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  1. #1
    saint&sinner
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    Predefinito casi atipici di BSE...e se il contagio non fosse per via alimentare?

    Di mucca pazza non si parla più da tempo. Tutto tranquillo, dunque? L'epidemia di Bse sembra effettivamente in regresso in molti paesi europei. In Italia i casi totali sono 125, di cui 27 nel corso del 2003. Ma la malattia dei bovini riserva ancora sorprese. In un recente convegno a Monaco, ricercatori italiani, francesi e giapponesi hanno presentato nuovi dati. Una delle novità è la presenza di alcuni casi atipici della malattia in capi di bestiame che presentano un quadro assai diverso da quello conosciuto sinora.
    Il più recente in Giappone, dove un toro (l'ottavo caso in ordine di tempo) è risultato positivo al test rapido a soli 23 mesi di età. Mentre di solito il periodo di incubazione della malattia è superiore ai 30. Il centro di riferimento nipponico ha sottoposto il campione a successive analisi, dalle quali sono emerse altre stranezze: per esempio, l'esame immunoistochimico, che si effettua di routine per confermare il responso del test rapido, è risultato negativo. Non solo: il terzo esame, il cosiddetto Western Blot, era positivo ma con un quadro difforme dai casi classici di Bse.

    Lo stesso risultato è stato presentato da Maria Caramelli, del centro di riferimento di Torino, che ha raccontato di due casi atipici italiani, rispettivamente di 11 e 12 anni di età. L'analisi della ricercatrice era molto più dettagliata di quella giapponese. Da essa risulta che nei casi atipici italiani le lesioni cerebrali sono ben diverse da quelle conosciute.
    Mentre nella versione classica della malattia si ha una concentrazione di prioni nel tronco cerebrospinale, in quella atipica si presenta nella corteccia e nel cervelletto. L'ipotesi che ora si fa è che i casi atipici non siano dovuti a contagio per via alimentare quanto piuttosto ad altre dinamiche. Ancora da scoprire.
    «Quello che abbiamo identificato» dice Caramelli «è certamente un nuovo ceppo di Bse. Anche se dal punto di vista sanitario non comporta problemi perché i test rapidi sono in grado di individuarlo». Secondo il neuropatologo Adriano Aguzzi, da tempo c'erano ragioni per sospettare che nella Bse non vi fosse un solo ceppo. «L'aspetto più interessante» ha dichiarato alla rivista Nature «è stabilire se questa nuova variante è stata introdotta attraverso i mangimi o, piuttosto, sia il risultato di una mutazione genetica».

    Aguzzi ha ricordato che nell'encefalopatia spongiforme della pecora vi sono molti ceppi che hanno caratteristiche diverse. Peraltro anche negli ovini si studiano da anni casi atipici: il primo è stato presentato in Norvegia nel 1998, ma ne sono stati scoperti anche in Svezia.
    Un dato costante in questi nuovi ceppi, sia nella pecora sia nei bovini, è un periodo di incubazione della malattia piuttosto lungo: particolarità che si verifica anche negli esseri umani con i casi di Creutzsfeld-Jacob sporadici. Questa malattia in genere colpisce individui in età avanzata, mentre la forma connessa al consumo alimentare di carne infetta ha tempi di incubazione più rapidi e colpisce di solito soggetti giovani.
    Insomma, gli elementi del giallo ci sono tutti, peccato che la soluzione sia ancora lontana.


    Panorama

  2. #2
    PADANIA LIBERA!
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    Predefinito

    La sicurezza della carne bovina in Italia
    Romano Marabelli
    Direzione generale Alimenti, Nutrizione e Sanità
    Pubblica veterinaria del Ministero della Salute

    Credo sia importante un approfondimento sul
    tema della sicurezza. La sensibilità sull’argomento
    è ancora molto legata alle questioni
    successive alle emergenze della Bse. Facciamo
    una carrellata quindi su questa situazione.
    Per quanto riguarda l’Italia il primo caso autoctono di
    Bse individuato mediante test è del 2001: i casi totali
    sono 86 tra 2001 e 2002. Prendendo come riferimento i
    casi per milione di capi, per quanto riguarda animali con
    età superiore ai 24 mesi, la variazione tra il 2001 e il
    2002 ha visto nel nostro Paese un calo del 40% (tabella
    1). Analizzando i rischi relativi dell’Italia nel 2002,
    segnaliamo i risultati raggiunti con la sorveglianza attiva
    (tabella 2), che ha permesso di individuare i primi casi in
    Italia: nel 2001 l’incidenza era di un caso ogni 10mila
    test, nel 2002 si è ridotta a un caso ogni 20mila test. Il
    rischio poi, decresce progressivamente (tabella 3) nelle
    coorti di nascita più recenti. Come noto in Italia i casi
    sono tutti riferiti ad animali nati dal ’95 al ’97, con picco
    per i nati nel ’96. Cominciamo insomma a registrare una
    prevalenza modesta, almeno se paragonata ad altri Paesi.
    Per noi è importante la sorveglianza attiva, è stata la
    strada per noi e per altri Paesi per segnalare nuovi casi.
    In Europa la situazione migliora, in Italia la diminuzione
    è più che significativa, i casi a oggi nel 2003,
    sono tre confermati e uno sospetto: la tendenza alla
    diminuzione è confermata. Occorre comunque mantenere
    il monitoraggio dei fattori di rischio e le misure
    adottate. A fronte di questa situazione, che penso sia
    ormai nota, ci sono però considerazioni da fare: la
    sicurezza delle carni bovine non deve essere vista unicamente
    sotto la lente dei problemi della Bse, anche in
    termini di risorse. Si deve trovare all’interno della prossima
    Finanziaria un quadro più completo. Abbiamo un
    finanziamento specifico nella Finanziaria di quest’anno
    per la Bse, è il momento per averlo anche per tutti i
    problemi di veterinaria e sicurezza alimentare. Il secondo
    elemento: in vista dell’allargamento dell’Ue vogliamo
    regole certe per tutti: il controllo imposto dall’Ue
    e adottato in Italia deve essere esteso anche ad altri
    Paesi, siano essi nuovi aderenti che Paesi terzi. Per
    noi la sorveglianza attiva è un elemento in cui non ci
    possono essere sconti. Non possono essere classificati
    in categorie con basso livello di rischio Bse i Paesi che
    non svolgono i normali controlli attivi (test).
    Devo dire poi che la Commissione europea fa delle
    dichiarazioni rassicuranti, ma poi la pratica è spesso ben
    diversa. Il passato non è lontano: nel momento in cui la
    Commissione valutò in maniera molto diversa da quella
    di oggi la sicurezza alimentare in Europa, a partire dalla
    crisi Bse, si procedette a una completa ristrutturazione
    della Commissione stessa. Il presidente Prodi arrivò atrasferire le competenze al commissario alla Salute (analogamente
    a quello che c’è ora in Italia e che il nostro
    Governo aveva chiesto da tempo): però c’è voluta
    l’emergenza Bse e c’è voluto l’intervento del Parlamento
    europeo. E oggi? Mi spiace dirlo, ma le proposte della
    Commissione fanno ritornare indietro di qualche anno e
    non aiutano certo sul piano della tranquillità: passata
    l’onda dell’emergenza si ricomincia a pensare nella
    stessa maniera del passato. Le proposte sull’igiene che
    vengono presentate come proposte d’avanguardia, sono
    in realtà proposte che fanno dei passi indietro, almeno
    per quanto riguarda l’intervento dei servizi veterinari,
    visto che si tende a sostituire per motivi di carattere
    economico l’intervento dei veterinari ufficiali con altre
    figure. Avranno tutte le capacità possibili, ma non è il
    momento per l’Europa di fare un passo simile, soprattutto
    quando le aziende hanno fatto sforzi economici notevoli
    e stanno ancora metabolizzando norme come quelle
    dell’autocontrollo. Noi abbiamo passato, soprattutto in
    Italia, anni difficili per spingere le aziende a investire
    nel meccanismo della sicurezza, che deve essere improntato
    alla collaborazione e alle sinergie con le istituzioni.
    Coordinando i produttori e i servizi pubblici di controllo,
    che a loro volta devono verificare che tutto sia
    corretto. Se attraverso queste nuove norme sulle quali
    soprattutto l’Italia ha dato pareri spesso riservati, si
    cerca di scardinare troppo presto delle regole non ancora
    assorbite da produzione e controlli ufficiali, i rischi sono
    forti. Chiedo che la Commissione rifletta, visto che tra
    l’altro le dichiarazioni del libro bianco vanno in un’altra
    direzione.
    Capitolo Bse: è noto che ci sono delle riflessioni in
    corso per rivedere in tempi brevi la sorveglianza attiva e
    ripensare se, dalla sorveglianza attiva, non si debba
    ritornare alla cosiddetta sorveglianza passiva: secondo
    noi non è il momento. È chiaro che la sorveglianza attiva
    comporta dei costi, per mantenere un sistema che per
    tipo di impostazione ha richiesto una ripartizione dei
    carichi tra tutti i partner comunitari. Ma oggi non possiamo
    permetterci di fare passi indietro proprio quando
    cominciamo ad avere risultati positivi.
    L’Italia intende adottare una posizione di estremo
    rigore. Mi fa piacere che l’autorità europea abbia iniziato
    le sue attività, e noi diamo massima importanza a
    questa collaborazione attraverso i nostri punti di riferimento
    sia dal punto di vista istituzionale che di carattere
    scientifico.
    Mi auguro che l’Autorità europea per la Sicurezza
    alimentare possa poi essere portata in Italia come il
    Governo italiano ha chiesto, anche se come è noto
    questa è una decisione che viene presa a un altro livello.
    Sul piano dei contenuti credo che dobbiamo garantire
    all’Autorità europea il massimo della collaborazione,
    perché manca informazione dal punto di vista della
    ricerca per garantire la sicurezza dei consumatori, nell’ambito
    di un sistema i cui costi devono essere credibili
    sul piano della concorrenza. I prodotti europei infatti
    devono poter essere concorrenziali sul mercato.
    Un settore su cui siamo impegnati è il benessere
    degli animali e siamo interessati a sviluppare queste
    norme. Però anche qui c’è mancanza di valutazione
    scientifica, non sempre ci sono stati studi adeguati e
    non c’è ancora a livello internazionale, al di fuori
    dell’Ue, una valutazione coerente dell’importanza di
    tale argomento, soprattutto nei Paesi al di là dell’Atlantico.
    Abolire certi sistemi produttivi qui in Europa
    va benissimo, ma importare carni prodotte al di là
    dell’Atlantico con sistemi vietati in Europa, con una
    concorrenza che non corrisponde ai costi con i quali
    l’Europa sta facendo i conti, significa in ultima analisi
    penalizzare i consumatori. Questo vale per tutti i
    settori, a cominciare dall’uso di farmaci e pesticidi per
    andare al controllo sugli allevamenti. Ci sono attività
    che l’Europa deve svolgere anche in termini di politica
    di rapporti, di collaborazione e non di contrapposizione,
    ma che devono incentivare le scelte adottate in Europa.
    Confermo quindi che il ministero della Salute e i
    Servizi di veterinaria italiana hanno intenzione di continuare
    su sistemi di assoluto rigore, possibilmente in
    collaborazione con la Commissione europea.

  3. #3
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    Predefinito

    Dubbi sulla natura infettiva della Bse
    Roland Scholz
    Professore di Chimica fisiologica Università di MonacoIl problema della Bse ebbe inizio nel 1976 quando il
    virologo Gajdusek affermò che tutte le encefalopatie
    spongiformi (Encefalopatia Spongiforme) sono patologie
    infettive dovute alla trasmissione di un virus
    per via alimentare. Egli addusse come prova la malattia
    Kuru in Papua Nuova Guinea, la quale, secondo lui, era
    causata da riti cannibalistici (che nessuno ha mai visto), e
    da un’ipotetica trasmissione della malattia mediante inoculazione
    intracerebrale di materiale cerebrale nel cervello di
    topi.
    Nel 1982, il neuropatologo Prusiner studiò le caratteristiche
    placche presenti nel cervello di pazienti affetti dall’Encefalopatia
    Spongiforme, dimostrando che sono formate
    da una normale proteina di membrana che tende ad
    aggregarsi. Nei pazienti affetti dall’Encefalopatia Spongiforme,
    questa proteina ha subito una mutazione, e presenta
    una maggiore tendenza ad aggregarsi. Quindi, almeno le
    forme umane dell’Encefalopatia Spongiforme sono malattie
    di origine genetica.
    Nonostante Prusiner non condividesse l’ipotesi virale di
    Gajdusek, era tuttavia influenzato dalla questione dell’infezione.
    Dal momento che l’inoculazione nel cervello di topi
    di materiale cerebrale di pazienti deceduti a causa dell’Encefalopatia
    Spongiforme provocava la sintomatologia dell’Encefalopatia
    Spongiforme, sostenne la presenza di un
    agente infettivo nel materiale inoculato. La proteina aggregata
    avrebbe quindi indotto l’aggregazione delle proteine
    normali. Chiamò questo agente proteico infettante Prione.
    Apparentemente, Gajdusek, Prusiner e molti altri che
    dimostrarono l’infezione mediante l’inoculazione intracerebrale
    non si interrogarono sulla reazione del sistema
    immunitario a proteine estranee e su come tale sistema
    potesse essere coinvolto nello sviluppo di sintomi neurologici
    e istologici.
    Per concludere, l’idea che le encefalopatie spongiformi
    siano malattie infettive a trasmissione orale sembra
    avere delle basi alquanto deboli: per prima cosa, l’infettività
    si basa sull’inoculazione intracerebrale che può
    essere interpretata come una risposta autoimmune; in
    secondo luogo, l’ipotesi di trasmissione orale si basa su
    voci di riti cannibalistici.
    D’altra parte, i dati e le osservazioni precedenti di
    Prusiner (ad esempio, Parry, 1962 – «la scrapie … può
    essere controllata tramite protocolli riproduttivi adeguati»)
    suggeriscono che le encefalopatie spongiformi sono malattie
    di origine genetica. Sono o ereditate in seguito a
    mutazioni genetiche o acquisite in seguito a mutazioni
    somatiche. L’Encefalopatia Spongiforme ereditaria è molto
    rara (ad esempio, Cjd familiare negli esseri umani), ma
    è talvolta frequente in popolazioni endogamiche (ad esempio,
    la scrapie delle greggi scozzesi). L’incidenza dell’Encefalopatia
    Spongiforme acquisita negli esseri umani, la
    Cjd, è di 1 per 1 milione all’anno. Inoltre, l’Encefalopatia
    Spongiforme acquisita non è di certo una nuova
    malattia del bestiame. Mad cows, mucca pazza, vache
    folle erano un fenomeno conosciuto nel passato, quando
    si permetteva alle mucche di invecchiare più di quanto non
    si faccia oggi. Secondo i dati, il tasso di questa malattia
    era di circa 1 per 10.000 o meno. Si riteneva che fosse
    una malattia legata all’età e non una malattia infettiva.
    A partire dal 1986 si riscontrò una maggiore presenza
    di mucche pazze soprattutto in Inghilterra. Le cifre mensili
    salirono da 100 nel 1987 a 3.000 nel 1993 per poi diminuire
    lentamente. L’epidemia si diffuse dal sud al nord, ma si
    notò sempre una maggior incidenza nel sudest, dove la
    malattia rimase confinata ad alcune contee. Studi istologici
    rivelarono i segni tipici dell’Encefalopatia Spongiforme
    come quelli presenti nel cervello di pecore colpite dalla
    scrapie. I veterinari che sostenevano la dottrina di Gajdusek
    e l’idea di Prusiner dichiararono immediatamente,
    senza prova alcuna, che le mucche erano state infettate da
    prioni di pecore affette dalla virosi nervosa degenerativa
    presenti nelle farine animali; ciononostante, tali farine
    vennero proibite nel 1988.
    Non si eseguì alcun esperimento controllato sul campo
    sui bovini che si alimentava in questo modo. Vennero
    invece effettuati numerosi esperimenti di laboratorio
    soprattutto su topi, senza controlli adeguati, presentandoli
    poi come prove alquanto discutibili. Il calo dell’epidemia
    5 anni dopo il divieto di usare farine animali non costituisce
    una prova a sostegno dell’ipotesi della presenza di
    prioni nelle farine animali, dal momento che almeno un
    terzo dei bovini britannici colpiti dalla Bse era nato dopo il
    divieto.
    Quindi, era (ed è tuttora) una mera ipotesi che
    un’agente infettivo venga trasmesso dalle pecore ai
    bovini attraverso il mangime e che venga trasmesso dai
    bovini agli esseri umani comportando gravi rischi per
    la salute di questi ultimi.
    Alla luce delle osservazioni pubblicate (ad esempio,
    che la Bse era distribuita in modo eterogeneo e limitatamente
    ad alcune contee, che la Bse colpiva solo il 20%
    delle greggi, che la prole di madri affette da Bse era più
    esposta alla Bse e che il modello genotipico delle greggi
    colpite era diverso da quello delle greggi sane) e in linea
    con i dati di Prusiner è possibile formulare un’ipotesi
    alternativa: l’epidemia britannica di Bse è dovuta anche
    a un difetto genetico accumulato nel pool genetico di
    certe greggi a causa di troppi incroci fra consanguinei.
    I bovini che presentano una forte propensione genetica
    saranno più sensibili ai fattori ambientali (ad esempio,
    intossicazione da insetticidi, deficienza di rame, malattie
    autoimmuni) e si ammaleranno di Bse prima degli animali
    che non presentano tale tendenza.
    Le mucche britanniche colpite dalla Bse (di età compresa
    fra i 4 e i 5 anni) erano chiaramente malate e la diagnosi
    fu effettuata sulla base di disturbi neurologici. L’incidenza
    nelle greggi più colpite era di 1 su 10. D’altra parte, le
    cosiddette mucche pazze nell’Europa continentale erano
    per lo più diagnosticate sulla base di un esame
    post-mortem che indicava la presenza di alcuni aggregati
    proteici nel cervello che risultano poco digeribili
    dall’enzima batterico, ma che non evidenziava l’esistenza
    della malattia stessa. Il sospetto che queste mucchesiano colpite dalla Bse si basa unicamente sull’autopsia.
    Avrebbero potuto contrarre la Bse alcuni anni più tardi
    se non fossero state macellate in età relativamente giovane.
    L’incidenza in Italia è di un caso sospetto per
    14.000 autopsie (16.000 in Germania). Probabilmente,
    ciò rispecchia il tasso di mutazioni del gene della relativa
    proteina a un primo stadio embrionale. Le differenze
    regionali (ad esempio, un tasso maggiore nella Baviera
    meridionale) potrebbero essere causate da differenze nel
    bagaglio complessivo delle mutazioni. Gli ideatori dell’ipotesi
    della presenza di prioni nelle farine animali erano
    convinti che, se i prioni attraversano la barriera di specie
    tra pecore e bovini (mediante ingestione delle carcasse di
    pecore affette dalla virosi degenerativa nervosa) attraverseranno
    anche la barriera fra bovini e esseri umani (mediante
    ingestione di prodotti derivanti da bovini affetti dalla
    malattia). Fu previsto lo scoppio di un’epidemia fra gli
    esseri umani nei primi anni novanta. Migliaia di coloro
    che mangiavano la carne bovina avrebbero contratto la
    malattia Creutzfeldt-Jacob. I media esagerarono questa
    mera congettura che provocò reazioni isteriche nei consumatori
    europei.
    Infine, nel 1994 morì un giovane paziente che presentava
    una sintomatologia neurologica; la diagnosi autoptica
    fu: Cjd. Siccome il modello della sintomatologia differiva
    da quello di pazienti Cjd più anziani, lo si dichiarò il
    primo caso legato alla Bse dell’epidemia attesa. La malattia
    venne chiamata nuova variante del morbo di Creutzfeldt-
    Jakob (nvCjd), ma la sua novità è discutibile, dal
    momento che la sintomatologia clinica e neuroistologica è
    in linea con la prima descrizione dell’Encefalopatia Spongiforme
    negli esseri umani, ovvero con il caso di un
    paziente ventitreenne, pubblicato dal neurologo tedesco
    Creutzfeldt nel 1920.
    Sono stati fatti molti tentativi di dimostrare un collegamento
    fra la Bse dei bovini e la Cjd degli uomini,
    talvolta discutibili anche sotto il profilo metodologico.
    Nel frattempo vennero diagnosticati 130 casi di nvCjd
    in Gran Bretagna, 1 per 4 milioni all’anno. È probabile
    che in un tempo precedente sarebbero stati etichettati con
    diagnosi diverse, come scrisse di recente l’epidemiologo
    britannico Venters (vCjd - «The epidemic that never
    was»). Disse che le malattie molto rare sono in genere
    diagnosticate erroneamente se non sono al centro dell’interesse
    generale (e di un’attesa ansiosa). Manca una prova
    attendibile e definitiva della presenza di un legame con
    la Bse, benché vari scienziati (soprattutto quelli che
    ricevono i fondi di ricerca per studi sulla Bse) dichiarino
    costantemente il contrario, alimentando l’isterismo di
    massa.
    In conclusione
    La nozione secondo cui le encefalopatie spongiformi sono patologie infettive trasmissibili per via orale poggia su una base molto debole.
    Primo, l’infettività è basata su inoculazioni intracerebrali che
    possono essere interpretate anche come una risposta autoimmune.
    Secondo, la trasmissione orale è basata su notizie di riti
    cannibalistici che nessuno ha mai osservato. Una perimentazione con alimentazione controllata non è mai stata effettuata.
    Per dimostrare che sono state le farine animali a provocare la Bse
    sarebbe stato sufficiente dividere un gruppo di animali in due ed
    alimentare un gruppo senza farine animali ed uno con tali farine
    magari provenienti da pecore con scrapie o bovini con Bse e trattati a bassa temperatura.
    Quindi non esistono prove definitive dell’ipotesi del prione nelle farine.I bovini inglesi colpiti da Bse hanno mostrato da sempre chiari sintomi neurologici.
    I casi di Bse nella maggior parte dei Paesi dell’Europa continentale sono stati invece diagnosticati esclusivamente attraverso i test post mortem che indicano solo la presenza di una proteina nel cervello scarsamente digeribile da
    un enzima batterico.
    Un caso sospetto ogni 14.000 test in Italia, uno ogni 16.000 test in Germania fanno pensare ad una forma sporadica di Bse (come il Cjd sporadico nell’uomo) come difetto genetico acquisito dal singolo individuo.
    In conclusione, è stato ed è ancora una mera speculazione che una proteina infettiva è trasmessa dalla pecora al bovino attraverso l’alimentazione.
    Quindi, non c’è motivo di affermare che sarà trasmessa dal bovino
    all’uomo con seri rischi di salute pubblica».

    Nato nel 1934.
    1960 Laurea in Medicina, Università di Marburg, Germania.
    1967 PhD e Lecturer di Biochimica, Università di Monaco
    di Baviera, Germania.
    1967 Professore di Biofisica, Università di Pennsylvania,
    Philadelphia, Usa.
    1972 Professore di Biochimica, Università di Monaco
    di Baviera, Germania, fino al pensionamento nel 1999.
    Principali settori di ricerca e di insegnamento:
    regolazione metabolica, chimica delle proteine, basi
    biochimiche dell’alimentazione ed effetti metabolici dell’alcool.
    Pubblicazioni sul dubbio che la Bse sia una malattia
    infettiva:
    Arzt Und Umwelt, 1997, 105-112.
    «Zur Infektiosität der spongiformen Enzephalopathien:
    Phänomene und Spekulationen, aber keine Beweise».
    Deutsche Medizinsche Wochenschrift, 2002,
    12741-343.
    «25 Thesen gegen die Behauptung, Bse und v CJK seien
    oral übertragbare.
    Infektionskrankheiten und Bse gefährde die menschliche
    Gesundheit
    Curriculum Vitae
    Roland Scholz

  4. #4
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    Bse e vCjd: la limitata diffusione nella
    popolazione umana e l’assenza di un’epidemia
    Philip Thomas
    Professore di Ingegneria e Sviluppo, Scuola di Ingegneria e
    Scienze matematiche, Università di LondraIl 20 marzo 1996 erano stati diagnosticati dieci casi
    di una nuova patologia umana conosciuta più tardi
    come variante umana del morbo di Creutzfeldt-
    Jakob (vCjd).
    Mentre la Bse che ha colpito i bovini nel Regno Unito
    è stata effettivamente un’epidemia, la nuova variante del
    morbo Creutzfeldt-Jakob (vCjd), che colpisce gli umani,
    non lo è stata. Il Segretario di Stato per la Sanità
    annunciò un possibile legame con l’encefalopatia spongiforme
    bovina (Bse). Era possibile calcolare già allora
    che il numero di vittime umane si sarebbe limitato a
    qualche centinaio e lo riferii alla Spongiform Encephalopathy
    Advisory Committee (Seac) nell’aprile del 1996.
    L’allora presidente si dichiarò dapprima contrario all’idea
    di fare delle previsioni e poi suggerì che i numeri
    potevano salire fino a 500.000. Questo stabilì il tono
    delle successive dichiarazioni del Comitato Consultivo:
    la frase «è troppo presto per sapere» venne usata ripetutamente
    dai membri della Seac, mentre nello stesso tempo
    veniva evocato lo spettro di centinaia di migliaia
    di decessi umani. Si diede la stura a un allarme
    alimentare di proporzioni enormi. I giornali (diapositiva
    1) riportavano dichiarazioni spaventose, e la
    situazione sarebbe stata effettivamente spaventosa se
    quanto si affermava fosse stato anche lontanamente
    riconducibile a verità. Il governo ha reagito in tale
    misura poiché i suoi consulenti descrivevano la vCjd
    come un’epidemia, dicendo di non poterne prevedere
    l’evoluzione e che avrebbe potuto uccidere migliaia di
    persone. In realtà, fra gli studi statistici citati dello
    stesso Seac, in uno si parlava sì del superamento del
    migliaio di vittime, ma solo considerando un periodo
    medio d’incubazione di almeno 60 anni (diapositiva
    2).
    Il Prof. Newby e io effettuammo nuovamente i nostri
    calcoli a intervalli, ma le nostre previsioni sull’andamento
    dell’epidemia negli esseri umani cambiarono di ben
    poco. La stima relativa al periodo che intercorre fra
    l’infezione e il decesso era inferiore ai 10 anni, molto
    probabilmente attorno ai 7 anni. Il numero più probabile
    delle vittime umane restò di circa 100. La stima
    attuale di 130 resta invariata dalla cifra presentata nel
    1996. Il limite massimo di decessi è sempre risultato
    essere di poche centinaia. Queste previsioni sono convalidate
    dai nuovi valori bassi dei decessi dovuti alla
    vCjd. Tuttavia, sulla base delle indicazioni della Seac
    secondo cui centinaia di migliaia di persone avrebbero
    potuto morire, il governo istituì delle misure severissime
    a partire dal marzo 1996. Mentre le precedenti contromisure
    erano costate decine di milioni di sterline all’anno,
    quelle introdotte dopo il marzo 1996 sono costate circa
    un miliardo di sterline l’anno.
    In realtà, la misura che ha effettivamente interrotto
    la progressione dei casi di Bse (tabella 1) fu il
    divieto di somministrazione ai ruminanti di farine
    ottenute dai ruminanti stessi (Ruminant Feed Recycle
    ban); insieme con i successivi provvedimenti di acquisto
    dei bovini e di divieto dei materiali a rischio (Sbo) è il
    provvedimento che effettivamente ha contribuito a salvare
    vite umane. Quasi trascurabili, invece, gli effetti
    delle costose misure introdotte dopo il marzo 1996,
    relative agli animali di età superiore a 30 mesi (Over
    Thirty Months Scheme, od Otms), arrivate praticamente
    quando l’epidemia nei bovini era ormai stata
    arrestata.
    Tant’è vero che si sarebbero probabilmente potute
    salvare tutte le vite, se proprio le misure introdotte dal
    1988 fossero state attuate correttamente fin dall’inizio,
    con le stesse modalità applicate dal 1996 in poi. La
    nostra stima statistica – confermata da una stima indipendente
    ufficiale – rivela che il tasso d’efficacia del divieto
    dei materiali bovini specifici (Sbo) è di appena il 66 per
    cento. Il governo non sembra aver eseguito un’analisi
    dei costi e benefici ma noi lo abbiamo fatto qui di
    seguito. Gli scienziati del governo hanno sovrastimato le
    potenziali dimensioni dell’epidemia di vCjd in modo
    costante e massiccio.
    I rischi associati alla carne bovina sono sempre stati
    bassi e sono essenzialmente inesistenti dalla metà del
    1996.
    Conclusioni:
    l la vCjd è probabilmente causata dalla Bse (anche se vi è
    qualche evidenza del contrario e assenza di certezze assolute);
    l la Bse nel Regno Unito si è diffusa a causa del riciclo
    di frattaglie bovini nell’alimentazione animale;
    l il divieto si somministrazione ai ruminanti dei material
    bovini specifici pose fine a tale riciclo, garantendo il
    tal modo che si arrivasse alla fine sia dell’epidemia di
    Bse sia dei casi di vCjd;
    l i lunghi periodi d’incubazione (circa 5 anni per la Bse,
    circa 7 per la vCjd) rallentano il processo d’esaurimento
    dei casi;
    inoltre:
    l le misure introdotte verso la fine degli anni ’80 erano
    generalmente sensate. Tuttavia, il fatto che siano state
    applicate in maniera inefficiente prima del 1996 significa
    che saranno perdute in totale circa 130 vite;
    l le misure successive al marzo 1996 furono introdotte
    dopo che il pericolo era in gran parte superato e quindi
    furono destinate a essere inefficaci, oltre che molto
    costose. Non si esclude che un’efficace applicazione del
    divieto sui materiali specifici bovini (Sbo) avrebbe ottenuto
    lo stesso risultato a zero costi aggiuntivi;
    infine:
    l gli scienziati incaricati dal governo del Regno Unito
    hanno sistematicamente ed enormemente sovrastimato la
    dimensione potenziale dei casi di vCjd (passando da stime
    iniziali di 500.000 casi poi diventati 100.000 e, ora, 7.000);
    l il successo delle contromisure iniziali ha fatto sì che le
    carni bovine già nel 1996 comportassero pochi rischi
    (meno di uno su un milione);
    l il forte inasprimento delle norme dopo il marzo 1996
    ha significato che il rischio, già minuscolo, scomparisse;
    l le carni bovine sono del tutto sicure già da 7 anni.

    La carriera del Prof. Philip Thomas ebbe inizio nel settore
    industriale, dapprima con la Ici Plc e poi con la Uk Atomic
    Energy Authority/Aea Technology, dove occupò varie cariche
    come dirigente del Gruppo fra cui Ndt/Ispezione remota, studi
    sui materiali usati nel circuito del reattore, sviluppo della
    strumentazione, sviluppo ingegneristico e smantellamento - in
    quest’ultimo settore era Customer Project Manager per lo
    smantellamento del Windscale AGR con l’obiettivo di ripristinare
    lo stato primitivo del luogo. Divenne Visiting Professor
    onorario alla Scuola di Ingegneria della City University nel
    1995, e fu nominato Professore Ordinario di Sviluppo Ingegneristico
    nel 2000. È esperto di ingegneria della simulazione e
    del controllo, di analisi dei rischi, di gestione ingegneristica e
    di sistemi energetici. È direttore del Centre for Risk Management,
    Reliability and Maintenance, ruolo in cui insegna e
    svolge ricerche sulle problematiche dei rischi nucleari e patologici
    (Bse e v CJD), ed è Direttore del corso in Energia,
    Tecnologia ambientale ed Economia. Già Presidente dell’Institute
    of Measurement and Control, è membro del Consiglio
    Accademico dell’Hms Sultan’s Nuclear Department e fa parte
    del Consiglio del British Nuclear Energy Society. È l’attuale
    presidente del Nuclear Academia-Industry Liaison Society. Il
    Prof. Thomas è autore di oltre 70 saggi e articoli sul control
    engineering, la gestione ingegneristica e l’analisi dei rischi. Il
    suo ultimo libro Simulation of Industrial Processes for Control
    Engineers, pubblicato nel 1999, è stato elogiato dai critici
    come il nuovo testo di riferimento per gli operatori nel settore
    della simulazione dinamica.
    Curriculum Vitae
    Philips J. Thomas

 

 

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