Antonio Gnoli e Franco Volpi
Il sacerdote e il ballerino
Pubblicato in Germania il carteggio 1930-1983 tra Ernst Jünger e Carl Schmitt
da: La Repubblica, 4 dicembre 1999
Può suonare curioso che due menti elegantemente tese alla stima reciproca e a quel tocco di nobiltà dello spirito guglielmino -ciascuna portando in dote all'altra un cospicuo patrimonio intellettuale - ci appaiano a un certo punto del loro rapporto epistolarere come due entità sollevate dai loro ruoli definiti e segnate da un carattere che fa somigliare una alla lievità di un ballerino e l'altra a un sacerdote iniziato al mistero.
Quando Carl Schmitt scrive nel suo stile tagliente, sembra a volte che, desideri mettere in.guardia l'altro, mostrargli l'evidente superiorità di chi si è -assunto il compito di essere una sorta di segreta guida spirituale. Allorché è Jünger a rispondere, si ha l'impressione che a tratti danzi sollevandosi dalla nuda da terra, schivi il soffocante monito dell'amico-avversario, giochi con lui al ritmo di una musica che l'altro non conosce. Il sacerdote e il ballerino. L'autorità e la seduzione. Sono loro, e non sono loro, attori di primo piano che attraversano la Germania, il secolo e il corteo di tragedie che in parte ricadranno sui loro destini privati.
E il documento che abbiamo sotto gli occhi è davvero straordinario per rileggere un'epoca attraverso due mondi che si toccano senza confondersi. Si trattadi un volume di quasi 900 pagine -Briefe 1930-1983 (edito da Klett-Cotta)-comprendente 426 lettere scritte nell'arco di oltre mezzo secolo, di cui 249 di Jünger e 177 di Schmitt, l'epistolario curato con un ampio commento da Helmut Kiesel.
Può stupire, vista la loro identità, che il carteggio in merito agli eventi politici appaia cauto e perfino reticente. I due dànno l'impressione di essere saturi di politica e dei suoi eccessi. Anche nel profondo della tragedia bellica si ha la sensazione che a corrispondere non siano un ufficiale della Wehrmacht nella Parigi occupata e il giurista più in vista della Germania nazista, bensì due pensatori che, corazzati nel proprio mondo interiore, si scambiano solo pensieri e letture. Il loro leggendario dialogo si intreccia con la turbolenta storia del Novecento, ma il carteggio ce lo mostra soprattutto nella sua luce spirituale, filosofica e letteraria.
Fu Schmitt, nel 1930, a prendere l'iniziativa. L'allora giovane professore al Politecnico di Berlino era curioso di conoscere l'osannato autore delle Tempeste d'acciaio. Fin dalle prime lettere i due sembrano fatti per intendersi. L'insofferenza verso il perbenismo borghese, la spregiudicata opposizione a Weimar e al parlamentarismo democratico in crisi, la ribellione contro la massificazione dell'intelligenza, l'attesa di una grande politica capace di decisione è il terreno che li accomuna.
Jünger è colpito dalle intuizioni che circolano in Romanticismo politico e nel Concetto del politico. «Lei ha affrontato il mio sguardo», scrive a Schmitt con lusinghiero giudizio. E paragona la distinzione di amico-nemico, quale discrimine del Politico, a «una mina che esplode senza rumore». Tra i pochi che registrarono subito la sorda esplosione c'era Walter Benjamin: nel 1930 recensì in toni positivi La mobilitazione delle masse di Jünger e contemporaneamente inviò a Schmitt una lettera di ammirazione (la missiva fu poi cassata nell'edizione francofortese del suo carteggio).
L'avvento al potere del nazionalsocialismo divise il cammino dei due, ma non interruppe il loro dialogo. Schmitt entrò nel partito e divenne -secondo la definizione di Waldemar Guria- «giurista della corona» del Terzo Reich. Jünger si chiuse invece nella sua aristocratica indipendenza. Per ragioni estetiche, prima ancora che politiche, non si lasciò lusingare dalle profferte dei nazisti che avrebbero voluto fare di lui lo scrittore nazionale. Rifiutò la nomina all'Accademia letteraria e la candidatura al Reichstag offertagli in due occasioni. Nelle lettere a Schmitt spiega di aver agito così «non perché si parli di me sulla stampa, ma perché non sorga la minima incertezza circa le mie convinzioni politiche».Anziché di politica, le sue lettere raccontano di sogni, di incontri, di letture che lo appassionano: Hamann, Vico, ¤L'altra parte di Kubin, Viaggio al termine della notte di Céline, le «fatali anticipazioni» di Valery. Boccia irrimediabilmente il Tractatus di Wittgenstein: «Un libro che non mi dice nulla». Annuncia all' amico l'idea da cui nasce Il lavoratore, libro del 1932: «Vorrei espungere dal concetto di lavoro qualsiasi ethos». Solo raramente tocca la realtà storica che incombe. Come quando provoca Schmitt definendo la Gestapo, con la quale ha delle noie, un «Alto Tribunale di Inquisizione». Per tutta risposta Schmitt, che nel frattempo gli ha tenuto a battesimo il secondogenito Carl Alexalder, pubblica la famigerata tesi che perJünger rimarrà tra le più improvvide e funeste: «Il Führer custodisce il diritto».
Presto, tuttavia, anche Schmitt, attaccato nella rivista delle SS come strumento del cattolicesimo politico, cade in disgrazia. Circostanza che alimenta in lui il sospetto che il mondo sia diverso da come appare. Ossessionato dalla logica del segreto e della congiura, il sacerdote della politica prodiga tutta la sua luciferina influenza a scoprire le forze che fiuta all'opera nella storia universale: forze che gli appaiono insieme occulte ed elementari. Studia quindi i miti e le cosmogonie presocratiche, ma si immerge con altrettanta passione nello studio dell'esoterismo e della massoneria. «In questi giorni» scrive a Jünger il 12 dicembre 1937, «è stato qui un singolare italiano, il barone von Evola. Sa molte cose e mi ha detto, nella conversazione, di considerare come inizio della modernità il processo di Filippo il Bello contro i Templari».
Sono anche gli anni in cui Schmitt concepisce Terra e mare: il suo libro degli elementi, per il quale si ispira a Moby Dick. che consiglia Jünger come lettura evotatrice, dell'occulto e dell'elementare, interpretazione del mare e del tutto. In piena guerra, in una lettera che raggiunge l'amico sul fronte del Caucaso, constata: «La storia dell'umanità è un attraversamento dei quattro elementi. Ora siamo nel fuoco. Ciò che viene chiamato"nichilismo" è combustione». Gli autori che nomina -BrunoBauer,Tocqueville («aveva capito tutto già nel 1835!»), Daübler- sono altrettante porte segrete per entrare nel labirinto del suo pensiero.
Nel 1941 Jünger lo fa venire a Parigi per una conferenza. Passano giorni in un dialogo di rara intensità, immortalato da una foto sul lago di Rambouillet più eloquente e istruttiva di molte pagine scritte su di loro. Jünger è meno attratto dall'esoterico e più dalle forme dell'arte e della metafisica. Si sprofonda in Villiers de l'Isle-Adam, Rivarol, nel Maelstrom di Poe, in Léon Bloy: «Lo assaporo più volte al giorno come un elisir di consolazione in tempi oscuri». Esercita l'occhio sugli inferni di Hieronimus Bosch, indispensabile lezione di metodo visivo per chi vuole descrivere gli scenari del nichilismo.
Dopo il 1943 l'atmosfera delle missive che vanno e vengono tra Parigi e Berlino si fa cupa. Città costruite in millenni; distrutte in venti minuti, la casa e la biblioteca di Schmitt bombardate -scrive il diretto interessato- come per un «décret du Destin». Jünger perde il primogenito nei combattimenti di Carrara, ed è trascinato dal lutto nel gorgo del maelstrom. Per i cinquant'anni, il 29 marzo 1945, Schmitt gli annuncia un voluminoso regalo: «Le procurerei volentieri un'enciclopedia del 1780 Du naufrage in 27 tomi, che contiene materiale immenso sul tema». Sogna «il San Dominick nel maelstrom», vede cioè la nave del capitano Benito Cereno, con cui si identifica, naufragare nel mare del nichilismo caro a Jünger, legando così nella notte la propria sorte a què la dell'amico.
La fine del Reich, porta pesanti con seguenze per Schmitt. lnquisito a Norimberga, viene rilasciato dopo snervanti interrogatori. Il fatto che Jünger se la cavi invece con poco, ricominci a pubblicare e mieta con Heliopolis un grande successo, attizza in lui il complesso del "capro espiatorio". Si sente un grande incompreso, unica vittima a pagare per tutta l'intelligencija tedesca. Annota irritato nel Glossarium: Jünger è «una monade totale», «senza finestre né porte» sul mondo, meno che meno sugli altri.
Dal canto suo, Jünger, che ignora i risentimenti dell'amico, si ritiene autorizzato a redarguirlo sull'antisemitismo: «Certo lei ricorderà la notte in la cui lasciai nella Friedrichstrasse con grande tristezza. Se in questa faccenda avesse seguito il mio consiglio e il mio esempio, forse oggi Lei non sarebbe più in vita, ma avrebbe tutto il diritto di giudicarmi. Se io avessi seguito il suo consiglio e il suo esempio di sicuro non sarei più vivo».
Schmitt risponde laconicamente: «Capisco et obmutesco. Con antica e incrollabile amicizia». Ma nel diario travasa in inchiostro tutto il suo rancore: «Non è questo il sofisma di un egocentrico che vuole avere ragione a ogni costo? Un effetto postumo dei suoi esperimenti con la mescalina?».
Sempre più solo, Schmitt sublima la propria sfortuna proiettandola in figure leggendarie o mitologiche, in personaggi famosi della storia: in Machiavelli, chiamando San Casciano il proprio ritiro di Plettenberg; Epimeteo, che scoperchia il vaso di Pandora contenente mali e sciagure per l'umanità; Gellimero, il capo dei vandali sconfitto da Belisario.
Si identifica soprattutto con Benito Cereno, il capitano preso in ostaggio dalla sua ciurma: la sua nave, il San Dominick, è l'Europa disorientata e ormai al tramonto; il capitano rappresenta l'élite europea travolta dalle masse e dalle forze della dissoluzione, ha la funzione del catechon, la «forza che trattiene» l'avanzata del Male e dell'Anticristo di cui parla San Paolo.
Sotto i piedi del "sacerdote" la terra trema. Agli anni della disfatta seguono quelli della desolazione. A Schmitt rimane un solo interlocutore alla sua altezza: l'anarca Jünger. Il quale, per il Natale del 1972, gli risponde: «Il numero dei contemporanei con cui vale la pena di dialogare diminuisce rapidamente, specie in Germania, terra classica della filosofia».
L'età cementa il loro comune sentire. Svaniscono con il tempo i ruoli che hanno giocato. Né ballerino né sacerdote. La distanza -che le lettere sanciscono con il «lei»- si affievolisce per far posto a una sincera malinconia. «Il vero volto è riservato agli amici», scrive Jünger a Schmitt nell'aprile del 1981. E quando dall'incerta grafia, dall' «aria novembrina» delle lettere, percepisce che al compagno del secolare cammino stanno venendo meno le forze, si commiata con un'ultima commovente preghiera: «Aspetta ancora un po' prima di salire sulla barca di Caronte».




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