L’ultimo fante della Grande Guerra «Non dimenticate il nostro sacrificio»
Carlo Orelli, 109 anni, soldato dal 1915: il 24 maggio ci portarono al fronte e cominciò l’inferno «Ora i miei nipoti in Austria ci vanno a sciare. Stimo Ciampi, è giusto celebrare il 4 novembre»


ROMA - «Voi non avete la minima idea del suono che fa un obice austriaco da 420». Lui sì. «E’ tutto diverso da quello che immaginate». Gli rimbomba nelle orecchie da quasi un secolo. Aveva vent’anni. Ne ha 109. Il decano della Grande Guerra. «Non è come nei film. Il cannone non fa: bum. Troppo distante dalle trincee. Il cannone fa piuttosto un brontolio, un rombo lontano, poi un sibilo sempre più forte, più vicino. Il proiettile sta per arrivare. A volte non esplode subito. Altre volte non esplode mai. E’ la lotteria della morte. Un mio amico di Napoli si era sempre salvato proteggendosi dentro un tubo di cemento. Spuntavano solo le gambe. Centrate da una cannonata. E’ morto dissanguato».
Carlo Orelli è la voce più antica, la memoria più remota della Prima guerra mondiale. Voci che si stanno spegnendo. Restano in Italia poche decine di cavalieri di Vittorio Veneto. Alcuni sono donne, crocerossine della Carnia. Altri sono ragazzi nati nel 1900, che non spararono un colpo. I combattenti non sono che un pugno.
Carlo Orelli è l’unico che possa raccontare il 24 maggio 1915 da soldato. «La guerra era un finto segreto. Sapevano tutti che sarebbe stata dichiarata. Io ero di leva, a Capua, in fanteria. Ci portarono a Napoli, e da lì in treno verso il fronte. Terza Armata, brigata Siena, 32° reggimento, 3ª compagnia. L’ordine era di avanzare con cautela in territorio austriaco. Sagrado. L’Isonzo. Il Carso. Il nemico si era ritirato. Entravamo nelle case vuote, chi aveva preso le piattole cercava vestiti di ricambio, a volte vestiti da donna. I combattimenti scoppiarono presto. L’avanzata si fermò nell’estate. Cominciarono gli assalti. Il massacro della trincea delle frasche».
La sua famiglia ha fatto tutte le guerre d’Italia. Il nonno materno, Tommaso, con i difensori di Perugia, insorta e domata nel 1849 dai mercenari papalini. Il padre Gabriele richiamato per la campagna d’Abissinia. Il fratello maggiore Alfredo combattente nel 1911 in Libia. Il fratello minore Guglielmo chiamato alle armi dal Duce e fatto prigioniero dagli inglesi in Sicilia nel luglio ’43. A Perugia Carlo Orelli nasce il 23 dicembre 1894. Entra a scuola nell’anno dell’assassinio di Re Umberto. Si trasferisce a Roma nell’anno della guerra russo-giapponese. «La sorella di mia madre aveva una trattoria in via del Viminale. Io ero operaio aggiustatore meccanico, quando mi chiamarono. Nessuno va alla guerra volentieri. Quella però non era una guerra di conquista. Era una guerra patriottica. Nella mia brigata c’erano soldati di ogni parte d’Italia, contadini del Sud che non sapevano né leggere né scrivere, ma non si lamentavano mai. Morivano in silenzio». I più coraggiosi, «i sardagnoli», i sardi.
Contro la trincea delle frasche si sgretola il meglio dell’esercito italiano. «Un giorno siamo usciti all’assalto in 330. Siamo tornati in 30. Non so come mai a me non è toccata. La sera prima dell’attacco portavano in prima linea il liquore, ma io non l’ho mai bevuto. Quella roba faceva passare la paura ma toglieva lucidità, dopo ti buttavi avanti urlando "Savoia!", e morivi. Dall’altra parte urlavano "Hurrah!", e morivano. Io avevo un altro modo per darmi coraggio. Non pensare a niente. Svuotare la testa. Non pensare mai alla casa, agli affetti, agli amori. Non scrivevo, anche perché non c’era tempo. Un giorno ho incontrato mio fratello Alfredo, ci siamo salutati, non l’ho più pensato sino alla fine, l’ho rivisto a casa, ferito ma salvo. Dovevo restare lucido per avere un colpo in più del nemico. Il fucile degli austriaci sparava cinque proiettili; il nostro, sei. La vita era legata al sesto proiettile».
Quarto piano senza ascensore di una vecchia casa alla Garbatella. Uno degli angoli più appartati di Roma. Carlo Orelli ha il cranio lucido e gli occhi blu. Sorride di rado. I suoi tratti ricordano quelli di Gustavo Rol. «Mi hanno sempre detto che ho gli occhi magnetici. Nessuno in famiglia ha i miei occhi, tranne Angela, la figlia di mio nipote Carlo». Sui mobili ci sono le foto dei sei figli, tutti vivi, da Lia di 83 anni a Lucia di 68, in mezzo Alfredo, Marcella, Liliana e Maria, che oggi gli è al fianco. Nove nipoti, undici pronipoti, tra cui Christian, militare di carriera, che presto lo renderà trisnonno.
«Abbiamo fatto tutti la guerra senza amarla, ma anche senza far storie. Attorno alla Grande Guerra c’erano grandi passioni e grandi personaggi, nelle retrovie passava il re sull’auto scoperta, arrivava la notizia del volo di D’Annunzio su Vienna, si annunciava un proclama del comandante della nostra Armata, il Duca d’Aosta, su Cadorna si leggevano poesie. Gli idealisti arrivavano al fronte e il giorno dopo morivano. Nel mio reggimento c’era Filippo Corridoni». Caduto davanti alla trincea delle frasche il 23 ottobre 1915. Una terra maledetta, cui i fanti davano nomi sinistri, Passo della morte, Buca dei bersaglieri, Sassi rossi, e ancora Ridottino dei morti. «Della guerra colpisce che tutto succede di colpo. Un momento dormi, mangi, ridi; un momento dopo non ci sei più. Un mio amico era appoggiato a un muretto. Parlava. E’ arrivato il rombo, è arrivato il sibilo. La granata gli ha staccato la testa di netto. Il corpo è rimasto lì, dritto, innaturale».
Eppure è con orgoglio che Carlo Orelli parla della sua guerra. Sollecita le domande con il linguaggio del secolo in cui è nato, «seguiti pure a interrogarmi». Se Maria gli chiede di non affaticarsi la manda a fare una commissione, «ma per uscire copriti bene». Non si rifugia in luoghi comuni quando parla degli ufficiali, «i generali non si vedevano, gli altri però morivano come noi. Il fango? Le malattie? Niente, in confronto all’assalto». Usa un’espressione bellissima per definire il rapporto con il nemico, «odio involontario». «Ci sparavamo addosso, eravamo legati alla nostra bandiera, alla nostra divisa, ma non c’era astio ideologico, non c’era volontà di annientamento. Ognuno sapeva che l’altro stava facendo il proprio dovere. Le trincee erano lontane duecento metri ma noi avevamo l’ordine di non sparare: l’accordo tacito era di far tacere i cecchini, di non molestarci nelle pause tra i combattimenti. Quando riuscivamo a conquistare una trincea austriaca la trovavamo piena di sigarette, vino, pure cioccolata; i prigionieri ce la offrivano, noi avevamo la disposizione di rifiutare, si temeva una trappola, un avvelenamento; così si faceva assaggiare la cioccolata a un prigioniero, poi si faceva a mezzo».
«Fino a quando non toccò a me. Gli austriaci si erano trincerati nel parco di una tenuta nobiliare. Assalto. Non arrivammo mai ai reticolati. Una mitragliatrice ci prende d’infilata, le mitragliatrici non si vedono mai, si sentono solo, l’artiglieria aggiusta il tiro. Una granata uccide il comandante della compagnia, il tenente Occhipinti, e ferisce molti di noi. Muore il mio migliore amico, Ercolanoni, umbro come me. I compagni continuano a sparare, ma così si fanno individuare dagli austriaci. Ci tirano addosso come al tiro a segno. Il sottotenente sdraiato accanto a me ha una pallottola in fronte. Io ho schegge in tutto il corpo e una ferita di striscio all’orecchio sinistro, un centimetro più in là e sarei spacciato. Mi portano indietro a braccia, in un casolare. Poi all’ospedale da campo, quindi a Bologna, a Perugia. La mia guerra è finita. Il resto è un’idea sfumata di medicine, odori, letti bianchi, convalescenza. Ricordo bene i versi che studiavo a scuola da bambino, non ricordo nulla della malattia. La gamba destra mi fa ancora male. Non è mai guarita».
La guerra è una croce di ferro, esposta in una teca, accanto al diploma di cavaliere di Vittorio Veneto con la firma di Saragat e a una vecchia tessera del Psi, ancora con falce e martello. «Sono sempre stato socialista. Nenniano. Avevo orrore per il fascismo. Ma sarei bugiardo se dicessi che sono stato un oppositore. Semplicemente, non ero d’accordo. Non ho mai preso la tessera, non ho mai preso botte. Sono inorridito quando a Roma arrivarono i tedeschi. Ma ero già nonno, cosa potevo fare? Dopo il congedo mi avevano trovato un posto a Gaeta, alla direzione di artiglieria, dove ho conosciuto mia moglie Cecilia. Poi sono tornato a Roma, capotecnico dell’Atac. Ho badato ai miei pensieri, non mi sono mai arrabbiato troppo, ho cercato di avere buoni rapporti con le persone che incontravo. Cecilia se n’è andata nel ’69. Mi aspetta al Verano».
«Dalla guerra non ho avuto alcun vantaggio. L’unica pensione che ricevo è quella dell’Atac. Ma non ho certo combattuto per un vantaggio, per nulla che non fosse il mio Paese. E a Trieste alla fine ci siamo arrivati. Poi il mio Paese pian piano si è dimenticato di noi. Un po’ lo capisco, è passato così tanto tempo. Dei miei vecchi fratelli d’arme, di tutti questi ragazzi che vede nella foto della mia compagnia, non è rimasto nessuno. E’ cambiato tutto, c’è l’Europa, i nemici sono alleati, in Austria i miei nipoti vanno senza passaporto, a sciare. Vedo però che il presidente Ciampi è attento a queste cose. Lo stimo perché è uno di noi, ha passato quasi tutte le peripezie del secolo, ha combattuto pure lui una guerra, e non lo nasconde. Spero che vorrà ricordarsi anche del 4 novembre, dell’anniversario della vittoria, per cui si è sacrificata la mia generazione».
La trincea della frasche fu presa dalla brigata Sassari il 14 novembre 1915. Nei primi sei mesi l’Italia perse 270 mila uomini tra morti e feriti. Oggi non ci sono superstiti, tranne lui. «Ero un uomo molto forte. Avevo una forza incredibile. Adesso non faccio un passo senza Valentina, la signora ucraina che mi guarda. Se Valentina non mi sostiene, crollo. Chissà quanto dura ancora. Qui alla Garbatella non c’è nessuno che ha l’età mia».
Nessuno in tutta Europa, forse. Arriva il momento in cui ci si dice: il più vecchio sei tu. Verrà il momento in cui non ci sarà più nessuno a custodire la memoria, e la Grande Guerra sarà solo degli accademici e degli archivisti. Neppure la memoria è un vantaggio. Ci scusi il signor Carlo se abbiamo risvegliato la sua. «Sono io che mi scuso se non ho detto tutto. Ci sono cose che non ricordo. Ci sono cose che non voglio ricordare».

Aldo Cazzullo
Corriere della Sera
(1/11/03)