È in corso la revisione del giudizio su Craxi. Ma la sinistra riformista non può stabilire ora che vent'anni fa aveva ragione l'avversario da lei stessa abbattuto con mezzi impropri.
Forse non ci siamo capiti. La fondazione di Massimo D'Alema e Giuliano Amato ha organizzato lunedì scorso l'ennesimo seminario di studi per la riabilitazione storico-politica di Bettino Craxi. Lavato e ripulito da un bagno ristoratore, il leader socialista dovrebbe uscire dalla dimensione del «fenomeno criminale» ed entrare nel pantheon degli uomini di stato e dei capi della sinistra italiana: garanti del passaggio paradisiaco coloro che l'hanno storicamente massacrato con l'aiuto dei magistrati d'assalto. Non ci siamo.
Attendo con impazienza, ma chissà per quanto tempo dovrò attendere vista l'incapacità della destra e della sinistra riformista di fare storia e cultura aggredendo le questioni vere, il momento in cui ci porremo il problema della riabilitazione di D'Alema e di Amato nella storia del Paese e della sinistra. Fa piacere sentire paroline dolci, dopo il fiele degli anni Novanta, dopo la spessa calunnia, dopo le monetine, dopo le fughe codarde, dopo le menzogne opportuniste, dopo anni di negazione dell'identità socialista «geneticamente modificata», dopo anni di «diversità antropologica comunista» e belluine forche in nome della questione morale. Fa piacere vedere che i giornalisti e redattori capo che concordavano i titoli e i pezzi di questura quando fischiavano gli avvisi di garanzia e si faceva (si faceva?) politica con i processi godono oggi della riabilitazione altrui nel risveglio riformista, e ne fanno strumento di nuovo del loro avanzamento in carriera. Fa piacere, ma non è verità, non è commendevole questo modo di procedere.
Il problema di Craxi non è che fosse un leader politico, queste sono cose che non si decidono nei seminari ex post, il problema vero è che quel leader politico è stato fatto fuori con mezzi giudiziari, nel pieno di una ventata antidemocratica, codina e reazionaria in cui la sinistra sopravvissuta al crollo del Muro di Berlino giocò la partita della demagogia antipolitica e del giustizialismo più grottesco. Hanno voglia di implorare che gli si passi la versione postuma e consolatoria: il sistema era crollato prima, era marcio, e i magistrati sono venuti dopo. Balle. Il sistema era guasto ma i Borrelli e i Di Pietro non sono odontotecnici che abbiano cavato il dente senza contropartite, per la mera parcella professionale dell'integerrimo funzionario del diritto: hanno stabilito loro il ruolino di marcia, alla sconfitta elettorale (possibile, ma da vedere) hanno sostituito il disonore, la galera in dosi massicce e torturatrici, il rastrellamento di una classe dirigente, la confusione delle responsabilità penali personali, l'accusa atroce e spettacolare di mafia destinata a cadere nel fango della cospirazione calunniosa e delle telefonate anonime, la riscrittura della storia con la complicità dei media asserviti a un establishment impaurito e dell'accademia fasulla, il golpismo bianco del ribaltone, l'aggressione all'erede di Craxi che continua.
Siamo noi del partito craxiano e garantista, socialista democratico e berlusconiano, noi avventuristi degli anni Novanta che possiamo, se lo vogliamo, ridare una patina di credibilità a chi si mise sulla scia del giustizialismo, parola finalmente onorata perfino da Luciano Violante nel suo discorso di autodifesa alla Camera dopo l'ennesima assoluzione di Giulio Andreotti. Ma non gliela daremo, anche se la chiedono con insistenza perché sanno che quel peccato originale continuerà a perseguitarli a lungo, finché non si decideranno a entrare in medias res, a dire pane al pane, a raccontarci quanto, come e dove abbiano sbagliato nel distorcere in senso banalmente demagogico e forcaiolo la funzione storica della sinistra, e proprio nel momento in cui sostenevano di volerla emancipare dal servaggio al comunismo, proprio negli anni successivi al tramonto dell'ideologia che mette non la legge, ma il mostruoso uso politico della legge, al di sopra dei diritti del cittadino.
Piero Fassino, che come al solito è il meno malizioso e in un certo senso il più onesto, ci ha provato. E gliene va dato atto. Ma ci ha provato con la tecnica alla Dumas del Vent'anni dopo. Ed è una riserva che pesa. Non puoi stabilire adesso che vent'anni fa aveva ragione l'avversario che hai abbattuto con il mezzo improprio di un'alleanza politica-giustizia e mostrarti distratto verso il presente. Chi avrà avuto ragione adesso, nella discussione che a sinistra si svolgerà fra vent'anni, fra altri vent'anni? Che cosa è rimasto di quella tragedia, di quel terrore, di quegli anni che hanno spogliato la Repubblica e le istituzioni della loro dignità? Perché gridate ancora al regime? Perché in così tanti non siete capaci di accettare il risultato delle elezioni? Perché non volete il ripristino dell'articolo 68 della Costituzione, quello sulle immunità, quello strumento di divisione dei poteri e di contenimento del prepotere invadente dei procuratori? Perché oggi, non fra vent'anni, non avete il coraggio di separarvi dai mozzorecchi giustizialisti? Come mai state ancora lì a discutere con Paolo Flores d'Arcais e con Tonino Di Pietro, mentre con l'altra mano riabilitate furbescamente Craxi?Da Panorama




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