La commozione, la partecipazione, il dolore sono inevitabili.
Il sacrificio di vite giovani di gente impegnata in un lavoro non facile, dai confini non ben definiti, in luoghi lontani da casa, in un ambiente ostile e pericoloso, non può che toccare le corde più profonde dell'emozione anche in chi è solito a un approccio il più razionale possibile alle vicende umane. Poi però la ragione ritrova il suo posto e allora non si può evitare di pensare che quei ragazzi avevano l'etichetta ingannevole di una missione di pace ma erano in zona di guerra, erano ufficialmente là per aiutare ma stavano sotto il comando degli occupanti, tutti sapevano e ripetevano che fossero nel mirino dei terroristi ma erano sistemati in un luogo molto poco protetto e contavano sul fatto che tanto agli italiani vogliono bene tutti.
Quindi, se non si può non piangerli, non si deve affogare questa tragedia nel sentimento, quel vischioso orgoglio collettivo che ispira l'idea di avere anche noi i nostri eroi che ci uniscono al di sopra di tutte le nostre lacerazioni, perché di questo sentimento si fanno scudo i veri responsabili di queste morti e ne approfittano per trasformare in comodi miti le povere vittime di scelte consapevoli e sbagliate. Bisogna quindi strappare il velo delle lacrime che nasconde la realtà e avere il coraggio di denunciare la vera qualità della nostra "missione" in Iraq: inviata in fretta, a guerra appena finita, in spregio a mezza Europa e alle Nazioni Unite, saltando sul carro del presunto vincitore nella speranza di condividerne i frutti ma riuscendo solo per ora a condividerne le perdite e i lutti, è stata in realtà una missione costosa e improvvisata, generosa negli uomini ma equivoca nella forma, avvolta in un tricolore mirante a solleticare un amor di patria che viene poi ogni giorno irriso e vilipeso da buona parte di coloro che questa missione hanno voluto e deciso.
Se qualche forma di unità ci viene da quelle morti, proprio il caro prezzo a cui l'abbiamo pagata deve far sì che si tratti di un'unità ritrovata nell’impegno per una soluzione pacifica dei problemi dell’Iraq e dell’intera area, che riproponga il ruolo dirigente e responsabile dell’Onu, e conduca il popolo iracheno ad essere presto, finalmente e davvero padrone di se stesso e delle proprie scelte.