Roma, 2 nov. (Adnkronos) - Infilarsi una pelliccia e' come
indossare 240 ermellini, 180 scoiattoli, 60 visoni o 24 volpi.


Sono 200 milioni gli animali che, nel mondo, ogni anno, vengono uccisi
negli allevamenti o catturati allo stato selvatico con le trappole, per produrre pezzi di alta fattura ma anche capi d'abbigliamento di tutti i giorni. Si', perche' anche se il numero di allevamenti in Italia continua a diminuire, il mercato delle pellicce ha trovato un nuovo slancio sulla via della diversificazione. Il nostro Paese e' uno dei principali 'consumatori' di pellicce. Sia per l'utilizzo interno, sia per l'esportazione. Si sta infatti assistendo al tentativo di rilanciare il settore attualmente in crisi (i dati Istat parlano di un calo del 4% nelle vendite dell'ultimo anno), attraverso la normalizzazione del prodotto, che viene oggi proposto anche per gli uomini o semplicemente per ornare divani, cuscini, borse. Se le pellicce classiche non si vendono piu' come qualche anno fa, si registra al contrario l'aumento degli inserti di pelo. Secondo gli ultimi dati della Confartigianato l'85% della produzione mondiale deriva da specie allevate ed e' questo punto una delle principali cause di scontro tra animalisti e pellicciai. La responsabile delle Relazioni Estere dell'Associazione Italiana delle Pelliccerie, Alessandra Dagnino, ha dichiarato
all'ADNKRONOS che ''i nostri allevamenti hanno degli standard
superiori a qualsiasi altro allevamento. Sono controllatissimi e gli
animali vengono trattati con cura e rispetto''. Gli animalisti sostengono tutt'altro. A cominciare dai terribili metodi con cui gli animali vengono uccisi, finalizzati unicamente a non rovinare il loro manto: dalle camere a gas alla
rottura delle ossa cervicali, dalla corrente elettrica a 200 volt ai colpi sulla nuca, fino allo sparo di un chiodo nel cervello, seguito da dissanguamento. Anche sulla vita degli animali vengono mosse forti critiche: destinata a durare solo 7-8 mesi, e' fatta solo di sofferenza e privazioni. Rinchiusi in gabbie minuscole col fondo in rete metallica che lacera le zampe, sono esposti al vento, al gelo, e al sole, per rendere il pelo piu' folto, e spesso muoiono per disidratazione. Lo stress da isolamento forzato in spazi ridottissimi provoca inoltre fenomeni di aggressivita' verso gli altri animali e di automutilazione.Qualcosa pero', innegabilmente, sta cambiando. Grazie proprio all'attivita' delle associazioni animaliste, negli ultimi anni si sta facendo strada, anche se lentamente, una maggiore attenzione all'aspetto psichico, oltre che fisico, e all'ambiente di vita degli animali. Tra le organizzazioni piu' attive, la Lega Anti Vivisezione: ha avviato dal 1992 una campagna di sensibilizzazione finalizzata ad informare le donne, principali acquirenti sul mercato delle pellicce, su cosa si nasconde dietro ogni capo. A novembre, partira la nuova campagna dell'associazione, con nuove immagini e nuovi slogan, un'iniziativa che sara' presentata al Congresso dei soci, varie migliaia, in programma nella prima settimana del mese. Anche la Peta-Animalisti Italiani (People for Ethical Treatment of Animals) e' molto attiva, e questo fin dalla sua nascita nel 1998, attraverso blitz durante le sfilate, manifestazioni, firme, convegni, proposte di legge, denunce per maltrattamento contro allevamenti da pelliccia, diffusione di filmati sugli allevamenti e su come vengono
uccisi gli animali. La Peta-Animalisti Italiani, ad esempio, ha raccolto 400mila firme per la chiusura degli allevamenti da pelliccia, che costituisce uno dei suoi obiettivi fondamentali. ''Abbiamo in mente nuove azioni'' racconta all'ADNKRONOS il presidente Walter Caporale, senza pero' non scendere nel dettaglio per mantenere l'effetto sorpresa. ''Ci saranno ulteriori blitz durante le sfilate, campagne con testimonial famosi, iniziative basate sull'esempio negativo di personaggi, di grande visibilita', che per soldi pubblicizzano le pellicce, sul modello della Peta americana, che si e' scagliata contro la direttirce di Vogue, famosa per rifiutarsi persino di dare spazio a pubblicita' contro questi capi''. Il duello a distanza tra animalisti e pellicciai prosegue con
l'inevitabile reazione di Dagnino che sottolinea come ''la liberta' di espressione e di opinione va benissimo fino a quando non si trasgredisce la legge''. ''Una serie di azioni di queste associazioni sono assolutamente riprovevoli -accusa la responsabile delle relazioni estere dell'Aip-. Lanciare le uova durante le sfilate, paragonare gli allevamenti ai lager, spargere voci infondate come la commercializzazione di pellicce di cani e di gatti: sono cose
inaccettabili e contrarie alla realta'. Grazie all'attivismo degli uni e alla
collaborazione degli altri, la situazione si e' evoluta. Dai 170 che
erano negli anni '80, ai 63 che erano cinque anni fa, gli allevamenti
sono oggi 46. Meno dell'1% del numero totale dei seimila allevamenti
che si contano negli Stati membri dell'Unione Europea. E molti di
essi sono 'biologici', cioe' piu vivibili per gli animali, allevati liberi e in condizioni migliori.''La fine pero' e' sempre la stessa, dato che i barbari metodi di uccisone sono legali''. Cosi' la responsabile della campagna contro le pellicce della Lav, Simona Cariati, rende chiaro il fatto che la loro lotta non e' affatto terminata. ''Negli allevamenti intensivi, gli animali sono ridotti a macchine per la produzione -racconta-. Visto che comunque devono morire -chiede Cariati-, almeno che vivano un po' meglio''. Anche lo Stato e' sceso in campo prevedendo nelle Finanziarie del 2000 e del 2001 degli stanziamenti per allevamenti da pelliccia che avessero deciso di riconvertirsi in altre attivita'. Questa misura e' stata bocciata dall'Associazione Italiana Pellicciai e dall'Associazione Italiani Allevatori 'da pelliccia' perche' considerata un'ammissione dell'immoralita' della loro attivita'. Ma non solo: ''il decreto legislativo 146/01 -sottolinea Caporale- regolamenta rigidamente gli allevamenti, stabilendo degli standard precisi, e prevede che dal 2008 gli animali siano allevati a terra, cosa che determinera' costi insopportabili per gli allevatori''. La Lav e la Peta sperano che questo porti quantomeno ad una diminuzione del loro numero, come e' successo in Svezia grazie ad una legge analoga. Anche lo Stato e' sceso in campo prevedendo nelle Finanziarie del 2000 e del 2001 degli stanziamenti per allevamenti da pelliccia che avessero deciso di riconvertirsi in altre attivita'. Questa misura e' stata bocciata dall'Associazione Italiana Pellicciai e dall'Associazione Italiani Allevatori 'da pelliccia' perche'considerata un'ammissione dell'immoralita' della loro attivita'. Ma non solo: ''il decreto legislativo 146/01 -sottolinea Caporale- regolamenta rigidamente gli allevamenti, stabilendo degli standard precisi, e prevede che dal 2008 gli animali siano allevati a terra, cosa che determinera' costi insopportabili per gli allevatori''. La Lav e la Peta sperano che questo porti quantomeno ad una diminuzione del loro numero, come e' successo in Svezia grazie ad una legge analoga. Gli animali 'da pelliccia' rinchiusi negli allevamenti italiani sono piu' di 300mila. Incalcolabile il numero nel mondo. Anche perche' oltre agli allevamenti di visoni o castori, sono sempre piu' numerose le voci secondo le quali stanno moltiplicandosi gli allevamenti di cani e gatti, essenzialmente in Oriente e in particolar modo in Cina. I capi realizzati con le pelli due animali domestici per eccellenza, che opportunamente lavorate assomigliano a quelle piu' pregiate, sono infatti molto piu' economici. Negli ultimi tre anni, la Lav ha trovato abiti con interni o inserti di cane e gatto in negozi quali Carrefour o Rinascente, a Roma e Torino mentre l'Aip sostiene che si tratti di una campagna dei movimenti animalisti contro il settore della pellicceria, che importa dai paesi asiatici pelli di felidi e canidi che vivono allo stato selvaggio e il piu' delle volte utilizzati dalla popolazione locale per alimentazione. ''Non e' vero -sostiene Cariati-, gli animali sono allevati esclusivamente per le pellicce, anche perche' non c'e' un grande consumo di carne di cani e gatti in quei paesi''. Per Dagnino tutto questo ''e' una colossale montatura e per di piu' in Europa, e a maggior ragione in Italia, non c'e' nessun genere di mercato per prodotti simili''.
Un'ordinanza del gennaio 2001 vieta produzione, importazione, commercio e vendita di pellicce di cani e gatto. Questo fa dell'Italia un Paese all'avanguardia. ''Altri, stranamente, hanno vietato solo il commercio e la produzione, ma non l'importazione -commenta Cariati-. La legge italiana pero' presenta delle lacune -aggiunge-, perche', non prevedendo l'obbligo di etichettatura se gli inserti sono inferiori al 30%, di fatto finisce per agevolare il commercio clandestino di pelli di cani e gatti''. Le associazioni animaliste intendono pertanto continuare ad agire per introdurre l'obbligo di indicare precisamente la provenienza della pelliccia, sia geografica sia 'fisica', attraverso dibattiti e manifestazioni, e sostenendo progetti di legge sulla
materia. Ma si puo fare ancora di piu', fanno notare Caporale e Cariati: in Gran Bretagna, nel 2003, sono state vietate tutte le pellicce, esclusivamente su basi etiche, e si e' introdotto l'obbligo per gli allevamenti di riconvertirsi. ''Un risultato storico -ha concluso la responsabile della Lav-, e un esempio da seguire''.