L SALVATAGGIO DI TRIESTE DA PARTE DEGLI USA
WASHINGTON - La storia fu raccontata dall'ammiraglio Robert Dennison, il comandante della Missouri, la nave su cui il Giappone firmò la resa nel '45. «Era il '47 o giù di lì, e avevamo a bordo il presidente Harry Truman per un viaggio di qualche giorno. La sera, Truman giocava a poker, e mi suggerirono d'interromperlo solo in caso di emergenza. Arrivò un telegramma urgente e glielo portai. Lessi: "Tito ammassa truppe al confine, comunica che entrerà a Trieste". Il presidente non alzò nemmeno gli occhi dalle carte. Dite a quel figlio di... che dovrà farsi strada a fucilate, mi rispose. Eseguii». Un episodio analogo del '48 fu riferito da Wallace Graham, il medico di Truman. «Ero con lui quando arrivò un ultimatum da Tito su Trieste. Il presidente si infuriò. Inviò una secca risposta al leader jugoslavo: se occuperete la città, manderò due incrociatori nella baia a sloggiarvi a cannonate». Le testimonianze dell'ammiraglio Dennison e del dottor Graham figurano nella Biblioteca Truman. Assieme ad altri documenti della Cia declassificati di recente dagli archivi nazionali, confermano che dal '47 in poi il presidente Usa sventò segretamente numerose manovre di Tito non solo a Trieste ma anche in Alto Adige: «Oltre che a fagocitare la Venezia Giulia, Belgrado mira a smembrare il territorio del Nord Italia» è scritto in un'analisi. Fino al '45 Truman aveva visto nel maresciallo un importante alleato contro il nazismo, ma nell'immediato dopoguerra si convinse che fosse «un feroce dittatore». Da un'altra testimonianza del suo consigliere Clark Clifford traspare che proprio Trieste lo rese ostile a Tito: Clifford anzi sostiene che il braccio di ferro contribuì alla nascita della «Dottrina Truman» del marzo '47, che sancì il contenimento dell'Urss e dei suoi alleati, Jugoslavia inclusa. Una svolta storica. «Dopo avere studiato il problema triestino» osserva Clifford «il presidente decise di bloccare Stalin e Tito. Salvò l'Italia, la Grecia e la Turchia, cioè il Mediterraneo». In quegli anni primo consigliere della ambasciata Usa a Roma fu John Wesley Jones. In un documento, Jones racconta che Truman «stabilì che l'Italia non sarebbe mai divenuta un satellite sovietico ma che avrebbe riavuto Trieste», un principio poi codificato in due direttive del Consiglio di sicurezza nazionale. Col passare del tempo, aggiunge, il presidente finì per ritenere la città non solo un bastione anticomunista ma un utile centro spionistico contro Mosca e Belgrado da un lato e il Pci dall'altro. Truman mandò anche in Italia il Comitato parlamentare Herter con un giovane e combattivo deputato, il futuro presidente Richard Nixon, e Jones lo portò a Trieste. Il diplomatico afferma che Truman ordinò alla Cia d'infiltrarsi in Jugoslavia per prevenirne eventuali colpi di mano. «Il tentativo slavo di cambiare le frontiere con la forza l'indignò» commenta Jones. «Tito gli sembrò un imperialista che si appropriava di territori che non gli appartenevano». Quanto al Pci, «lo giudicò uno strumento dell'Urss, e i suoi leader Togliatti e Longo delle appendici del Cremlino». Truman lasciò la presidenza nel gennaio '53 e Trieste fu restituita all'Italia l'ottobre successivo. Nonostante le polemiche sulla spartizione delle Zone A e B, a quaranta anni di distanza «Trieste italiana» appare uno dei successi del presidente Usa. Un successo non facile, a leggere i dispacci della Cia. Le provocazioni titine erano continue. «Il generale Airey, il capo delle forze anglo americane» è riportato in uno di essi «ha chiesto il rilascio di cinque membri della polizia civile della Venezia Giulia fermati illegalmente». «Il Dipartimento di Stato» si dice in un altro, «avverte Belgrado che non tollererà sequestri di militari Usa nel territorio libero di Trieste come quello appena avvenuto». «Su ordine di Tito» annota un terzo «i comunisti hanno organizzato uno sciopero per saggiare le nostre forze». «Denunciate gli ultimatum delle truppe jugoslave» sprona un quarto. «Sono pericolosissimi e possono causare incidenti disastrosi». In questa situazione, commenta un dispaccio inglese, «non è nell'interesse alleato nominare un governatore di Trieste, come insiste l'Urss». Secondo i suoi ex collaboratori, per cinque anni Truman cercò di evitare la perdita della Zona B e solo nel '52 vi si rassegnò a malincuore. Jones sottolinea che la difesa di Trieste contribuì a imporre al presidente l'onere della ricostruzione economica della città - e dell'Italia - e l'arginamento dell'irredentismo della destra, soprattutto dei neofascisti. Alexander Kirk e James Dunn, susseguitisi come ambasciatori a Roma, lo indussero a «non continuare a trattare l'Italia come una mantenuta» (telegramma di Kirk) e a riarmarla adeguatamente «perché bisogna proteggere le frontiere con la Jugoslavia e rafforzare De Gasperi contro i comunisti» (dispaccio di Dunn). Al crepuscolo della sua presidenza, l'inquietudine italiana per l'insolubilità del problema triestino costrinse Truman a stringere i tempi. La Cia gli segnalava sempre più spesso il rischio di gravi squilibri politici, come «l'aumento del prestigio fascista» a Trieste grazie alle dimostrazioni del Movimento sociale italiano, o Msi, «che hanno risvegliato l'assopito spirito nazionalista della città e dell'Italia». Il fattore comunista fu cruciale per la restituzione di Trieste a Roma. Dopo la rottura tra Stalin e Tito del '48, la città assunse agli occhi di Truman una importanza ancora maggiore. Tramite Trieste era possibile scoprire che cosa succedesse nel blocco sovietico non soltanto perché la Cia aveva creato una rete di spie in Jugoslavia, ma anche perché aveva infiltrato il Pc triestino, una emanazione di Mosca. Un documento del '51, «L'apparato spionistico del Pc pro Cominform di Trieste», definisce il partito «forse la principale base anti-titina del Cremlino sul piano della intelligence e la propaganda». Il suo segretario Vittorio Vidali, aggiunge, «è un agente segreto sovietico che prima della guerra operò in America e in Messico ed è stato mandato a Trieste nel '50 per sottrarre il controllo del Pc a Belgrado e sabotare la Jugoslavia». Un altro documento sottolinea che «d'accordo con Togliatti, Vidali ha persuaso la maggioranza del Partito ad appoggiare la restituzione di Trieste all'Italia, rinunciando alla unificazione delle Zone A e B sotto amministrazione internazionale». Come Truman, il suo successore Ike Eisenhower, vincitore della Seconda guerra mondiale in Europa, giudicò che fosse nell'interesse di Washington e Londra mantenere Trieste in Occidente, anche se a discapito della zona B. Ma il peso decisivo sulla sua decisione fu esercitato da De Gasperi, da lui considerato uno dei grandi statisti europei: «Senza Trieste» lo ammonì la Cia «De Gasperi e la Dc potrebbero perdere il potere».


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