Il seme transgenico ha fatto per l'unificazione politica nazionale più di quanto non abbia saputo fare il piatto di spaghetti pomodoro e basilico. Ormai in Italia sono (quasi) tutti d'accordo nel sostenere un modello agricolo alimentare senza organismi geneticamente modificati (ogm). La coalizione Liberi da ogm che domani a Roma convocherà gli «stati generali» (Sala dei Dioscuri, via Piacenza 1, ore 9,30-19) è composta da 43 organizzazioni e 11 regioni che insieme formano un blocco sociale, politico, ma anche di mercato, in grado di ottenere una legislazione nazionale di chiusura alla coltivazione degli ogm. Coldiretti, Verdi Ambiente e Società e Coop, i primi a crederci fin dal 1998, quando lo strapotere delle multinazionali americane sembrava invincibile, poi Acli, Legambiente, Mani Tese, Verdi, Wwf, Greenpeace, Slowfood e, last but not least, anche l'area agricoltura dei Ds; fondamentale anche il contributo delle regioni - trasversali quanto a colore delle rispettive giunte - che stanno già legiferando per un territorio ogm-free: Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Emilia Romagna, Lazio, Marche, Piemonte, Puglia, Umbria e Toscana.
La «gradita presenza» in sala di Gianni Alemanno (così il ministro nero/verde verrà salutato da Vincenzo Tassinari, presidente di Coop Italia, 9.860 milioni di fatturato che pesano) dimostra che la politica, per una volta, ha ascoltato e si è fatta convincere dal «movimento», dai contadini e dal mercato (nessuno in Europa vuole gli ogm) proprio su un tema chiave come quello del futuro alimentare del pianeta.
Che stia succedendo in Italia, mentre in Francia la Confédération Paysanne di José Bové sta ancora reclamando un vero dibattito pubblico sugli ogm, ha del miracoloso. Forse ha ragione Ivan Verga, vicepresidente di Vas, quando dice che «la semente transgenica, coperta da brevetto industriale, è l'inedito paradigma di una globalizzazione che nell'alterazione degli equilibri naturali trova il modo di uniformare le produzioni e di sovvertire i più elementari principi di democrazia liberale: la concorrenza di impresa e la libertà di scelta del consumatore».
Detto ciò, sarebbe interessante indagare perché proprio questa tra le tante sfide «new global» ha saputo raccogliere tanti consensi. Secondo Verga è successo perché non basta declamare i problemi, bisogna saperli governare. «Quando Coop ha detto no agli ogm lo ha fatto sul serio - spiega - e l'Associazione italiana agricoltura biologica ha davvero tolto la soia dai mangimi per gli allevamenti biologici, Vas 5 anni fa ha formato 102 tecnici di laboratorio perché non esistevano figure che sapevano lavorare sul materiale genetico, e Coldiretti ha avuto il coraggio di distruggere i suoi campi contaminati da ogm».
Nessuno però si sarebbe mai sognato di poter contare su una coalizione allargata come quella che chiederà al ministro Alemanno, insieme all'approvazione di norme rigide sulla coesistenza tra agricoltura biologica e transgenica, anche la convocazione di una consultazione pubblica per chiamare i cittadini e la comunità scientifica e economica ad esprimersi.
Francesco Baldarelli, responsabile agricoltura dei Ds, rappresenta gli ultimi arrivati. «La nostra adesione - spiega - non è un atteggiamento tattico ma è il frutto di una convinzione maturata sul territorio, lo dimostra la presenza di diverse nostre amministrazione regionali. Questo incontro è un piccolo capolavoro, bisogna ringraziare quelle forze che hanno saputo gestire il problema ogm anche quando erano isolate. A questo punto chi non c'è dovrà assumersi le sue responsabilità».

Luca Fazio
Il Manifesto 4.11.03


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