esattore”. Nell'aprile dell'80 uccide Teodoro Pugliese per ordine della Banda. Nel febbraio 1981 confida a Cristiano Fioravanti di aver ucciso due persone. Viene arrestato nell'aprile dell'81. Secondo alcuni pentiti ebbe un ruolo nel depistaggio della strage di Bologna. E' stato condannato a dieci anni nel processo contro la Banda. E' accusato di essere uno degli esecutori dell'omicidio Pecorelli.


    Michelangelo La Barbera, 56 anni, palermitano è un pentito di mafia sottoposto all'art. 41/bis - il "carcere duro" - per l'omicidio del cognato Salvatore Inzerillo.
    È proprio lui che, il 21 Maggio 2002, lancia un allarme dalle pagine del Corriere della Sera: "Adesso siamo nella stessa situazione che precedette il '92: c'è silenzio in attesa delle sentenze, di vedere se i politici rispettano i patti. Se le cose non andranno come vuole Cosa nostra, uccideranno ancora. Possono colpire un magistrato, oppure un collaboratore..." Nell'Ottobre 2002 - accusato di omicidio - viene condannato all'ergastolo insieme ad altri 26 capimafia e capimandamento del calibro di Totò Riina, Bernardo Provenzano, Pippo Calò, Michele Greco, Mariano Tullio Troia e Raffaele Ganci; La Barbera ha svolto un ruolo di primo piano nella strategia della tensione che caratterizzò la guerra di mafia negli anni '80. Uomo ben informato e prezioso collaboratore di giustizia, esce con un'assoluzione dal processo Pecorelli. Era accusato di essere uno degli esecutori materiali dell'omicidio del giornalista. (a href="http://www.rainews24.rai.it/ran24/speciali/pecorelli/labarbera_bio.htm" target="_blank">http://www.rainews24.rai.it/ran24/sp...arbera_bio.htm )


    Le inchieste, gli scandali
    Ma torniamo alla morte di Pecorelli: da subito si aprirà un procedimento contro ignoti. Il procuratore Gallucci parla di un dossier trovato nell'ufficio di Pecorelli da Domenico Sica, accorso sul posto dell'omicidio. Sica, che poi nell'88 verrà nominato alto commissario per la lotta alla Mafia, con poteri straordinari, al momento dell'uccisione di Pecorelli si trovava a cena a casa di Maria Di Bernardo - amica dei cugini Salvo – in compagnia di Claudio Vitalone, Walter Bonino e Antonio Varisco. Raggiunto lì dai carabinieri, abbandona la cena e si reca sul posto, dove fra le altre cose troverà anche il dossier, che Gallucci dice non potrà essere reso pubblico, perchè parte del fascicolo riguarda la sicurezza nazionale. Nel novembre del 1980 scoppia lo scandalo dei petroli, grazie a un altro fascicolo di Pecorelli. Nella bagarre che ne segue il missino Pisanò accusa Bisaglia, democristiano, ministro dell'Industria del governo Forlani, di aver finanziato Pecorelli e la rivista OP. La prova è una lettera di Pecorelli, data a Pisanò dalla sorella del Pecorelli stesso, in cui il giornalista chiede “altri” soldi. Bisaglia nega tutto e chiede un Gran giurì, che emette una sentenza che contenta tutti: ipotizzando che la lettera non sia mai arrivata a Bisaglia…. L'esponente democristiano morirà annegato nel 1984, in circostanze misteriose. Suo fratello prete, che conduce una inchiesta personale sulla morte del congiunto, muore a sua volta in circostanze altrettanto sospette. Il fascicolo “ Mi-Fo-Biali” che apre lo scandalo petroli, come già detto, era stato trovato nell'ufficio di Pecorelli, poco dopo la sua morte. Pochi giorni prima di morire il giornalista si era incontrato con Giorgio Ambrosoli (avvocato, curatore del fallimento della banca Sindona e difensore dei clienti truffati) e col generale Visco, che moriranno assassinati qualche mese dopo: il primo il 12 luglio, il secondo il 13 luglio del 1979. Come mandante del delitto Ambrosoli verrà condannato all'ergastolo Michele Sindona, che morirà in carcere, avvelenato da un caffè al cianuro (come il bandito Gaspare Pisciotta). Ma la catena delle morti non è finita. Il maresciallo Augusto Ciferri del SID, che ha eseguito le intercettazioni telefoniche relative al caso petroli, morirà di incidente il 12 ottobre, mentre il 5 giugno dell'anno dopo, nel 1981 muore suicida il colonnello della Finanza Luciano Rossi, che insieme al colonnello Florio, morto anche lui in uno strano incidente d'auto, aveva steso delle note informative su Gelli, in quel caldo 1978. Come si vede il panorama politico in cui si inseriscono sia il rapimento e l'uccisione di Moro, che l'omicidio Pecorelli è molto più intricato e inquietante di quanto non si possa immaginare. (www.cronologia.it/storia/a1979a3.htm ).
    Indagati, accusati e processi: cronologia essenziale
    Le indagini che si trascinano stancamente, fra mille ripensamenti e le più diverse piste, porteranno poi a diverse incriminazioni, alcune delle quali cadranno, altre invece verranno riconsiderate valide molti anni dopo, quando sarà difficile ricostruire gli avvenimenti e i collegamenti. Insomma: passano troppi anni fra l'omicidio e i processi e in questo tempo muoiono molti testimoni e protagonisti di questa intricatissima vicenda, che diventa dunque sempre più difficile sbrogliare.
    Nel 1982 riceveranno avvisi di reato, per concorso in omicidio volontario e aggravato Cristiano e Giusva Fioravanti ( implicato anche nella strage della stazione di Bologna e nell'omicidio di due agenti nell'81), il capo della P2, Licio Gelli, il colonnello Antonio Viezzer e Massimo Carminati. Ma il 15 novembre del 1991 il giudice istruttore Francesco Monastero proscioglie tutti gli indagati per non aver commesso il fatto.
    Il 6 aprile 1993 Tommaso Buscetta, interrogato dai magistrati di Palermo, accusa Giulio Andreotti di essere il mandante dell'omicidio Pecorelli. Nel luglio di quello stesso anno il Senato concede l'autorizzazione a procedere contro l'ex presidente del Consiglio: il reato è quello di omicidio premeditato in concorso con più persone. In base alle accuse di Buscetta, gli altri correi sarebbero Gaetano Badalamenti e Giuseppe Calò.
    I colpi di scena non sono finiti: nell'agosto sempre del '93 Vittorio Carnovale, della banda della Magliana, anche lui pentito, accusa il pm romano Vitalone di essere il mandante dell'omicidio Pecorelli. L'inchiesta passa a Perugia, sede competente a indagare sui magistrati romani. Ma com'è che improvvisamente si è infilata la Mafia? E cosa c'entra la banda della Magliana? Forse le spiegazioni stanno tutte in alcuni personaggi chiave, che entrano in scena: uno di questi è Giuseppe “Pippo” Calò. L'altro personaggio è il magistrato Claudio Vitalone. Ma torniamo alla nostra cronologia:
    20 maggio 1994: Berlusconi ottiene il voto di fiducia alle Camere con il suo nuovo governo. Il 21 maggio Giulio Andreotti è rinviato a giudizio dalla Procura di Palermo
    7 gennaio 1995: sulla base delle accuse dei pentiti Fabiola Moretti e Antonio Mancini i pm umbri indagano Michelangelo La Barbera e riaprono l'inchiesta su Massimo Carminati.
    20 luglio 1995: vengono rinviati a giudizio con l'accusa di omicidio: Andreotti, Vitalone, Badalamenti, Calò, La Barbera e Carminati.
    11 aprile 1996: comincia formalmente il processo.
    9 settembre 1996: Buscetta conferma le accuse contro Andreotti e afferma che lo stesso Badalamenti e Stefano Bontate gli avevano personalmente detto di essere gli autori materiali dell'omicidio Pecorelli e che “lo avevano fatto loro, su richiesta dei cugini Salvo, nell'interesse del sen. Andreotti.” Secondo Buscetta Pecorelli era in grado di pubblicare dei documenti che riguardavano il caso Moro e che erano in possesso del generale Dalla Chiesa. Il giorno dopo però, Buscetta ritratta in parte le proprie affermazioni.
    11 gennaio 1997 il pentito Vittorio Carnovale, della banda della Magliana accusa il magistrato Claudio Vitalone di essere il mandante dell'omicidio Pecorelli.
    5 ottobre 1997: Andreotti nega di essere a conoscenza che Franco Evangelisti finanziasse OP e aggiunge che né Evangelisti né Vitalone gli parlarono della cena, al ristorante “la famiglia piemontese” organizzata da Walter Bonino, in cui Vitalone avrebbe tentato di convincere il Pecorelli a desistere da attaccare il gruppo andreottiano.
    30 aprile 1999 i pm Fausto Cardella e Alessandro Cannevale chiedono l'ergastolo per tutti gli imputati: Andreotti, Vitalone, Badalamenti e Calò come presunti mandanti e La Barbera e Carminati come esecutori materiali.


    La prima sentenza
    Il 20 settembre 1999 la corte d'Assise di Perugia (presidente Giancarlo Orzella, il solo togato, gli altri sei giudici popolari) entra in camera di consiglio: dopo 102 ore ne uscirà un verdetto di assoluzione per tutti gli imputati, per non aver commesso il fatto.
    Ma come mai? Vediamola un po' più da vicino, questa sentenza, raccolta in ben 508 pagine cartacee (290 pagine web). Andreotti e Vitalone (assistito dall'avvocato Carlo Taormina, che nel processo alla mafia difende Totò Riina) sono indicati durante il corso del dibattimento, come mandanti dell'omicidio. Pippo Calò e Gaetano Badalamenti sarebbero l'anello intermedio fra i mandanti e gli esecutori, mentre Michelangelo La Barbera e Massimo Carminati sarebbero i presunti esecutori. Il fatto è che i giudici, pur intuendo che dietro l'omicidio ci sia un gruppo di potere, continuano ad avere “alcune perplessità” in relazione “alla fitta rete di rapporti politici sociale ed economici, palesi e occulti che legano i vari personaggi coinvolti nella vicenda ”. Insomma, la catena costruita dall'accusa, avrebbe un anello debole: non ci sarebbe infatti la prova provata che ci siano stati rapporti tra Pippo Calò e Danilo Abbruciati, boss della Magliana, indicati come mandanti intermedi, negli anni del delitto Pecorelli. Così, tutta l'impalcatura crolla. Secondo l'accusa, infatti, Andreotti e il suo ex braccio destro Vitalone, attraverso Calò e Abbruciati e questi, attraverso i cugini Salvo e la mafia trasferita a Roma sarebbero i mandanti e gli esecutori del delitto, ma se uno degli anelli di questa catena non viene provato, tutta la costruzione non sta più in piedi. Una costruzione davvero troppo macchinosa, invero! Perché ci deve essere bisogno di tutta questa gente, di tutti questi intermediari? Non è possibile invece che la realtà sia molto meno complicata e macchinosa e che ci siano molti meno passaggi? Il castello complicato e complesso, cadendo ha liberato gli accusati. E tuttavia a leggere bene quella sentenza di assoluzione le cose non vanno così lisce per gli imputati, sia pure prosciolti. Scrive infatti il giudice estensore Nicola Rotunno, quando analizza i rapporti fra Vitalone e Enrico de Pedis della banda della Magliana “Essi sono uno schizzo di fango (per adoperare una espressione cara all'imputato) che rimarrà attaccato alla persona di Claudio Vitalone non trovando alcuna giustificazione, se non in rapporti a dir poco non chiari, che un magistrato della Repubblica italiana, un senatore che ha rappresentato l'Italia all'estero, intrattenga rapporti con esponenti di spicco della malavita organizzata romana.” Evidentemente l'avvocato Taormina, quando si congratulava col suo assistito, davanti ai giornalisti, dopo la sentenza di assoluzione, non conosceva ancora questo passo. E nemmeno noi lettori sapevamo quello che scrivevano i giudici in quelle 508 pagine. Alcune delle quali direi molto dure nei confronti di Giulio Andreotti. Quelle che lo collegano ai cugini Nino e Ignazio Salvo e parlano della sua conoscenza personale con loro “… e che tale conoscenza permetteva, in via ipotetica, al primo di chiedere ai secondi l'uccisione del giornalista Carmine Pecorelli.” Il tribunale di Perugia considera attendibili anche i pentiti e riscatta la figura del Pecorelli, che non sarebbe stato un ricattatore, ma un giornalista vero. E il movente dell'omicidio? Sarebbe da rintracciarsi in 5 filoni della recente storia italiana “Il golpe Borghese, la vicenda Italcasse, il fallimento delle Banche Sindona, il dossier Mi.Fo.Biali, il caso Moro” cinque filoni, cinque strade dice la sentenza “che portano oggettivamente alla sfera di interessi di Giulio Andreotti e parzialmente anche a quella di Claudio Vitalone e Giuseppe Calò…”. (Ma il compagno Fassino era a conoscenza di queste cose, quando l'altra sera difendeva a spada tratta l'estraneità del senatore Andreotti a qualsiasi vicenda oscura?)
    Un processo che lascerà il segno e che coinvolge un po' tutto l' establishment politico attuale. Ma i pentiti della Magliana non si accontentano di questo processo: entrano un po' dappertutto, sempre in accoppiata con Cosa Nostra, trascinandosi appresso un bel po' di gente. Infatti, in quello di Palermo contro Marcello Dell'Utri, accusato di concorso in associazione mafiosa, tirano in ballo anche Berlusconi: lo riporta con evidenza La Padania del 7 luglio 1998, intitolando l'articolo “Silvio riciclava i soldi della mafia” (http://www.lapadania.com/index2.htm).
    Ad accusare il cavaliere sarebbe Antonio Mancino, ex componente della banda della Magliana “I soldi della banda della Magliana e quelli della Mafia siciliana sono stati dati a Silvio Berlusconi per finanziare la speculazione edilizia in Sardegna” . Prosegue poi l'articolo della Padania: “Mancini ha parlato dei rapporti che esistevano fra la banda della Magliana e boss come Pippo Calò e Stefano Bontade. <>…”

    La seconda e ultima (per ora) sentenza
    Ma torniamo al nostro processo e all'ultima sentenza. Il “divo Giulio”, come lo chiamava sarcasticamente Pecorelli dalle pagine di OP, deve aver fatto un salto quando il 17 novembre (giorno infausto!) gli è stata comunicata la sentenza di condanna a 24 anni di carcere. Noi dobbiamo invece frenare la nostra curiosità: infatti i giudici hanno tempo 90 giorni, per rendere pubbliche le motivazioni della sentenza. Sarà poi il caso di leggersi bene anche le (certamente!) centinaia di pagine che la compongono. Ma nel frattempo consiglio al compagno Fassino di farsi un bel giro su internet, in un po' di siti, prima di aprir bocca. Anzi: ne elenco qui qualcuno, per la curiosità di quanti vogliano saperne di più.
    web.tiscali.it/almanaccodeimisteri/sentenzapecorelli.htm
    http://www.lamelagrana.net/storia/pe...-sentenza.html
    www.misteriditalia.com/pecorelli/sentenza
    www.adnkronos.com/fatti2001/031/091.htm
    www.cnnitalia.it/2000/ITALIA/08/01/andreotti/
    www.centroimpastato.it
    www.repubblica.it/online/politica
    http://www.repubblica.it/online/doss...tiquattro.html
    www.portalinus.it/redazione/penne
    digilander.libero.it/infoprc/mino.html
    www.lapadania.com/index2.htm
    http://www.corriere.it/Primo_Piano/c...ndreotti.shtml
    http://www.imgpress.it/inchiesta/not...p?nyhetsID=241
    www.esternet.net/licenza_000017.htm
    www.cronologia.it/storia/biografia/lamalfa.htm
    www.istitutolamalfa.org

    Non sono che alcuni, ma se vi fate intrigare e cominciate a navigarci dentro, entrerete anche voi in un gioco ipnotizzante di scatole cinesi, di fatti, personaggi, avvenimenti e cose collegate una all'altra, in un delirio di bassezze, di complotti e di delitti, che vi lasceranno davvero costernati. La realtà profonda di questo paese è molto peggio di quanto non sembri in superficie (e già ci sgomentava abbastanza quello che si vedeva a occhio!): è necessario esserne consapevoli per cercare di mutarla e ripulirla. Ma in questa fase i nostri compagni di strada debbono essere persone affidabili e dal passato più che pulito. Nessuna collusione, connivenza, debolezza. Nessuna ombra o macchia: gli altri a casa, di corsa, senza ripensamenti, senza tentennamenti e dubbi. Tagliarli fuori, espellerli, emarginarli diventa vitale, indispensabile. Questo deve essere un obiettivo chiaro in tutta la società civile, fuori o dentro i partiti. Si gioca una partita decisiva per le sorti di questo paese. E in questo genere di processi non ci sono appelli.

    Barbara Fois


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    Saluti

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    Spero che con quest'ultimo tassello possiate crearvi la vostra idea a proposito del caso Pecorelli.


    20 MARZO - Ore 20,45, via Orazio a Roma. Quattro colpi col silenziatore e si fa tacere il più scomodo giornalista d'Italia. "L'uomo che sapeva troppo". MINO PECORELLI: Direttore di OP (Osservatorio Politico); prima agenzia quotidiana e poi dal marzo '78 si trasforma in rivista settimanale; proprio il mese della strage di via Fani.
    Pecorelli "con il suo giornale toccava un po' tutti, a destra e a sinistra" lo ha detto la sorella, ma era cosa nota. I suoi titoli su OP erano dei macigni lanciati addosso ai protagonisti della politica e della finanza. Notizie riservate, scottanti, evidentemente provenienti dai servizi segreti, che facevano tremare tutti i potenti. Con queste notizie OP diventa una rivista "specializzata" nei colpi a sensazione sull'ambiente politico e sull'apparato statale. Ma questo Pecorelli che le scrive dove vuole arrivare? Cosa sa? E perchè sa? E perchè fa paura e inquieta?

    PECORELLI, 51 enne, era un avvocato civilista specializzato in diritto fallimentare; professione che ha poi lasciato nel '68 per dedicarsi con impegno nella vita politica (era portavoce del ministro Sullo) poi al giornalismo fondando un'agenzia di stampa. Volontario a 17 anni nella guerra di liberazione, fu insignito della più alta decorazione dal generale Anders. Quasi subito, sulla sua rivista nel '70-'71, iniziò lui a rivelare i particolari scabrosi (anche i minimi) sulla vita privata e sugli affari del presidente della Repubblica Leone e famiglia. Nel famoso libro che poi scatenò la guerra all'inquilino del Quirinale, Camilla Cederna, su Pecorelli scriveva un capitolo: E' il Sid che spia? "L'agenzia di Pecorelli, da sempre passa per essere un'agenzia del Sid, una emanazione del generale VITO MICELI che ne era il capo dal 1970. Si dice che a Op diano notizie una certa fazione, attenzione, attenzione, alcuni dorotei di RUMOR".
    Poi Miceli viene arrestato con l'accusa di essere un Golpista. Pecorelli su Op, scrive "ho le prove che il presidente vuole vendicarsi". Perso il "padrino", inizia la persecuzione; lo pedinano, lo minacciano, un giorno gli distruggono la macchina, un altro é accusato di falso in bilancio e di bancarotta; gli ritirano il passaporto; poi per i continui reati di diffamazione é denunciato all'ordine dei giornalisti. Tenta lui, o qualcuno lo invita, a fare una trattativa per stare zitto con i Leone.
    copertina del 27 giugno 1978

    Ma non va in porto perchè -dicono i maligni- che chiese un miliardo mentre gli interessati offrirono meno di cinquanta milioni. Ma secondo la Corte d'Assise di Perugia, Pecorelli pubblicò quasi sempre tutto, perchè era un curioso, ma non si fece mai dare denaro - al momento della morte era titolare di modesti conto correnti e come proprietà aveva solo l'abitazione in via della Camilluccia.
    Ricomincia il massacro ma sa che ormai è una lotta impari "ma io vado avanti... quella famiglia non mi piace per niente".

    Ma andiamo indietri di qualche mese, al periodo del "sequestro Moro". Su OP apparvero tre lettere (con autentica copie confrome) scritte da Aldo Moro prigioniero della BR, alla moglie, a Zaccagnini e al fidato Rana, che erano state sequestrate dalla magistratura, tenute segrete, non rese pubbliche. Dopo l'assassinio dello statista, Pecorelli fa sapere in modo molto chiaro su OP che ora ci sarà il gioco al massacro, inizieranno i ricatti o qualche generale morto per incidente. Come al solito é criptico in tanti passi: "Cossiga non poteva fare niente per salvare Moro perché doveva sentire più in alto, ma in alto dove sino alla loggia di Cristo in Paradiso?"

    Poi il numero di OP, dopo in rinvenimento delle carte di Moro in via Montenevoso (vedi maggio 1978) preannunciava la eliminazione del generale Amen (così chiamava il generale DALLA CHIESA) che ha rinvenuto le carte di Moro (accenna perfino a una cassetta magnetica) e sospetta non consegnate tutte alla magistratura, nè allo stesso Andreotti, ma che si é trattenuto quelle più compromettenti. (Questo particolare, lo confermerà poi in una deposizione pure la suocera di Dalla Chiesa).


    Il giornalista insomma stava appurando "cose politiche" troppo collegate al delitto MORO". Lo aveva fatto capire dalle colonne di Op, che da un momento all'altro avrebbe fatto domande scabrose, che come al solito erano anche risposte.
    Una cosa non immaginava, di essere fatto fuori prima di Dalla Chiesa. Con quattro colpi micidiali; uno in bocca (! significative) e tre alla schiena.

    Nel numero del 2 gennaio, nella copertina di OP appariva un Berlinguer vestito da Befana che portava in braccio Andreotti (COSA VOLEVA SIGNIFICARE?) Dentro fra le altre cose una inchiesta sulle "case impopolari".
    Mentre nella copertina del 15 agosto c'era un curioso titolo-occhiello
    "Requiem per una spia".



    Sulla sua morte nel 1980 si aprirà un'inchiesta contro ignoti. Il procuratore Gallucci parla di un dossier trovato (da Domenico Sica - nominato poi nell'88 alto commissario per la lotta alla mafia con poteri straordinari) nell'ufficio di Pecorelli, ma ha aggiunto che parte del fascicolo riguarda la sicurezza nazionale (!). Ai giornalisti fa poche ammissioni sul contenuto: "un giorno vi sarà spiegato il perchè di questo silenzio"; il MISTERO PECORELLI ha inizio!

    Il 18 novembre allo scandalo dei petroli si toccano momenti di massima tensione alla Camera e al Senato. Il missino PISANO' (leggendo una lettera di Pecorelli in cui chiedeva gli arretrati di pagamenti concordati) accusa BISAGLIA il ministro dell'industria del governo FORLANI appena varato (vedi 1980, in quale critica occasione), di aver finanziato l'agenzia e la rivista OP di Pecorelli. L'esponente DC replica che è tutto falso (intanto si dimette) e chiede un Giurì d'onore. Entra poi in scena Rosita Pecorelli, la sorella del giornalista, che conferma di aver consegnato a Pisanò la lettera da lui esibita in Parlamento e che era stata indirizzata dal fratello a Bisaglia per richiedere "altri" finanziamenti.
    Il Giurì emette una sentenza salomonica. I finanziamenti non sono provati. La lettera é autentica ma non prova che Bisaglia l'abbia mai ricevuta. Pecorelli è morto e non può confermare.
    Bisaglia capogruppo della DC al Senato della corrente dorotea morirà annegato in circostanze strane a Portofino il 25 giugno del 1984. Il fratello prete che voleva far luce sulla sua morte anche lui morirà in circostanze misteriose.

    (Nello studio di Pecorelli viene trovato una copia del fascicolo "Mi-Fo-Biali", da cui partirà lo scandalo petroli. Pochi giorni prima Pecorelli aveva avuto un incontro con AMBROSOLI alla presenza del generale VARISCO. Ambrosoli sarà assassinato il 12 luglio. Varisco il 13 luglio. Mentre il maresciallo del Sid Augusto CIFERRI che aveva eseguito le intercettazioni telefoniche relative al caso Mi-Fo-Biali" muore il 12 ottobre in un "incidente". Mentre il 5 giugno del '81 il colonnello della G.di Finanza Luciano ROSSI si "suicida". Quest'ultimo con il colonnello FLORIO (morto anche lui in uno strano incidente d'auto) i due avevano steso nel '78 tre note informative su GELLI.)

    Bisaglia con Piccoli, al consiglio della DC del 1975, luogotenente in Veneto di RUMOR aveva posto in minoranza il suo padrino e aveva iniziato la scalata; non solo, ma gli aveva invaso il collegio a Vicenza, distribuendo i "santini" elettorali dentro le sue roccaforti: i numerosi istituti religiosi che Rumor da una vita controllava completamente con la tipografia che monopolizzava le edizioni cattoliche e religiose del territorio (il padre fu uno dei fondatori dell'Opera dei Congressi).

    Nel 1982 riceveranno avvisi di reato per concorso in omicidio volontario e aggravato di Pecorelli, GIUSVA FIORAVANTI (verrà implicato anche nella strage di Bologna, e per un omicidio plurimo di due agenti nell'81) e il capo del P2 LICIO GELLI. Nel luglio del 1993 la procura di Roma - sulla base delle informazioni dei pentiti TOMMASO BUSCETTA e FRANCESCO MARINO MANNOIA - chiederà al Senato l'autorizzazione a procedere contro il senatore a vita GIULIO ANDREOTTI.
    BUSCETTA, trasformato in pentito, nell'interrogatorio reso il 6 aprile 1993 dichiara che "L'omicidio di PECORELLI è stato deciso da Stefano BONTATE (poi morto ammazzato n.d.r.) nell'interesse di Andreotti".

    Mentre CARLO BORDONI, braccio destro (oltre che genero) di MICHELE SINDONA (che Gelli ha difeso per la non estradizione dall'America per non farlo finire in carcere in Italia) davanti alla Commissione d'inchiesta parlamentare sulla P2 (il 29 settembre del '83) fa una rivelazioni clamorosa, afferma che "é GIULIO ANDREOTTI il vero capo effettivo della loggia segreta P2, e non LICIO GELLI". Andreotti sdegnato respingerà l'accusa.
    (gli esiti dei vari processi sono riportati nei vari anni. Quello di Andreotti (scagionato dalla prima Corte) nell'anno 1999-2000)


    --------------------------------------------------------------------------------



    Licio Gelli e Giulio Andreotti.

    Per 26 volte le immunità parlamentari in passato hanno protetto sempre Andreotti. - Ma arriviamo a maggio del 1994; sembra una bomba ad orologeria; il 20, Berlusconi ha ottenuto il voto di fiducia alla Camera con il suo nuovo governo. GIULIO ANDREOTTI il 21 dalla procura di Palermo é rinviato a giudizio.
    In Italia si volta pagina su una vicenda oscura.

    (non dimentichiamo che Licio Gelli dopo la fiducia al governo Forlani (29 ottobre di quell'anno 1980) in smoking, vola in America subito dopo l'elezione di Reagan (6 Novembre) invitato alla cerimonia del giuramento del Presidente americano)

    21 MARZO - Impertubabile ANDREOTTI il giorno dopo l'assassinio di Pecorelli (mentre il giornalista lavorava su un nuovo numero di OP proprio con qualcosa di clamoroso su Andreotti) vara il suo V governo tripartito, DC-PSDI-PRI, con vicepresidente LA MALFA.

    Saluti

 

 

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