Bolscevismo e fascismo
44. Era importante - su queste basi - stabilire il rapporto con l'altra grande rivoluzione europea di quel decennio, quella bolscevica. L'attenzione di Cantimori per la rivoluzione russa fu assai precoce: ricorderà nel 1962 di averla mutuata proprio dai conservatori tedeschi (CS, 138), forse ancora dal Rohan, che nel '27 pubblicava sulla sua rivista Bolschewismus und Europa, [104] «un interessante e simpatetico resoconto (uno dei primi del tempo) di viaggio nell'Unione delle Repubbliche Socialiste» (Storici, 355), forse da quei gruppi della Germania giovane, in cui non mancavano interesse e simpatia verso alcuni aspetti del potere bolscevico (il contenuto 'idealistico' della rivoluzione, il ruolo dei capi, il loro realismo, il loro 'militarismo', il loro 'decisionismo', il carattere organico e gerarchico della società post-rivoluzionaria, l'Armata rossa come esercito nazionale, il nuovo ruolo di grande potenza che la Russia comunista andava assumendo). [105] Di questi gruppi Cantimori condivideva, già sul finire degli anni '20, il diffuso anticapitalismo come ostilità alla 'libertà economica', antimaterialismo, necessità di affermare i valori anche nel mondo meccanicistico dell'economia, rifiuto dell'«internazionalismo dell'oro e [di] quello verde della massoneria» (PSC, 29), ostilità verso la penetrazione del capitale americano e l'«americanismo» (PSC, 54, 59): il fascismo si poneva - a suo modo di vedere - come «paladino [...] di una nuova Rivoluzione, che ponga fine al plutocratismo materialistico moderno», lo stato corporativo era intimamente etico in quanto assimila e dirige ai suoi scopi morali la vita economica. Queste posizioni non si convertono - lo abbiamo visto - in un atteggiamento antimoderno, in una negazione pura e semplice del mondo meccanico, della tecnica, ma semmai nella necessità di farla propria e di assoggettarla ai propri scopi politici: «Occorre impadronirsene, farla serva della nostra civiltà, tutta questa forza ancora incomposta, o trarne gli elementi per una nuova cultura, per unirla alla nostra tradizione». Il corporativismo fascista è uno «sforzo importantissimo» in tal senso, perchè assimila «tutta la importanza della tecnica, alla quale le masse si volgono con desiderio ed ammirazione, ad un organismo superiore ed animato da una intensa vita morale, come è lo stato italiano» (PSC, 76).
Con queste convinzioni Cantimori cominciò a guardare con curiosità e interesse alla Russia sovietica (era la Russia del primo piano quinquennale): probabilmente una recensione di Croce gli segnalava il volume di René Fülöp-Miller del 1926 su Geist und Gesicht des Bolschewismus, poi tradotto nel 1931 da Malaparte, ma in modo incompleto e riassuntivo (CS, 138; Storici, 355); lesse con attenzione le corrispondenze dalla Russia che lo stesso Malaparte, direttore della Stampa, inviò al suo giornale nell'estate del 1929, condividendone la critica ad ogni visione di una Russia separata, o contrapposta all'Occidente europeo; anche l'eterodossa Technique du coup d'État dello scrittore toscano pubblicata a Parigi nel 1931 attirò la sua attenzione. Recensì libri di viaggiatori o diplomatici come Paolo Vita-Finzi (Peregrinus), di tecnici in missione economica come Gaetano Ciocca, di grandi studiosi europei come la Geschichte des Bolschewismus di Arthur Rosenberg, dei primi 'apostati' come Max Eastman, vecchio amico di Lenin, poi biografo e traduttore di Trockij (e futuro divulgatore di Hayek); nel '35 traduce per l'Archivio di studi corporativi di Bottai un saggio di Leontieff sul bilancio annuale sovietico, due anni dopo affida all'Enciclopedia italiana un'informata 'voce' sull'ordinamento scolastico dell'URSS; [106] su altri interventi torneremo poi. Ciliberto [107] e altri studiosi, prima e dopo di lui, hanno minutamente analizzato tutti questi articoli: non giova rifarlo qui, ma è importante coglierne il loro tono complessivo e inserirli nel coevo dibattito italiano.
45. In linea generale può dirsi che Cantimori è in una posizione sostanzialmente difensiva dell'esperienza sovietica: lamenta i difetti della cultura italiana «nei riguardi di tutto ciò che con notevole astrattezza vien chiamato 'marxismo' [...] o 'materialismo', 'sovversivismo', 'atomismo sociale', 'statalismo soffocatore delle energie individuali' e via dicendo» e ancora una volta rifiuta la critica 'reazionaria' del comunismo, di matrice cattolica, ma che è adottata anche in ambienti nazionalfascisti: «Si tende soprattutto, e non solo dai polemisti di tipo inferiore, ad ampliare, parafrasare, confortandola dei più vari argomenti, la vecchia affermazione del Sillabo, che univa in una sola condanna tutti i movimenti della mente europea moderna, dalla Riforma (ed implicite il Rinascimento) alla ipotetica ultima propaggine di essa, o 'Comunismo'». [108] Soprattutto, fin da ora, è estraneo a ogni critica di tipo 'liberale' al regime sovietico, sostanzialmente identificata in un atteggiamento scarsamente realistico, da 'anima bella': pensando, forse, anche all'esperienza del fascismo italiano, ammonisce che bisogna sempre rammentarsi «delle contraddizioni nelle quali s'avviluppa la realizzazione di ogni teoria e di ogni dottrina, contraddizioni che sono di ogni realizzazione storica di ideali, e sono tanto più grandi quanto più grande è la realizzazione e più vasti gli ideali». [109] Così al Vita-Finzi, oggi diremmo, 'anti-costruttivista', che, nell'ultima pagina del suo opuscolo, riconosceva nella rivoluzione sovietica il «più grande tentativo di deviazione degli istinti, di razionalizzazione della storia, il più grande atto di violenza che l'umanità sinora ricordi», Cantimori ribatteva che «all'individuo sofferente e sensibile, a chi coltiva la propria vita, a chi vuol seguire i propri istinti, ogni razionalizzazione deve apparire violenza; e che cos'è l'attività politica se non lo sforzo di organizzare, rendere razionale, rendere etico il contrastare e il trascinarsi delle passioni, dei sentimenti e dei bisogni personali? La razionalizzazione, quando sia intesa seriamente e non superficialmente, è liberazione, non è oppressione»; [110] posizione analoga, espressa in pubblico in nome del «pessimismo mussoliniano sulla natura dell'uomo», verrà ribadita anni dopo, nel 1938, quando stava per aderire al comunismo: «tutta la storia consiste nello sforzo di pochi capi per assoggettare gli uomini a certe dottrine o a certe idee, contro la loro natura, per costringere gli uomini a vincere la loro natura pigra e peccaminosa» (PSC, 713): non meravigli il lessico, si polemizza con un padre gesuita! La smithiana 'mano invisibile' gli apparve, allora e poi, una chimera ideologica: il presunto dominio che le passioni esercitano sulla razionalità individuale, e quindi sul suo agire, rende impossibile - a suo giudizio, ma si tratta di argomentazioni 'stataliste', per molti versi, tipiche - lo spontaneo formarsi di un ordine, anzi dà vita a un'irrazionalità senza freno: da qui l'esigenza di uno Stato supremo ordinatore della vita sociale. Anche nell'intervento che più sembra vicino a certe critiche anti-autoritarie, la recensione a Eastman, si denunzia, sì, la «tirannide bolscevica sulle menti», ma si ricorda che la burocratizzazione della cultura «è uno degli aspetti più immani della Russia e della Germania, pare, d'oggi», di fronte al quale son poca cosa le deplorazioni di Eastman : «Altro ci vuole, per uscire dalla polemica, sia pur giustificata, contro i sistemi di Stalin; [...] per combattere una Weltanschauung non basta il buon senso e la coscienza indipendente di puritano dell'arte, ma ci vuole un'altra Weltanschauung, o [...] altrimenti bisogna ridursi al silenzio [...]». [111]
46. Queste posizioni - giova ripeterlo - erano di un fascista, che si confrontava in positivo con l'esperienza sovietica, partendo dalla soluzione che, dei medesimi problemi, veniva data (o riteneva che venisse data) dallo stato corporativo italiano. Proprio per questo, Cantimori sosteneva fermamente che l'Italia fascista dovesse rifiutare il ruolo di baluardo dell'anticomunismo internazionale, che le destre reazionarie europee volevano affidarle, anzi riteneva esemplare la politica estera fascista, proprio per aver rifiutato, dalla ripresa delle relazioni diplomatiche del 1924 al patto di non-aggressione italo-sovietico del 2 settembre 1933, alla visita ufficiale di Litvinov a Roma nel dicembre successivo, ogni pregiudiziale ideologica nei rapporti con l'URSS: «E si giuoca con il babau della minaccia russa, - scriveva nel 1934, commentando la traduzione d'un libro tedesco - come se la politica italiana al proposito, iniziata molto tempo prima degli ultimi rinnovamenti e perfezionamenti di trattati, che rendono addirittura inopportuno questo libro, non avesse mostrato la via regia da tenersi a questo riguardo». [112] Per Cantimori i rapporti fra il fascismo italiano e il comunismo russo non sono di opposizione, ma di concorrenza: essi - scrive nel 1931 - sono «due movimenti nuovi, che si contendono in vario modo la conquista di un mondo vecchio» (PSC, 86), non un movimento vecchio (il fascismo) in antitesi a uno nuovo (il comunismo).
Queste non furono allora posizioni isolate: «Nel primo decennio dalla presa del potere, e particolarmente negli anni 1928-1934, il fascismo cercò effettivamente di fissare la propria immagine nello specchio di quella sovietica con l'intento di rappresentarsi e di comprendere quella esperienza. Per alcune correnti interne al fascismo, il sistema sovietico costituì un termine continuo di riferimento e di confronto che non si risolveva in una sorta di 'affabulazione ideologica'». [113] Alla fine del 1931 lo stesso Cantimori dichiarava che «una certa ammirazione e stima che alcuni fra i più intelligenti e vivaci scrittori del Fascismo dimostrano per i modi e lo svolgimento della Rivoluzione russa, derivano proprio da una noia estetica per la pacchianeria di certi atteggiamenti nostrani, e dalla ammirazione per la sicurezza con la quale i comunisti russi si proclamano e si mostrano rivoluzionariamente intransigenti, senza richiamarsi a principii più o meno immortali nel passato» (PSC, 114-115). Alludeva probabilmente all'appassionata discussione, che si era svolta su Critica fascista dal 15 settembre, sui rapporti fra fascismo e bolscevismo, in cui - se praticamente tutti avevano ammesso la dimensione collettivistica dell'economia nuova che doveva emergere dalla crisi del liberalismo - non pochi autori avevano anche individuato una convergenza fra i due sistemi; [114] ma anche alle posizioni di Camillo Pellizzi, «il geniale sostenitore della 'concezione aristocratica del fascismo'», [115] un intellettuale a cui guarda con insistenza in questi anni, anche per quella nota 'tecnocratica' (il fascismo come 'aristocrazia delle competenze') che sembra talora affascinarlo, e soprattutto a quelle di Ugo Spirito, che con accenti simili a quelli di Cantimori avrebbe, di lì a pochi mesi, concluso la relazione scandaleuse al convegno di Ferrara.[116]
[104] Su questo scritto cfr. Hoepke, La destra tedesca, 68 nota 81.
[105] Mohler, La rivoluzione conservatrice, 56-61, 160-164; L. Dupeux, Stratégie communiste et dynamique conservatrice. Essai sur les différents sens de l'expression «National-bolchévisme» en Allémagne, sous la République de Weimar (1919-1933) (Paris: Librairie Honoré Champion, 1976), 244-363.
[106] La rec. di Croce a R. Fülöp-Miller, Geist und Gesicht des Bolschewismus. Darstellung und Kritik des kulturellen Lebens in Sowiet Russland (Wien, 1926), comparsa sulla Critica nel 1926, è ora in Croce, Nuove pagine sparse, II, 249-251; sulle corrispondenze russe di Malaparte, poi raccolte nel vol. Intelligenza di Lenin (Milano: Treves, 1930), cfr. D. Cantimori, «Europa», in Pattuglia, I, 22 (5 ottobre 1929), 1 (cfr. Appendice III); sulla sua Technique, cfr. Studi, 626 e Id., «Il 'Machiavelli'», in Belfagor, 16 (1961): 749-757, 754. La rec. a Peregrinus [ Vita Finzi], Grandezza e servitù bolsceviche. Sguardo d'insieme all'esperimento sovietico (Roma, 1934) è in Leonardo, 5 (1934): 275-276. Questo libretto non merita, né per la personalità dell'autore, né per il contenuto, né per la sede ove fu in parte anticipato (La Cultura, 11 [1932]: 560-580) la definizione di «grossolano opuscolo di propaganda fascista», opera di un «anonimo scrittore del regime» che da Berengo («La ricerca storica di Delio Cantimori», 937) in poi gli è stata attribuita dalla critica cantimoriana: in proposito si veda L. Zani, «L'immagine dell'URSS: i viaggiatori», in Storia contemporanea, 21 (1990): 1197-1223, 1201 nota 16, 1202-1203, 1223 e le memorie dello stesso Vita-Finzi, Giorni lontani (Bologna: Il Mulino, 1989). La rec. a G. Ciocca, Giudizio sul Bolscevismo (Come è finito il Piano Quinquennale) (Milano, 1933) è in Leonardo, 4 (1933): 542-543: sul Ciocca, ingegnere della Riv-Officine di Villar Perosa e la sua missione in Urss nel 1930-31 per la costruzione di una fabbrica di cuscinetti a sfera a Mosca, cfr. M. Cecchini, «Due missioni tecniche italiane in URSS 1930-1936», in Storia contemporanea, 18 (1987): 731-765, 731-747. La Geschichte des Bolschewismus di Rosenberg fu recensita nell'edizione tedesca (Leonardo, 4 [1933], 78-81) e nella traduzione italiana (Firenze: Sansoni, 1933) in La nuova Italia, 4 (1933): 354-356: la prima rec. è l'unico scritto cantimoriano di questi anni dedicato all'URSS e al bolscevismo raccolto in PSC (137-141). La rec. a M. Eastman, Artists in Uniform. A Study of Literature and Bureaucratism (London, 1934) è in Leonardo, 6 (1935): 86-87. La traduzione di W. Leontieff, «Il bilancio unitario statale dell'URSS per il 1935 (valuta e livello dei salari)», è in Archivio di studi corporativi, 6 (1935): 301-311. La voce «U.R.S.S. - Ordinamento scolastico» è in Enciclopedia italiana, XXXIV, 829.
[107] Ciliberto, Intellettuali e fascismo, 54-62, 96-105.
[108] D. Cantimori, rec. Rosenberg, Storia del bolscevismo, 355-356. Questa volontà difensiva porta Cantimori ad affermazioni contraddittorie: contro l'identificazione di comunismo e anarchia, compiuta da un polemista cattolico, il recensore ricorda che «lo statalismo assoluto comunistico è agli antipodi dell'autarchia decentralizzata anarchica» e «nella fattispecie, il Lenin si fece vanto spesso d'avere spuntato le armi degli anarchici con una spregiudicata autocritica» (PSC, 705). Nello stesso 1933, alle accuse di accentramento statalistico del Ciocca, risponde che «il bolscevismo, o comunismo leninistico, nega addirittura lo Stato, e quanto alla situazione provvisoria, storicamente condizionata, della dittatura del proletariato, basterà per tutto ricordare la teoria leninistica che lo Stato è un prodotto della inconciliabilità dei contrasti di classe» (rec. Ciocca, 542).
[109] Rec. Ciocca, 543.
[110] Rec. Peregrinus, 276.
[111] Rec. Eastman, 86-87: per questa rec. cfr. L. Canfora, Ideologie del classicismo (Torino: Einaudi, 1980), 73-74. Su Eastman, fra i primi critici dello stalinismo, cenni interessanti in F. A. von Hayek, La via della schiavitù, trad. it. di D. Antiseri e R. De Mucci (Milano: Rusconi, 1995), 73-74.
[112] D. Cantimori, rec. di G. Ritter von Kreitner, Altri 467 milioni di Bolscevichi? (Venezia, 1933), in Leonardo, 5 (1934): 137.
[113] G. Petracchi, «'Il colosso dai piedi d'argilla': l'URSS nell'immagine del fascismo», in L'Italia e la politica di potenza in Europa (1938-1940), a cura di B. Vigezzi, R. Rainero e E. Di Nolfo (Milano: Marzorati, 1985), 149-170, 150, che afferma: «Nel complesso [...] l'immagine della Russia resa dalla pubblicistica degli anni 1928-35 non fu una piatta acritica cristallizzazione dei luoghi comuni antibolscevichi, ma una rappresentazione mossa e variegata, dove le azioni dei bolscevichi non erano rappresentate come malvagie e assurde, dove si era raggiunto qualche sorta di contatto con la mentalità di coloro a cui ci si interessava. E dove proprio dai fascisti veniva fatta giustizia dei luoghi comuni a tanta cultura europea, che il bolscevismo fosse un fenomeno puramente asiatico, un regime di tirannia e di disordine materiale e morale» (153). Molte notizie anche in R. Quartararo, «Roma e Mosca. L'immagine dell'Urss nella stampa fascista (1925-1935)», in Storia contemporanea, 27 (1996): 447-472. Per un'impostazione generale delle relazioni fra il regime fascista e quello bolscevico, cfr. G. Petracchi, La Russia rivoluzionaria nella politica italiana. Le relazioni italo-sovietiche 1917-25, pref. di R. De Felice (Bari: Laterza, 1982), 225-232.
[114] S. Panunzio, «La fine di un regno», in Critica fascista, 9 (1931): 342-344; seguirono L. Ingianni, «La Rivoluzione Fascista lo spirito e gli interessi» (381-383); R. Fiorini, «A proposito dell'antitesi Roma o Mosca» (383-385); M. Rivoire, «Affinità ed antitesi fra Roma e Mosca» (411-414); A. Luchini, «Obbiezioni al neo-moscovitismo (Lettera a Bottai sulla moscofilia)» (432-434); B. Spampanato, «Roma e Mosca contro la vecchia Europa» (434-436); L. Ingianni, «Nettissima antitesi» (455-457); A. Tosti, «L'abisso» (457-459). Si aggiunga l'art. elogiativo di M. Da Silva, «Il 'compagno' Koba detto Stalin» (476-477). Su questi dibattiti, cfr. De Felice, Mussolini il duce. Gli anni del consenso, 3-19; A. J. De Grand, Bottai e la cultura fascista (Bari: Laterza, 1978), 102-103, 168-169 e passim; F. Malgeri, Giuseppe Bottai e «Critica fascista», presentazione di G. De Rosa (S. Giovanni Valdarno: Landi, 1980): LXXXVIII e note 185 e 186.
[115] D. Cantimori, «Passaporto per l'impero» cit. supra alla nota 89, alludendo a C. Pellizzi, Fascismo-aristocrazia (Milano, 1925). Cantimori trova e apprezza in Pellizzi anche la condanna del nazionalismo (PSC, 84-85). Coevi agli articoli di Cantimori su Vita nova, di cui si è discorso ripetutamente nel testo, sono i quattro di Pellizzi sul Selvaggio (30 ottobre 1931-1 maggio 1932) su i quali ha richiamato giustamente l'attenzione De Felice, Mussolini il duce. Gli anni del consenso, 239-241, in cui, fra l'altro, si affermava che «il fascismo è, nella sua intima e universale significazione, un comunismo libero» e che «il comunismo fascista si chiama corporativismo» (ibid., 241 nota 1). Si ricordi che Cantimori era lettore ed abbonato dell'Italiano e del Selvaggio (CS, 137). Questa ammirazione giovanile per Pellizzi e queste consonanze (bisognerebbe anche appurare se ci siano stati allora rapporti personali) potrebbero contribuire a spiegare la collaborazione di Cantimori a Civiltà fascista nel 1940-42, quando (aprile 1940) la rivista e l'Istituto nazionale di cultura fascista, di cui essa era organo, passarono sotto la sua direzione: cfr. Belardelli, 401-402. Su Pellizzi si deve lamentare l'assenza di uno studio complessivo: comunque non poche notizie sulle sue posizioni si trovano in R. Suzzi Valli, «Il fascio italiano a Londra. L'attività politica di Camillo Pellizzi», in Storia contemporanea, 26 (1995): 957-1001, per gli anni Venti; G. Longo, «La presidenza di Camillo Pellizzi all'Istituto nazionale di cultura fascista (1940-1943)», ibid., 24 (1993): 901-948.
[116] « Il fascismo è troppo aderente alla storia per negare sic et simpliciter il socialismo, questo lievito sociale che colorisce la vita politica da tanti decenni: il fascismo anzi rivendica a suo grande titolo di merito l'aver risolto in sé le esigenze più vitali del movimento socialista, riconoscendo giuridicamente i sindacati e ponendo alla pari capitale e lavoro. Inutile quindi scandalizzarsi al solo nome del socialismo quando si ha fede in un regime che ha tanta forza da accogliere e inverare lo stesso socialismo. E non credo perciò che si renda un buon servigio al fascismo quando lo si contrappone in maniera affatto antitetica al bolscevismo, come il bene al male o la verità all'errore. Noi siamo oggi l'unica nazione che può giudicare con serenità la rivoluzione bolscevica, perché siamo l'unica nazione che ha già fatto suo e può, senza preconcetti o limiti estrinseci, continuare a far suo quanto di vivo e fecondo si trova nella grande esperienza russa.[...] Se oggi le energie in cui si esprime il nuovo orientamento politico sono fascismo e bolscevismo, è chiaro che il domani non sarà di uno di questi due regimi in quanto avrà negato l'altro, ma di quello dei due che avrà saputo incorporare e superare l'altro in una forma sempre più alta. E nulla può esservi di più pericoloso, ai fini di questo superamento, che l'insistere in un'astratta contrapposizione che svaluta il fascismo agli occhi dei simpatizzanti del movimento socialista e bolscevico, e insieme ingrandisce e innalza l'ideale bolscevico agli occhi di chi va in cerca del nuovo. Di fronte ai ribelli e agli scontenti, che dipingono il fascismo come reazione e che in tutta Europa guardano con aperto o con malcelato compiacimento agli eventi della Russia, e di fronte ai giovani, che, sempre protesi al futuro, sono in qualche modo accarezzati dal fascino di una esperienza più radicale, il fascismo ha il dovere di far sentire che esso rappresenta una forza costruttrice che va storicamente all'avanguardia e che si lascia alle spalle, dopo averli riassorbiti, socialismo e bolscevismo» (U. Spirito, «Individuo e Stato nell'economia corporativa», in Capitalismo e corporativismo, [Firenze: Sansoni, 1933], 3-15, 14-15).




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