Di Andrea Cinquegrani – da «La Voce della Campania» ottobre 2003
«Il mio nemico numero uno? La massoneria. Che continua a perseguitarmi». Non usa mezzi termini il finanziere Renato D’Andria all’indomani dei dossier di Repubblica sull’affare Telekom Serbia che riportano alla ribalta il suo nome.
Ma perché i confratelli incappucciati dovrebbero avercela con lei?
La guerra è cominciata nell’82, quando rilevai la Casar, impresa controllata da una finanziaria pubblica sarda. Gli accordi sottoscritti con i responsabili della Regione Sardegna erano che avrei ripianato i 7 miliardi di debiti dell’azienda, ma scoprimmo che in realtà quel passivo ammontava a 30 miliardi. Col penalista Luigi Concas presentai una denuncia alla Procura della Repubblica di Cagliari. Misi sotto accusa il gruppo dirigente regionale. Compreso l’allora capogruppo repubblicano, il Gran Maestro Armando Corona. E me la fecero pagare. La Casar fu in seguito affidata ad un gruppo di coop locali, che dal 1983 ad oggi hanno perso oltre 80 miliardi di lire, documentati nero su bianco.
E secondo lei anche oggi c’è una «mano massonica» dietro i personaggi che la tirano in ballo per Telekom Serbia?
E’ un’ipotesi possibile. Ma non l’unica.
Per esempio?
Premesso che a quelle vicende sono completamente estraneo, non conosco nessuno di quei personaggi, tranne Deiana, col quale ebbi molti anni fa un fugace rapporto di lavoro con una azienda orbitante allora nel mio gruppo, la De Bartolomeis. Deiana ci commissionò un grosso lavoro per impianti di depurazione in Cina. Poi non si fece niente, perché non poteva pagare.
E Longo, la persona che avrebbe fatto il suo nome alla Commissione Trantino?
Non l’ho mai conosciuto. So che si era occupato di me per la vicenda della presunta spy story.
A che punto è quell’inchiesta?
Finora non ho avuto alcun rinvio a giudizio. I magistrati romani Monteleone e Piro lo avevano chiesto, ma siamo ancora davanti al gup.
E Taormina, che fu a lungo il suo avvocato? Lui, almeno, lo conosce bene.
Certo. Dovette lasciare la mia difesa proprio in occasione della cosiddetta spy story, perché nel frattempo era diventato deputato. So comunque che non è stato lui a fare il mio nome.
A parte la pista massonica, che spiegazione si è dato? Se davvero fosse stata una trama preparata a tavolino, cosa c’entra Renato D’Andria?
Se questa fosse la ricostruzione, certi nomi buttati sul tavolo e tratti da inchieste diverse, senza connessione fra loro, darebbero l’idea di un depistaggio, di un fumo creato appositamente.
E il presidente Trantino? Fino a che punto, secondo lei, poteva esserne consapevole?
Credo che Trantino ne sia assolutamente estraneo. Ma il mio dubbio è soprattutto un altro.
Quale?
I motivi dell’attacco personale che mi ha sferrato Repubblica. Hanno dato per scontati alcuni elementi di un’inchiesta giudiziaria (quella romana condotta da Monteleone e Piro, ndr) che è tuttora nella fase delle indagini. Per questo ho già dato mandato ai miei legali di citarli in giudizio.




Rispondi Citando