Dopo sei anni di indagini, non si conoscono ancora l’entità dei beni e l’identità degli espropriati
Oro nazista, appello alla Svizzera
La Commissione Bergier critica le banche elvetiche: «Più trasparenza»
ROMA - Le banche svizzere fanno ancora appello al segreto. E la questione dei beni delle vittime del nazismo (che andrebbero restituiti) rimane irrisolta. Non è riuscita ad accertarne con precisione l'entità nemmeno la commissione di esperti internazionali che, dopo sei anni di lavoro, ha scritto un rapporto di 516 pagine intitolato La Svizzera, il nazionalsocialismo e la Seconda guerra mondiale . La commissione, presieduta da Jean-François Bergier, fu voluta dal governo di Berna a metà degli anni Novanta. Imbarazzata per le accuse di aver fatto il gioco dei nazisti, la Svizzera voleva offrire al mondo una completa ricostruzione con un'indagine affidata a studiosi indipendenti. «Anche se arriva con molto ritardo - ha detto l'onorevole Gustavo Selva alla presentazione del documento - il rapporto getta nuova luce su aspetti importanti della Seconda guerra mondiale».
All'inizio del conflitto, la Svizzera si isolò nel ruolo di spettatore sul «balcone d'Europa». Gravava però il terrore che Hitler se ne infischiasse della neutralità, invadendo il Paese. Furono mobilitati 430 mila uomini, nel caso fosse necessario difendersi. Ma i pezzi grossi del nazismo preferirono rispettare il territorio elvetico e usarlo per depositare il loro bottino.
L'oro depredato cominciò ad affluire nei forzieri delle banche svizzere. Vi arrivarono i lingotti trafugati nella Banca nazionale belga, vi approdò l'oro olandese e quello sottratto agli ebrei, il cosiddetto «oro dell'Olocausto». Ai deportati nei campi di sterminio venivano perfino strappati i denti d'oro. Il rapporto Bergier racconta il caso di 76 casse che la Banca del Reich contrassegnò come Melmer, perché sigillate dall'ufficiale delle SS Bruno Melmer. Contenevano valuta, gioielli, monete, diamanti e anche oro strappato dai denti. Si calcola che il solo Melmer consegnò alle banche tedesche almeno 2580 chili di oro poi trasferito in Svizzera. Le riserve finali di oro in lingotti affidato agli elvetici ammontavano a 4623 milioni di franchi, a cui vanno aggiunti però altri beni, dalla carta moneta ai gioielli. «Quasi sempre - spiega il professor Bergier - l'oro veniva fuso, gioielli, monete e altri pezzi del prezioso metallo finivano mescolati insieme, e sarebbe difficoltoso risalire ai titolari degli oggetti trafugati».
Stessa sorte subivano le opere d'arte sottratte agli ebrei. Un quadro di Marc Chagall, fu esposto per strada allo scopo di alimentare l'odio contro gli ebrei, con la scritta «Contribuente, sappi dove sono finiti i tuoi soldi». Poi l'opera fu portata in Svizzera. In cambio delle riserve auree, i nazisti ottenevano i franchi che durante la guerra erano l'unica moneta forte accettata dai Paesi alleati, fornitori di materiale bellico. «La speranza - dice il professor Ennio Di Nolfo - è che questo rapporto ammorbidisca l'atteggiamento delle banche elvetiche. Custodiscono ancora ingenti patrimoni senza curarsi, dopo tanti anni, di risalire ai titolari e ai loro eredi».




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