Finalmente trovate le famose armi di distruzione di massa. Hanno tamponato un isolotto alla Maddalena, in Sardegna, senza nemmeno fare la constatazione amichevole. Un sottomarino nucleare americano che pesa quasi 7.000 tonnellate è un bel giocattolino costoso che serve, manco a dirlo, a difenderci dai cattivi. Tutti quei cattivi che stanno nelle acque della Sardegna, estremisti saraghi, militanti della jihad gamberetta. Le astute autorità italiane, sempre vigili, hanno appreso la notizia da un piccolo quotidiano locale americano, situato a circa diecimila miglia dall'incidente, e al momento non sono nemmeno in grado di stabilire quando è avvenuto il tamponamento, forse il 17 ottobre, forse il 25. In questi casi la tempestività è tutto. E infatti: se l'incedente fosse stato irreparabile, nel giro di qualche centinaio di chilometri ora non ci sarebbe nessuno in grado di protestare. Oscurata dai terribili bollettini provenienti dal fronte iracheno, la notizia ha preso qualche timido colonnino sui giornali, ben nascosta tra il cordoglio e la retorica. Di più: dell'incidente si è saputo a causa della rimozione di un paio di alti papaveri yankee, giudicati incapaci di fare manovra con un sottomarino e quindi rimossi.
E' l'unico segnale che il possibile disastro non era poi così disastroso: probabilmente se ci fossero state vittime o fughe radioattive o catastrofi nucleari, gli alti papaveri sarebbero stati promossi, come è successo ai piloti del Cermis, che dopo aver ammazzato degli sciatori europei hanno finalmente fatto carriera. Unico ad avanzare qualche timida protesta, con tre settimane di ritardo, il ministro dell'ambiente Matteoli, un po' seccato - ma comprensivo nei confronti dell'imbarazzo americano - dal fatto che i nostri "alleati" non ci dicano niente di quello che fanno e disfano sul nostro territorio giocando con l'energia atomica e probabilmente anche con le testate nucleari. Del resto, questo ministro Matteoli è lo stesso prestigiatore che si diletta, in questi giorni con le scorie nucleari, alle quali ha finalmente trovato un posto. A duecento metri dal mar Jonio premiato con la bandiera blu e a centocinquanta dai alcuni villaggi turistici, a Scanzano Jonico, intende seppellire tutte le scorie radioattive italiane. Lì si coltivano fragole e kiwi, si aspettano decine di migliaia di bagnanti, si realizza un'economia locale fatta di agricoltura e di ospitalità: quale posto migliore per portarci tutta la merda nucleare del regno? Si obietta che il luogo non è zona sismica, bella pensata: e allora perché non fare a Scanzano Jonico anche il ponte di Messina? Ribatte qualcuno che è meglio avere una sola sede per le scorie nucleari che tante sedi sparse in giro per l'Italia, che lo stesso ministro definisce "temporanee" e i suoi tecnici "inadeguate". Per capirci: meglio scippare in silenzio un angolo di Basilicata che impestare (sempre in silenzio, mi raccomando) centinaia di paesi italiani dove le scorie radioattive riposano oggi in depositi insicuri, magazzini anonimi, forse scatole in cartone. Questo, secondo il ministro (e i servili cronisti che lo intervistano) dovrebbe rassicurarci; un po' come ci rassicura il fatto che la Maddalena sia un parco nazionale inviolabile dall'uomo. Insomma, un'oasi incontaminata - ma contaminabile - per sottomarini americani.
Con una certa astuzia figlia dei tempi, i sostenitori della Lucania atomica dicono che il nuovo sito sarà supersicuro, scintillante, a prova di bomba e anche (ma tu guarda) di "attacco aereo", forse insinuando che così non potrà far danni nemmeno l'imam di Carmagnola con il suo amico bin Laden. Già s'immagina il sollievo della popolazione: avremo kiwi fosforescenti e fragole con le corna, d'accordo, però al Qaeda ci fa un baffo, tié.
Quanto ai bagnanti, peggio per loro, c'è il libero arbitrio e non lo dice mica il dottore che si deve andare ad abbronzarsi a Scanzano Jonico. Possono sempre andare alla Maddalena, no?

Alessandro Robecchi
Il Manifesto 15.11.03