Caro direttore, in seguito alla morte dei 19 soldati in Iraq si rende necessario accertare, in base al codice penale di guerra, le eventuali e presunte responsabilità dei comandanti, dal Capo di Stato Maggiore della Difesa in giù. Infatti, l'art. 97 del codice penale di guerra dice che "Il comandante, che per colpa, si lascia sorprendere dal nemico, è punito con la reclusione militare da uno a cinque anni. La condanna importa la rimozione". Il seguente art. 98 aggiunge che "Il comandante che, per colpa, omette di provvedere ai mezzi necessari alla difesa del forte, della piazza, dell'opera, del posto, della nave o dell'aeromobile, di cui ha il comando, ovvero trascura di porli in stato di resistere al nemico, è punito con la reclusione militare fino a tre anni. La reclusione militare è da uno a cinque anni, se dal fatto è derivato danno al servizio militare. La condanna importa la rimozione".
Tirare in ballo il codice penale militare di guerra può sembrare anacronistico, tanto più che si pensava fosse ormai relegato da anni nella polvere della storia. Non è così. Infatti è giusto che la giustizia militare accerti se tutti i comandanti militari, ad ogni livello, hanno posto in essere quelle cautele appena ricordate dai citati artt. 97, 98 e 99. Perché questi accertamenti abbiano buon fine è sufficiente confrontare le difese passive che si sono realmente approntate per difendere la caserma di Nassiriya con quelle previste da apposite disposizioni interne. E' evidente che una discrepanza tra le difese previste e quelle realmente adottate possono far scattare la fattispecie criminosa prevista dal codice penale militare di guerra che, però, purtroppo, è esperibile solo su richiesta del ministro della Difesa, ai sensi dell'art. 248 della procedura penale militare di guerra.
Insomma, nell'eventualità che si volesse incriminare dei comandanti per non aver fatto quanto dovevano per proteggere le vite dei loro soldati, agendo in difformità alle disposizioni interne che regolano la predisposizione delle difese passive e quant'altro (si pensi all'ubicazione di una caserma al centro della città che, per la sua posizione, può essere automaticamente circondata da forze avversarie ed al fatto che, in caso di bombardamento, possono perdere la vita sia i militari che sono all'interno, sia gli innocenti civili che vi passano o abitano accanto), sarà il ministro della Difesa che dovrà promuovere la relativa azione penale. E' evidente che per fare ciò dovrà quantomeno costituire una commissione interna tesa ad accertare le relative responsabilità, rifuggendo da ogni tentativo autoassolutorio.
Intanto i vertici militari della Difesa sembrano essersene tirati fuori, facendo sapere che è stato fatto tutto il possibile per evitare quelle morti. A parte la doverosa istituzione di una Commissione parlamentare d'inchiesta, con poteri analoghi a quelli della magistratura, l'ultima parola spetta ora al ministro della Difesa perché appronti quanto prima la richiesta di procedimento ed alla tenacia dei familiari dei caduti.
Valerio Mattioli
appuntato dei Carabinieri
Liberazione 20.11.03




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