[U]da ttl, tuttoLibritempolibero ("La Stampa"), 8/11/03, p. 6

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LUOGHI COMUNI
Giorgio Boatti ([email protected])


Per ogni Italia un Pantheon


Il reclutamento di «itale glorie» (da Dante-Petrarca-Boccaccio al re buono e all’eroe dei due mondi) in funzione di determinati italici orizzonti o della valorizzazione di scelti «testimonial» da parte di gruppi sociali, o politici, decisi a contrapporsi a gruppi (e simboli) ad essi ostili


Ad ogni evolvere di stagione storica e politica accade che qualche nostro compatriota s'impegni nella sfida di "fare gli italiani". In realtà, quello che si finisce poi col proporre, è, quasi sempre, di "rifarli": in funzione di un'idea più o meno originale dell'Italia. E il "rifare" implica un obbligato "disfare". Nel corso del tempo facitori, disfacitori, rifacitori, si sono cimentati nell'operoso cantiere delle nostre identità collettive (al plurale, mi raccomando, ché l'identità al singolare è come i muli, regge molti pesi ma non figlia, non sa dare frutti nel tempo). Questo cantiere fortunatamente non ha mai conosciuto né crisi né disoccupazione. Assediato da committenze, fitto di progettisti e affollato di maestranze, è perennemente all'opera. Il merito del saggio in uscita dal Mulino Itale glorie. La costruzione di un pantheon nazionale, dedicato dalla storica perugina Erminia Irace al tema, sta nel portare il lettore all'interno di questo cantiere di cruciale importanza e sofisticata complessità. Nel libro si esamina, in particolare, l'impiego delle figure illustri nell'assemblaggio delle identità nazionali. E, dettagliatamente, si va a ricostruire il reclutamento di determinate "itale glorie" (l'espressione viene dal Foscolo, e dai suoi Sepolcri) in funzione di ben determinati italici orizzonti. O, per dirla con franco realismo, della valorizzazione di sceltissimi "testimonial" da parte di gruppi sociali, o politici, decisi a contrapporsi ad altri gruppi - e simboli - ad essi ostili. Tanto per dare un inizio alla vicenda si comincia da Firenze e dalla decisione del Comune, sul finire del 1396, di procacciarsi con ogni mezzo le mortali spoglie di cinque suoi figli illustri, deceduti fuori i confini della patria, e promossi a "testimonial". Non stupisca vedere nell'elenco oltre al consueto trittico composto da Dante (questa richiesta delle sue spoglie a Ravenna sarà la prima di infinite altre volte) Petrarca e Boccaccio, anche un letterato meno illustre quale Zanobi da Strada. E, in aggiunta ai grand'uomini di lettere, viene chiamata a soccorso anche la salma di un giurista come Accursio, che aveva compiuto tutta la sua ascesa in quel di Bologna dove era deceduto nel 1260. Uno strano quintetto: ma in quel momento è l'"en plein" delle virtù repubblicane fiorentine da opporre al Gian Galeazzo Visconti di Milano, conte di Virtù e altro, che ha appena pagato 100.000 fiorini d'oro, pronta cassa, all'imperatore Venceslao IV per avere l'investitura ducale in quel di Lombardia e l'assenso ad estendere il franchising imperiale a lui accordato sino a Firenze e al resto d'Italia. Il Visconti in quel momento è la bestia nera della repubblica fiorentina che se la scampa giusto perché, nell'estate del 1402, essendo già Firenze circondata dalle truppe viscontee, il signore del Biscione è colto da febbre mortale nel suo castello di Melegnano; e lascia, e per sempre, questa ed altre terrene imprese. Da Firenze in poi non si contano le formazioni di grand'uomini, e uomini illustri, (che non sono la stessa cosa, e se avete la pazienza di leggere Itale glorie saprete anche perché) fatti scendere in campo dalle diverse squadre che si muovono lungo la penisola. Dal Quattrocento i letterati si conquistano il diritto di entrare nel pantheon, equiparati a uomini di stato e condottieri. L'operazione che li vede tutti contrapposti ai sant'uomini della Chiesa non è di quelle facili ma va perfettamente incontro agli umanisti che allora reggono le cancellerie e i pubblici affari delle diverse capitali italiane. Ad ogni vita celebre corrisponde una biografia che deve contenere - pretende Francesco Patrizi nel 1560 riprendendo Quintiliano - le sedici "cose" che contano nell'illustre uomo spedito nell'empireo dei simboli. Ovvero: "nome, famiglia, padri, patria, fato, fortuna, forza, natura, affetti, elezion di prudenza, di passione e di costume, creanze, studi, azioni e sermoni". Nonché, è ovvio, "le qualità del corpo". Ad ogni secolo, o meglio ad ogni generazione, il suo pantheon. Sino a giungere al farsi dell'unità d'Italia e all'urgenza di dare al nuovo regno tradizioni e padri fondatori adeguati. «Nel 1878 - scrive la Irace - in qualità di ministro dell'interno Crispi coordinò le esequie di Vittorio Emanuele II: in quell'occasione comprese che il giovane Stato unitario non disponeva di tradizioni... rivolgendosi in cerca di consigli a Cesare Correnti ne ebbe in risposta una lettera contenente la frase: "Ricordatevi che i prelati queste cose le sapevano fare bene. Noi non abbiamo precedenti. Tanto meglio. Inventateli..."». Fantasia e spregiudicatezza a Crispi non mancano di certo. E così, funerali del "re buono" a parte, pilota, coadiuvato dall'oratoria di Carducci, la maratona che di fatto determina la doppietta vincente da collocare al vertice del nostro pantheon risorgimentale. Nasce la "strana coppia". Ovvero il re e l'eroe, Vittorio Emanuele II e Garibaldi. «Metterli insieme - si spiega in Itale glorie - implicava sostenere che l'Italia era una realtà unitaria costituita dalla dialettica tra due partiti: la Destra e la Sinistra. E metterli insieme significava anche - e questo per il siciliano Crispi fu un'autentica ossessione - parificare il Meridione al Centro-nord. Il Sud non era stato invaso e annesso dall'Italia superiore: esso aveva participato in ruolo di coprotagonista al processo di unificazione. Il Sud era importante quanto il Nord». E la figura che consente questo difficile procedere è quella di Garibaldi. L'eroe - a cavallo e a piedi, con busto e senza - si piazza al primo posto nella simbologia monumentale dell'Italia unita. Non c'è luogo d'Italia dove non si ricordi su marmo o granito il suo passaggio. Ma come mai Garibaldi è transitato ovunque? La Irace finalmente ce lo spiega: «Aveva un particolarissimo modo di intendere gli spostamenti militari e anche, dopo l'Unità, di recarsi in visita presso le città grandi e piccole che lo invitavano: non faceva mai la via più breve, bensì quella che in guerra gli consentiva di sorprendere il nemico e in pace di attraversare percorsi suggestivi e sconosciuti». Insomma l'eroe era anche un saggio.