Era la notte del 3 dicembre 1984 quando uno stabilimento chimico è esploso nella città di Bhopal, in India, rilasciando tonnellate di un gas letale, isocianato di metile. Bhopal è una grande città e i dintorni della fabbrica della Union Carbide, azienda multinazionale ormai assorbita da Dow Chemical, erano (e sono) una successione di quartieri molto modesti e slum: la notte dell'incidente quasi duemila persone sono morte proprio in quei poverissimi quartieri. Ma non era finita: oltre 100mila persone sono rimaste direttamente ferite dal gas, e ventimila sono morte negli anni successivi per varie malattie legate all'intossicazione. Diciannove anni dopo, la strage della Union Carbide è stata ricordata a Bhopal con una veglia durata tutta la notte e con manifestazioni in numerose altre città, in India e nel mondo - ne dà conto il sito bhopal.net. Ciò che molti a Bhopal hanno voluto sottolineare è che giustizia, su quella strage, non è stata fatta. Certo, Union Carbide ha riconosciuto la sua «responsabilità morale» per il disastro: con un accordo extra giudiziario nel 1989 ha versato 470 milioni di dollari di risarcimento alle vittime e loro famiglie, e con questo ritiene estinta la sua responsabilità penale. Quella «una tantum», ripartita tra il mezzo milione di persone che aveva presentato una domanda all'epoca dell'accordo, lascia i costi dell'assistenza sanitaria edella riabilitazione sociale ed economica delle vittime a carico del governo indiano e dello stato del Madhya Pradesh, di cui Bhopal è la capitale. Negli ultimi anni un gruppo di sopravvissuti ha tentato di riportare l'azienda in tribunale, questa volta negli Stati uniti: la causa è stata respinta con la motivazione che Union Carbide ha bonificato il sito industriale, esaurendo così le sue responsabilità.
Responsabilità esaurite? Non certo per le famiglie dei sopravvissuti, che hanno avuto nel migliore dei casi quattro soldi di risarcimento. Ma c'è di più. Una scheda compilata da Dow Chemical (Bhopal factsheet) afferma, senza tema di ridicolo, che la «massiccia, singola esposizione all'isocianato di metile non ha causato tumori, difetti alla nascita o altre manifestazioni ritardate di effetti medici». La realtà è ben diversa. Il Journal of the American Medical Association ha pubblicato (l'8 ottobre) uno studio condotto da un'istituzione medica indiana, la Sambhavna Trust Clinic, che mostra la prevalenza di ritardi della crescita in bambini concepiti e nati dopo il disastro da genitori che furono esposti ai gas. La Sambhavna Trust Clinic assiste molta della popolazione sopravvissuta al disastro. Il ricercatore Nishant Ranjan, autore del primo rapporto, osserva 141 adolescenti nati tra il gennaio 1982 e il dicembre 1986, due anni prima e due dopo il disastro. Ne registra peso corporeo, altezza, altezza da seduti, arti, circonferenza della testa, tricipite. Confronta questi dati tra bambini di simile status socioeconomico nati da genitori esposti e non al gas. Risulta che i bambini (maschi) nati da genitori esposti sono più leggeri, bassi, magri, e hanno la parte alta del corpo e la testa sproporzionatamente piccola. Le foto che corredano la ricerca sono impressionanti. Il medico Mohammed Ali Qaiser, coautore del rapporto pubblicato dalla rivista americana, fa notare che questo ritardo selettivo della crescita è stupefacente. Fa notare anche che uno dei prodotti del decadimento dell'isocianato di metile è la trimetilamina, e uno studio canadese ha mostrato che questa causa il ritardo della crescita nella progenie maschile dei topi. I bambini di Bhopal dimostrarebbero che questo vale anche per gli umani...
Il direttore clinica Sambhavna, Satinath Sarangi, si chiede perché non ci sia stata nessuna ricerca sistematica sugli effetti a lungo termine della tragedia di Bhopal: lo studio avviato dal Indian Council of Medical Research fu interrotto tempo fa e nessun risultato dei dieci anni di ricerche condotte è stato mai pubblicato. E' chiaro che la ricerca pubblicata dalla rivista medica americana riapre anche la questione delle responsabilità e dei risarcimenti: c'è una seconda generazione di vittime di Bhopal che chiede giustizia.
Marina Forti
Il Manifesto
5 12 03




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