VOLGOGRAD (ex Stalingrado) - «Ho rischiato di morire almeno cento volte a Stalingrado, come racconto nel mio libriccino di ricordi scritto dopo la guerra Le cento croci . Era l’inferno. Bombardamenti aerei e di terra, 24 ore su 24. E poi scontri feroci strada per strada, casa per casa. Davvero non so come abbia potuto uscirne vivo». Gamlet Begliarovich Dallakjan è uno dei superstiti della battaglia di Stalingrado, 200 giorni di ininterrotti combattimenti dal 17 luglio del 1942 al 2 febbraio del 1943: una delle più cruente del secondo conflitto mondiale, che la pone in vetta alla graduatoria delle carneficine belliche del secolo scorso.
Gamlet (ossia, Amleto), 83 anni, giornalista in pensione, ha combattuto ed è rimasto ferito a Stalingrado: e, certo, non avremmo potuto avere migliore e più vivida testimonianza della sua, per rivivere quelle giornate. Un privilegio dovuto all’intraprendenza, abilità, ostinazione del nostro interprete, Alessandro Vitale, che per la terza volta ci accompagna in terra russa, aiutandoci a frugare in profondità nella sua storia, passata e presente.
«Questo è quanto è rimasto del vecchio mulino dove andavo a prendere la mia... razione di farina - dice Amleto, indicando una rovina rimasta in piedi in mezzo ai palazzoni nuovi -: l’hanno voluta preservare come monumento di guerra. E quell’altro rudere lì vicino è la facciata della casa di Pavlov, di cui avrete certamente sentito parlare. Era il nostro fortino nel cuore della città, già tutta occupata dai tedeschi: era anche il rifugio a prova di bomba degli abitanti del quartiere rimasti intrappolati nel centro urbano per un paio di mesi. Le donne stavano rincantucciate nei sotterranei col fagotto dei figli più piccoli in braccio e chiedevano in continuazione: ma dove stanno i tedeschi? State tranquille - dicevamo noi -, non li lasceremo passare... E invece erano appena lì fuori, a due passi, ci camminavano sopra la testa».
Gamlet-Amleto è un uomo alto e massiccio, di scorza dura: ma non di rado lo sorprendo mentre si strofina gli occhi, sotto le lenti. «Cose di sessant’anni fa - racconta -, io ne avevo poco più di venti. Studiavo filosofia a Baku quando mi chiamarono sotto le armi. Un breve corso all’Istituto militare delle comunicazioni di Leningrado e poi via di corsa al fronte. Ma il fronte era lì, sull’uscio di casa, a Stalingrado, che la 6ª Armata del Generale von Paulus aveva già preso d’assalto un paio di volte, installandovisi. Quando, 7 mesi dopo, i tedeschi si arresero, invece di celebrare vittoria ci toccò seppellire migliaia di morti: i nostri e i loro».
Si calcola che nella campagna e battaglia di Stalingrado l’Armata Rossa abbia avuto 485.751 morti e più di mezzo milione di dispersi, ma anche l’esercito invasore di Hitler e dei suoi alleati ha pagato un prezzo molto alto: secondo fonti sovietiche, circa 800 mila i caduti e 91 mila i prigionieri, tra cui 22 generali. Una disfatta di proporzioni colossali, come colossale era lo schieramento dei Panzerkorps che disponevano di un milione e 200 mila carri armati e potevano contare sull’appoggio e l’intervento fulmineo di 1.640 aerei. Dei prigionieri tedeschi avviati verso i campi di concentramento della Siberia (l’«inferno bianco») circa la metà morirono per strada di fame e di freddo; i rimanenti agonizzarono per anni nei Gulag di Stalin e solo settemila (un dato che sembra attendibile) riuscirono a sopravvivere.
Adesso passeggiamo per Volgograd, 90 chilometri di case e palazzi schierati sulla sponda occidentale del Volga. La giornata è quasi serena, il vento ha sgombrato metà del cielo spingendo le nuvole sul fondo. Solo una parte esigua della popolazione (un milione e 200 mila abitanti) ha visto la guerra, i bombardamenti, le devastazioni di una città che allora si chiamava Stalingrado: e Gamlet Dallakjan è tra questi. «Non era rimasto in piedi più niente - ricorda Amleto -, si camminava su un tappeto di macerie e di cadaveri. Più di 3 mila civili vennero arruolati come becchini e un migliaio di prigionieri tedeschi provvidero alla sepoltura dei loro commilitoni scaricandoli nei bunker e nei fossati anti-carro scavati durante la battaglia... Un fetore incredibile».
Ovunque crateri, budelli di trincee piene di liquami, batterie contraeree sfasciate, membra umane irrigidite dal gelo, elmetti, giberne, stivali. La collina di Mamaj, da sempre luogo di romantici incontri e amori primaverili ma al tempo stesso vitale postazione strategica urbana, era stata trapanata e sconvolta dai proiettili durante gli scontri di metà settembre (’42) tra i fucilieri sovietici e i reparti della Wehrmacht: sul pendio, investito dalle esplosioni, non c’era più un filo d’erba e tutto ciò che vedevi era un cumulo di terra bruciata cosparso di bossoli, schegge, brandelli d’uniforme sporchi di sangue. Il 26 settembre, dieci giorni dopo la presa di Mamaj, la bandiera del Terzo Reich con tanto di svastica sventolata sui pinnacoli della Piazza Rossa.
«Se ripenso a quei giorni - confida ora lo studente di filosofia di Baku di origine armena e membro superzelante della Gioventù Comunista che abbandonata l’università, s’era precipitosamente arruolato nell’Armata Rossa spingendosi a Nord -, mi viene l’angoscia. Era il maggio del ’42 e io mi trovavo in una "sacca" a 35 chilometri da Stalingrado, insieme a tanti altri ragazzi coinvolti nella battaglia di Kursk. Le cose non andavano bene, per noi, in quel momento. Quei diavoli della Wehrmacht ci costrinsero a indietreggiare fino al Don: compreso il mio battaglione - reparto comunicazioni - che fu spezzato in piccoli gruppi. Io ne comandavo uno di 45 uomini. Sperduti nella campagna, tallonati dagli uomini della 6ª Armata, eravamo alla fame: nei villaggi, le donne ci davano qualcosa da mangiare e piangevano. Sopra la testa ci passavano in continuazione gli Stukas e gli Heinkel in rotta per Stalingrado... Non so se marciavamo dormendo e se dormivamo marciando... I tedeschi erano più numerosi e bene armati. Correvano sui tanks, sulle camionette, sui sidecars. Erano allegri e spesso ubriachi. Sparavano senza sosta con tutto, mitra, mortai, lanciafiamme: bruciavano la gente. Il mio gruppo fu quasi interamente sterminato in un attacco. Morirono 42 su 45, tra cui il mio attendente che mi fece da scudo per salvarmi. Una scheggia gli squarciò il petto e io mi sentii inondato di sangue, del suo sangue. Il cuore gli palpitava ancora nella ferita aperta. Un soldato straordinario. Lo feci seppellire lì, sull’argine del fiume. Ho saputo più tardi che sulla sua tomba avevano costruito una diga».
Amleto non è di quelli che mostrano volentieri le medaglie. Se può, le tiene nel cassetto, chiuse a chiave. Però alla fine, incalzato dalle suppliche, acconsente a portarci sul luogo dove fu investito da una pioggia di proiettili che - parole sue - gli bucarono la schiena. Era il 16 settembre del ’42, il giorno della collina di Mamaj. Siamo scesi lungo il parapetto sulla riva alta del Volga, che scorre tranquillo verso sud per adagiarsi nel Caspio. «È successo qui - dice Gamlet Dallakjan -. Specializzato in comunicazioni, io tenevo i contatti telefonici coi nostri reparti attestati sulla sponda orientale. Facevo parte del fronte sud-occidentale, che era sotto il comando del generale Eremenko. Svolgevamo il nostro compito di notte, il giorno si dormiva. E fui colpito proprio di giorno, nelle ore di riposo, dall’artiglieria tedesca che sparava dall’altra sponda del fiume. Rimasi per tre settimane in uno degli ospedali da campo e quindi, ricucito, rientrai nei ranghi con destinazione a sud di Stalingrado, dove si preparava, con l’operazione Uranus , la controffensiva sovietica».
Indubbiamente, sottolinea Gamlet nella sua pacata rievocazione riavvitando indietro di 60 anni le lancette del pendolo, fu l’aviazione nazista ad assestare a Stalingrado il colpo micidiale, definitivo. «Nessuno che abbia oggi la mia età - sbotta fuori, vinto dall’emozione - potrà mai dimenticare quei giorni di fine agosto del ’42, il 23 e il 24! Sembrava la fine del mondo». La Luftflotte agli ordini del generale von Richthofen, l’angelo sterminatore di Guernica, effettuò 1.600 incursioni in due giorni sganciando mille tonnellate di bombe. Quarantamila delle seicentomila persone che abitavano allora la città sul Volga battezzata col nome di Stalin morirono sotto i bombardamenti. «Gli Heinkel, gli Stukas e i Messerschmitt scendevano in picchiata a ondate - ricorda Amleto - contro le rampe della contraerea, presidiata in gran parte da giovani ragazze appena uscite dal liceo». Le sirene d’allarme suonavano in continuazione, giorno e notte, e la gente che si precipitava nei rifugi si sarà imbattuta in un giovane robusto ufficiale di origini contadine che sarebbe passato alla storia col nome di Nikita Krusciov.
All’inizio di novembre del ’42, il feldmaresciallo Friedrich von Paulus ha sotto il suo controllo il 90 per cento di Stalingrado e può giustamente pavoneggiarsi davanti all’austera Nomenklatura del Terzo Reich: ma i suoi soldati vivono rintanati come lupi, rabbiosi e famelici, nei cunicoli e nei sotterranei della città che, accerchiata da ogni lato, è ormai irreparabilmente chiusa nella morsa d’acciaio dell’Armata Rossa. Disidratati e ridotti a scheletri, gli uomini della Panzertruppe non hanno più la forza né l’entusiasmo di gridare «Heil Hitler». Gli aerei della Luftflotte dovrebbero paracadutare 300 tonnellate di generi alimentari al giorno, ma va già bene se arrivano a destinazione in una settimana. Le razioni sono ridotte al minimo: dai 350 grammi di pane al giorno si scende, in dicembre, ai 200. I soldati della 6ª Armata sono forzatamente sottoposti a quello che è stato definito, con linguaggio autarchico e spietato «un gigantesco esperimento di digiuno». La fame non consente la normale delicatezza dei sentimenti. Gli amati cavalli, eroi di tante battaglie, vengono uccisi per mangiarseli: e ci sarà abbondanza di carne equina anche per il banchetto natalizio. Da qualche parte intonano Stille Nacht , ma le voci si affievoliscono e s’interrompono a metà, per la debolezza. E quando a Capodanno arrivano gli auguri del Führer non hanno la forza di brindare, se pure avessero qualcosa con cui sciacquarsi la bocca. Ma basterà un barlume di «sense of humor», sopravvissuto all’angoscia, per rallegrare di colpo la serata: ciò avviene quando un caporale che ha perso molti chili invita Göring, il maiale, a sottoporsi alla «dieta di Stalingrado».
La fame, in realtà, non risparmia nessuno; e fa strage anche dall’altra parte, nei campi di concentramento di Voroponovo e di Gumrak dove sono rinchiusi 3.500 prigionieri di guerra russi. Che muoiono come mosche. Non so quanto credito bisogna accordare alla notizia secondo cui, quando gli avamposti dell’Armata Rossa varcano i cancelli dei due campi alla fine della guerra, trovano solo venti uomini, più scheletri che uomini, ma vivi.
Ad evocare quei mesi dei primi anni Quaranta, sguscia fuori adesso una signora che ha appena superato i 60 - Zinaida Petrovna Andreeva - ed era troppo piccola per ricordarseli. Ma la madre, morta appena l’anno scorso, ha avuto tutto il tempo per raccontarle i giorni dell’infanzia, quando i suoi tenerissimi timpani venivano selvaggiamente aggrediti dall’urlo della sirena, dagli spari, dalle esplosioni. «Sono proprio nata sotto le bombe - dice - e la mamma mi portò in fasce nei sotterranei della casa di Pavlov, che è stata il mio primo vero nido. Ci stavano i miei nonni e una dozzina di persone più i soldati. Si facevano in quattro per aiutarci, ma non c’era niente da mangiare. Io avevo la difterite e la mamma piangeva perché non aveva neanche una goccia di latte da darmi. Solo più tardi ho saputo che il sergente Jakov Pavlov era un eroe e aveva strappato quella casa ai tedeschi con soli tre compagni e ne aveva fatto un baluardo di difesa. Due dei difensori sono ancora vivi, 92 anni l’uno, 85 l’altro, e mi sono sempre tenuta in contatto con loro. Gli altri, li ho persi di vista. Tutti però si chiedevano meravigliati come abbia fatto io, così gracile e minuta, a sopravvivere. Ho un figlio di 34 anni e una nipotina di 11 che studia il pianoforte: e sono presidente dell’Associazione dei bambini di Stalingrado. Bambini coi capelli bianchi».
Sul comportamento dell’8ª Armata italiana, stazionata in difesa sul Don, a nord-ovest di Stalingrado, insieme alla 3ª Armata rumena, Gamlet Dallakjan è sbrigativo, se la cava con due parole: «Italiani e rumeni - dice - costituivano il fronte molle dello schieramento nemico, non avevano nessuna voglia di combattere e ci permisero di accerchiare i tedeschi. Tutto qui». Resta comunque il fatto che meno della metà dei 230 mila soldati mandati in Russia nella Seconda Guerra Mondiale tornarono a casa: quest’anno sono stati riesumati e rimpatriati i resti di 586 soldati italiani, di cui solo 11 hanno potuto essere identificati. Ma sarebbero 65 mila le tombe senza lapide disseminate nella vastità di questi territori cui si potrebbe in futuro dare un nome.
Gli storici concorderanno, dopo lo spaventoso conteggio delle vittime dell’una e dell’altra parte, che la battaglia di Stalingrado è stata combattuta soprattutto per «saziare l’ego» dei due dittatori. Verso la fine di gennaio del ’43 von Paulus si rende conto che tutto è perduto, non rimane che la resa. Hitler, però, è inflessibile: «La 6ª Armata - ingiunge da Berlino - terrà le posizioni fino all’ultimo uomo, fino all’ultima cartuccia». Scorrono nel mondo ore d’angoscia ma alla fine, il 3 febbraio, arriva dal quartiere generale del Führer il verdetto ufficiale: il comando supremo della Wehrmacht annuncia che la battaglia di Stalingrado è giunta alla fine... La 6ª Armata, sotto il comando esemplare del feldmaresciallo Paulus, è stata annientata dalla schiacciante superiorità delle forze nemiche...». Eccetera.
Da Mosca, il coro degli osanna invade il mondo. Il merito della vittoria sovietica va attribuito a Stalin, grande stratega oltre che genio politico. Questo è anche il parere di Gamlet Dallakjan, che rimane inflessibile nella propria opinione nonostante i giudizi negativi di molti esperti militari. Come Vladimir Beshanov che si chiede: «Valeva la pena di sprecare tante energie per distruggere l’armata di Paulus?»; o, come Nikolaj Voronov, che era comandante in capo dell’artiglieria e critica il capo del Cremlino per non aver sfruttato la soluzione più semplice: «Avevamo la possibilità di chiudere tutte le truppe tedesche sotto Rostov in una enorme sacca, e invece...».
Amleto, adesso, è in preda ai furori, ritrova il fuoco della militanza giovanile: «Stalin - sentenzia - era un grande organizzatore e un grande stratega. Si preoccupava dei rifornimenti, delle armi, del cibo. Su di lui non è stata scritta tutta la verità, se ha fatto qualche errore all’inizio della guerra è perché non sapeva quando i tedeschi avrebbero attaccato... Io sono comunista e rimarrò sempre comunista, indipendentemente dai governi che si alterneranno al Cremlino. Cosa penso della Russia di oggi? Da Gorbaciov in poi sono andati al potere solo degli stronzi, Gorbaciov compreso, e bisognerebbe cacciarli a calci nel sedere... Certo, non si può tornare indietro, ma l’evoluzione del socialismo avrebbe potuto essere come quella cinese».
Non si lagna della propria esistenza. L’anno scorso gli è morta la moglie, una signora di origine armena, nobile, che parlava speditamente sette lingue. Ora vive solo, con una modesta pensione che gli basta per tirare avanti. E se trova qualcuno con cui sfogarsi gli racconta dei giorni della battaglia, quando attraversava il Volga a nuoto sotto il fischio dei proiettili; o di quando aveva pianto ai funerali di Stalin.


Ettore Mo
Corriere della Sera
2/11/03