Dagli amici mi guardi Jahvé
di Marco Travaglio
Da molti anni Israele ha il record degli attentati. Nessun paese ha avuto tanti civili morti per atti terroristici, nemmeno la Colombia, nemmeno l’Ulster. Per dare un’idea in rapporto alla popolazione, è come se l’Italia avesse subìto una strage di piazza Fontana alla settimana. Quanti stati, in quelle condizioni, sarebbero riusciti a mantenere intatte istituzioni e garanzie democratiche, in una regione dove la democrazia è quasi una bestemmia? Israele, pur con errori, eccessi e contraddizioni, ci è riuscito. Certo, ha risposto con le rappresaglie e le incursioni per stanare stragisti e mandanti nei loro covi, nascosti nei territori occupati. Ma quale governo, sapendo che i terroristi si annidano in un luogo preciso, li lascerebbe circolare? L’unica misura strutturale adottata finora per arginare gli assalti contro le popolazioni inermi (israeliane e arabe) è un muro. Un muro a fronte di una strage di piazza Fontana alla settimana. Sdegno unanime, orrore internazionale, condanna mondiale.
Ora arriva il sondaggio della Commissione europea. Che è una benedizione dal cielo. Perché dà la misura della penetrazione del pregiudizio non antisemita, ma antisionista, nell’Europa del 2003. Ma anche perché mette a nudo i retropensieri di una burocrazia internazionale che, preparando le domande, non ha neppure pensato di inserire l’Autorità nazionale palestinese fra i governi che minacciano la pace. E dire che l’Anp è presieduta da Yasser Arafat, il leader di Al Fatah che mantiene un braccio armato: le brigate Al Aqsa, protagoniste dei più feroci attentati terroristici contro civili degli ultimi anni, in diretta concorrenza con Hamas e la Jihad. Arafat è lo stesso personaggio che sabota regolarmente ogni trattativa di pace, stracciando gli accordi con Barak, defenestrando il troppo autonomo Abu Mazen e commissariando Abu Ala che minacciava di pensare con la sua testa.
I ritardi di una certa sinistra nel riconoscere i danni inferti da Arafat alla causa palestinese sono evidenti. Ma che la Casa della Libertà si improvvisi paladina dello Stato d’Israele, dando lezioni agli altri, è una truffa che grida vendetta. Un bel sondaggio fra gli elettori di An, allevati per 40 anni nell’antisemitismo e nell’antisionismo più biechi, riserverebbe qualche sorpresa. E l’apprezzabile svolta di Fini in vista del viaggio in Israele rischia di restare la svolta di Fini o poco più. Nel ’94 il Secolo d’Italia ospitò un raffinato articolo di Mario Bernardi Guardi che alludeva simpaticamente al «naso adunco» dell’ebreo Gad Lerner, mentre Panorama di Giuliano Ferrara pubblicò un simpatico articolo sulle origini ebraiche di molti finanzieri. Ferrara, oggi più filoisraeliano di Sharon, uscì dal Pci torinese sbraitando contro un assessore del suo partito che non voleva dedicare un concerto di Berio alle vittime di Sabra e Chatila, trucidate dai falangisti cristiani ma messe in conto agli israeliani.
Poi ci sono i ciellini e gli altri integralisti cattolici, passati armi e bagagli con la Cdl: la loro allergia a Israele, di pari passo con quella del Vaticano che riconobbe lo Stato ebraico appena 10 anni fa, è stranota. Nel 1991 diedero l’ostracismo ad Andreotti, il loro spirito-guida, dal Meeting di Rimini perché aveva osato schierare l’Italia per la liberazione del Kuwait invaso da Saddam. Andreotti, il più filoarabo dei politici italiani: l’uomo che invitò Arafat ad arringare il Parlamento italiano con la pistola alla cintola, senza neppure perquisirlo all’ingresso; il protagonista di memorabili pellegrinaggi nella tenda di Gheddafi quando la Libia ospitava i capi del terrorismo e abbatteva gli aerei di linea. Oggi è l’idolo dei berluscones al pari della buonanima di Bettino Craxi: l’uomo che paragonò Arafat a Mazzini (testuale); l’uomo che a Sigonella consentì la fuga in Iraq di Abu Abbas, che aveva appena organizzato il dirottamento dell’Achille Lauro con l’assassinio di un ebreo paralitico in carrozzella, Leon Klinghoffer; l’uomo che tentò di far credere che le mazzette da 21 miliardi che gli passava Berlusconi erano destinate all’amico Yasser.
Ecco: i discepoli di Giulio e Bettino siedono in gran parte sui banchi del centrodestra. Dissero mai qualcosa, allora, contro la politica filoaraba dei loro maestri? Mai (gli amici di Israele, in Parlamento, si contavano sulle dita di una mano: Scalfaro, Fassino, Spadolini, La Malfa, qualche liberale). Dicono qualcosa oggi per fare autocritica, per scusarsi degli errori passati? Nemmeno per sogno. Ieri tutti filoarabi, oggi tutti filoisraeliani. Berlusconi riesce addirittura a essere contemporaneamente entrambe le cose. Riabilita Mussolini, confonde i confinati con i turisti, dimentica le leggi razziali e le deportazioni di massa, prende in giro la comunità israelitica, e
si tiene ben stretto il suo vecchio socio Tarak Ben Ammar, il magnate tunisino legato alla famiglia saudita e sospettato di finanziare Hamas tramite l’Arab Bank, tant’è che Rudolph Giuliani rifiutò la sua offerta in favore delle vittime delle Twin Towers. Un altro sincero amico di Israele.
l'Unità 9 novembre 2003
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