Data invio: martedì 18 novembre 2003 8.53
Oggetto: Morire per l'Eni e per il petrolio
E per 15.000 ? al mese (i graduati).
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L'ospedale italiano e' a Bagdad. Cosa hanno di cosi importante da difendere i Carabinieri "in missione di pace" a Nassiryah? Per capirlo, leggete questi articoli tratti da siti specializzati nel settore petrolio..
ENI Looking to Iraqi Oilfields
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Friday, May 30, 2003 - Eni is very interested in the situation in Iraq and have an eye out for the oilfields in the southern province of Nassirya. "We know the (Nassirya) area very well. We have the technology and expertise needed to develop those (oil) fields, together with the Iraqis," Chief Executive Vittorio Mincato told a shareholder meeting. The CEO cautioned that the current political and economic situation was not conducive to long-term investing and he wants to make sure that there will be a return on investment in the future.
He said Iraq needs huge investments. "We have invested some $5 billion in (the Caspian project) Kashagan. In Iraq the figure would be similar." There is speculation that ENI and Repsol-YPF could be jointly awarded a contract for Nassirya. EnI declined to comment on the speculation. Mincato said any investments won't be made in the short term. "I believe there won't be anything concrete earlier than a year from now," he said.
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tratto da "Rigzone"
http://www.rigzone.com/news/article.asp?a_id=6822
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ENI and Repsol-YPF could receive Iraqi oil contract
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02-06-03 Italy's ENI and Spain's Repsol-YPF could jointly receive a $ 1.9 bn oil contract in a 2.6 bn-barrel Iraqi oil field in the southern Nassirya province. A report also said other oil majors are in pole position to clinch other oil-production contracts elsewhere in Iraq.
It said oil companies including UK companies BP, BG Group, and US firms ChevronTexaco and ExxonMobil, had held contract-related talks with Iraq's oil minister Thamir Ghadhban.
ENI CEO Vittorio Mincato, since the US-led war ended in Iraq, has avoided making specific remarks on any potential business opportunities in the country.
Mincato recently said ENI, like any other large oil company, is interested in Iraqi oil, adding he believes the awarding of contracts will be fair and not favour specific companies.
Source: Dow Jones
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tratto da "Alexander's Gas & Oil Connection"
http://www.gasandoil.com/goc/company/cnm32619.htm
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Articolo tratto da "Il Nuovo" di aprile:
Petrolio iracheno: chi rischia di perdere l'affare
Prima della guerra molte compagnie petrolifere avevano stipulato contratti per lo sfruttamento del petrolio. C'erano anche Russia, Francia e Italia. Ma la guerra potrebbe aver cambiato gli scenari
- IRAQ: UNA "TORTA" DA $21 MILIARDI
Un anno per rivedere l'oro nero sul mercato
- "SUL PETROLIO DECIDERÀ L'ONU"
MILANO - La guerra in Iraq volge al termine e si apre la corsa ai ricchi pozzi petroliferi. Prima dell'inizio del conflitto parecchie società straniere avevano stipulato contratti per lo sfruttamento dell'olio nero o stavano intrattenendo negoziati per l'estrazione del greggio. Tra le principali società figurano quelle francesi, russe, giapponesi, coreane, turche, cinesi, siriane e vietnamite. Ci sono anche gli italiani, con l'Eni; solo una società americana e nessuna britannica. Inoltre, molti degli accordi risalgono a diversi anni fa e non sono mai diventati operativi.
La fine del conflitto - con la vittoria delle truppe angloamericane - potrebbe cambiare gli equilibri esistenti sullo sfruttamento delle risorse petrolifere. In pratica, alcuni dei contratti esistenti potrebbero diventare carta straccia e comunque l'incertezza legata all'amministrazione politica dell'Iraq potrebbe portare in pole position le società Usa e quelle del Regno Unito.
La seguente tabella, realizzata dalla Caboto, offre una sintesi dei principali campi petroliferi iracheni indicandone capacità produttiva, costo e società che ne hanno ottenuto la concessione o che era in avanzata trattativa per ottenere una concessione di sfruttamento.
* TotalFinaElf (Francia)
Lukoil(Russia)
Zarubezhneft (Vietnam)
Mashino Import (Russia)
Eni (Italia)
Repsol (Spagna)
BHP (Australia)
CNPC (Giappone)
South Korea Consortium (Sud Corea)
Shell (Usa)
Nexen(Francia)
Petronas (Malaysia)
Crescent (Usa)
Salvneft (Russia)
Sonatrach (Algeria)
Reliance (India)
Pertamina (Indonesia)
TPAO (Turchia)
Japex (Giappone)
Stroyexport (Russia)
Bow Canada (Canada)
Pacific (Usa)
Sidanco (Russia)
Perenco (Europa)
Bashneft (Russia)
Tatneft (Russia)
Syrian Petroleoum Company (Siria)
ETAP (Francia)
(16 APRILE 2003, ORE 9.30)
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Vittorio Mincato, a capo dell'ENI, ammette senza imbarazzo l'interesse del maggiore e unico gruppo energetico italiano verso la zona di Nassiriyah. "I colloqui - fa sapere Mincato - sono in corso". Caso vuole che proprio Nassiriyah sia la zona dove sono stati stanziati i militari italiani per proteggere l'ospedale. Sarà stata forse la distrazione. Ma l'unico ospedale italiano in questo momento si trova a Bagdad. Domanda: i 15 carabinieri sono morti per portare la pace o per strappare alla TotalELfFina (in affari con Saddam prima della guerra) una quota nei contratti di sfruttamento petroliferi?
In compenso la produzione del petrolio è stata affidata ad una troika presieduta da Philip Carroll, ex amministratore delegato della Shell.
Qual'è il prossimo paese da democratizzare?
Eccolo!
è la Guinea Equatoriale, dove un dittatore da operetta, già definito una bestia dal Dipartimento di Stato, sta firmando contratti su contratti con le oil company americane, godendo dell'assistenza militare Usa, mentre finanzia il "terrorismonegli stati confinanti.
da "Nigrizia"
Marzo 2003.
Un deputato repubblicano alla testa di una sottocommissione sull'Africa della Camera dei Rappresentanti dichiara al Forbes Magazine di New York: "È molto, molto difficile immaginare un Saddam Hussein in Africa". Il californiano Ed Royce mostrava così di conoscere ben poco quel continente. Prendiamo la Guinea Equatoriale. Il dittatore di Malabo celebra volentieri il proprio talento di capo di Stato. "Noi siamo un paese che si può definire democratico - ha rivelato al World Investment News (ottobre 2002) -. La democrazia da noi è interpretata come libera espressione del popolo, e il popolo non si sente frenato in materia di libertà di movimento, di espressione, di voto, di opinione". Alla domanda di Jeune Afrique L'intelligent di Parigi "chi è uno straniero?", Teodoro Obiang Nguema Mbasogo risponde: "Colui che non appartiene alla mia famiglia", e, sui rapporti con il Fondo Monetario Internazionale: "Ci ha chiesto di dichiarare l'ammontare dei proventi del petrolio depositati nelle banche internazionali. Ho risposto che è un segreto di Stato".
Secondo il Los Angeles Times, all'inizio del 2003 Obiang Nguema possedeva nella Riggs Bank di Washington fra i 300 e i 500 milioni di dollari. Ai quali erano da aggiungere due residenze private da 4 milioni di dollari nei dintorni di Washington e altre ville in Francia, alle Canarie, in Gabon, per non parlare di altri conti bancari in Europa, che gestisce personalmente. A Londra, la ong Global Witness si domanda perché le compagnie petrolifere versino gli accrediti sulla Riggs Bank e non al Ministero del Tesoro. Obiang e il suo clan, inoltre, si fanno abitualmente pagare degli anticipi sulla produzione futura, ipotecando così anche un eventuale nuovo regime democratico. Dei 103 figli attribuiti a Obiang, il primo avuto dalla prima moglie, Teodorin, è il più conosciuto. Ministro dal 1999, si fa chiamare patrón. A Los Angeles possiede una villa da 5,8 milioni di dollari. Ma ha anche un alloggio sulla 5th Avenue di New York. A Malabo ha da pochi mesi una Rolls Royce, la prima entrata nel paese. Preferisce lasciare parcheggiate in Europa le sue Bentley, Ferrari Testarossa, Lamborghini, Mercedes. Nel 1995, la Depêche internationale des drogues aveva rivelato i suoi problemi con dogane e polizie di Parigi e New York. Intanto il Mao - Movimento degli amici di Obiang - nel 2002 si è rallegrato per la "brillante gestione del settore petrolifero" da parte del presidente, a vantaggio dell'intera popolazione. Diverse risoluzioni del Mao condannano l'illegalità, raccomandano il consolidamento di un clima di pace, lo sviluppo della tolleranza e del dialogo, e anche di innalzare due basiliche in onore della Madonna.
Oltre ai mercenari marocchini che lo proteggono dal suo popolo, Obiang Nguema fa ricorso a consiglieri stranieri. Lo sciita libanese Hassan Hachem ha il monopolio dell'importazione di cemento ed è complice dell'immatricolazione di velivoli stranieri (tra cui quelli del trafficante russo d'armi Viktor Bout) con bandiera guineana. Stipendiato da Obiang, Bruce McColm, pubblicista legato al gruppo di pressione americano African Global Partners, è suo consigliere in democrazia e diritti umani, e garantisce servilmente la "regolarità" delle farse elettorali e giudiziarie.
La realtà è che il popolo è ostaggio di un regime nepotista. Quando era presidente suo zio Francisco Macías Nguema, che avrebbe poi detronizzato nel 1979, Obiang Nguema era al vertice dell'esercito, governatore dell'isola di Fernando Poo e direttore delle prigioni.
Il governo da lui costituito nel febbraio scorso è esemplare: per un paese di 500mila anime, ci sono 50 ministri, per metà provenienti dal feudo del dittatore - Mongomo e provincia -, buona parte dei quali amici personali o parenti. Ne fanno parte otto baroni dell'opposizione addomesticata, ma nessun rappresentante dell'opposizione democratica. Teodorin è proprietario di tre aziende di legname, presidente di TotalFinaElf Guinée Équatoriale e segretario del Partito democratico della Guinea Equatoriale (Pdge), di cui il papà è presidente e la mamma dirigente della sezione femminile. Mentre il suo fratellastro Gabriel Obiang Lima - figlio della moglie santomense del padre - è coordinatore della gioventù del partito, nonché Segretario di Stato agli Idrocarburi.
Il figlio Ruslan Obiang Nsue è direttore del Ministero della gioventù e dello Sport, mentre lo zio Manuel Nguema Mba è ministro delegato dell'Interno. Il nipote Baltasar Engonga Edjo è ministro dell'Economia. Il cugino Marcelino Owono Edu è ministro delle Finanze. Il nipote Melchor Esono Edjo, Segretario di Stato e Tesoriere Generale dello stato - personaggio chiave per la fuga delle rendite del petrolio -, è vicesegretario del Pdge. Il genero Marcelino Oyono Ntutumu è responsabile del Ministero delle Comunicazioni. Un altro genero, Secundino Ayono Aguong, è alla Giustizia e Culto. Agli Esteri c'è un cognato, Pastor Micha Ondo Bile, già ambasciatore a Washington e a Madrid, e a suo fianco lavora Victoriana Nchama Nsue Okomo, sorella maggiore della prima moglie del generale-presidente. Sempre da Mongomo viene il ministro delegato al Commercio, Mariano Esono Ondo (moglie e figlie hanno conosciuto le galere di Brasile e Spagna per traffici di droga).
Dopo la formazione di questo governo che è detto di unità nazionale, Obiang Nguema ha concluso: "La democrazia è oggi una realtà". Gli fa eco l'ambasciatore americano George McDade Staples: "Le relazioni tra i nostri paesi sono eccellenti, come sempre". Apoteosi: un curioso "Parlamento mondiale per la sicurezza e la pace" di Palermo, di cui Obiang è vicepresidente, gli ha conferito la "Medaglia d'oro della libertà dei popoli". L'indiana Human Rights Features segnala che una coalizione di stati africani poco democratici e di paesi occidentali, anestetizzati dal petrolio o ansiosi di mettere l'Onu alle corde, ha abolito nel 2002 il mandato di rapporteur sulla Guinea Equatoriale, benché la repressione continui. Al momenti di ritirarsi, il rapporteur Gustavo Gallón ha elencato i principali mali del regime nguemista: diritti umani violati, insicurezza giuridica assoluta, intolleranza dell'opposizione politica, sistema a partito quasi unico e su base militare, arresti di massa e altro ancora. Mentre il Pnud, il Programma Onu per lo sviluppo, catalogava la Guinea Equatoriale tra i paesi "non liberi".
Prima ancora che l'anno sia terminato, il 2003 già tracima di denunce. L'assemblea parlamentare Acp/Ue esige la liberazione dei detenuti politici e l'avvio di un processo di democratizzazione "reale e verificabile". Il Parlamento Europeo chiede che cessino le "persecuzioni dei membri dell'opposizione e delle loro famiglie, nonché l'instaurazione di un vero ordinamento democratico e il consolidamento dello stato di diritto". Human Rights Watch di New York denuncia "l'ordine del bavaglio". L'agenzia di stampa Afrol fa un bel quadretto della "peggiore dittatura d'Africa".
Da Parigi, Reporter senza frontiere presenta Obiang Nguema come "predatore" della libertà d'informazione, e da Washington la Freedom House etichetta questo paradiso tropicale come uno degli undici peggiori regimi al mondo. L'Africa Research Bulletin di Londra richiama l'attenzione sulla corruzione, che non è cosa nuova ma si muove ora su cifre di gran lunga più consistenti.
E non a caso: l'estrazione di petrolio pro capite è più cospicua che in Arabia Saudita. La Guida dei rischi della Compagnia francese di assicurazione del Commercio Estero dà la Guinea Equatoriale come uno dei paesi meno sicuri per gli investitori. Forbes Magazine aggiungeva che "l'Iraq non è l'unico paese dove un despota abbia il trono su una riserva di petrolio", domandandosi "come faccia Exxon Mobil a mantenere piene le sue pipeline senza sporcarsi le mani". "Incapace di democratizzarsi", è il giudizio dell'Internazionale Liberale sul regime nguemista. Ed è l'opinione delle chiese.
Per il Catholic Relief Services, la maggioranza dei guineani non ha accesso alla sanità di base. A Madrid, Antena Misionera parla di una ex colonia spagnola controllata da società straniere che non s'importano dell'autoritarismo politico e della crescita della povertà. La rivista spiritana Nouvelles du Monde così stigmatizza il regime: "L'Internazionale Socialista e l'Internazionale Democristiana lo accusano da anni e anni di proibire ogni attività sindacale... senza che ciò impedisca al Corporate Council for Africa, dal quale esce l'85% dell'investimento privato nel continente, di sostenere che la Guinea Equatoriale rappresenta una enorme opportunità per le compagnie americane. La texana Halliburton, specializzata in perforazioni petrolifere, fa affari d'oro con la benedizione del regime guineano". L'Alleanza mondiale delle Chiese Riformate, con sede a Ginevra, ha informato i suoi membri negli Stati Uniti delle relazioni commerciali che alcune compagnie petrolifere americane hanno avviato con Malabo, chiedendo loro di esaminare i contratti siglati e le loro probabili conseguenze sui diritti umani. L'appello lanciato nel marzo 2000 dall'Aceac, l'Associazione delle conferenze episcopali dell'Africa Centrale, andava nello stesso senso: "Nei nostri paesi, il tribalismo politicizzato, la non trasparenza nella gestione della cosa pubblica, l'egoismo dei nostri responsabili politici, la corruzione generalizzata mandano in cancrena le strutture dei nostri Stati. Ma anche le potenze esterne hanno la loro parte di responsabilità. La ricerca sfrenata dei loro profitti, spesso a scapito dei profitti dei nostri paesi, le spinge a corrompere i decisori. Non indietreggiano davanti a niente, per difendere i loro interessi. Lo sfruttamento delle risorse naturali è così divenuto paradossalmente la fonte delle nostre disgrazie. Sono state messe a ferro e fuoco nazioni intere al solo scopo di preservare gli interessi di questa o quella nazione straniera, dell'una o dell'altra società internazionale. In nome della solidarietà cristiana e umana vi supplichiamo, intervenite presso i vostri governi, i vostri leader politici ed economici, le vostre imprese internazionali, affinché ascoltino il grido angosciato dei nostri popoli, vittime di questa ricerca sfrenata del profitto".
Se il professor Victor-Yves Ghebali dell'Istituto universitario di studi internazionali (Iued) ha parlato, su Le Temps di Ginevra, di "un'amministrazione americana fascistoide", dalle colonne del Monde diplomatique Jean-Christophe Servant e Ignacio Ramonet hanno denunciato la cieca diplomazia del dollaro, che fa sì che "certuni fra i tiranni più sanguinari continuino ad essere sostenuti dagli Stati Uniti, come il delirante Teodoro Obiang, ricevuto con tutti gli onori alla Casa Bianca nel settembre 2002 da George Bush. Gli Usa si accingono a cancellare questo stato dalla lista dei 14 Paesi africani cattivi in materia di diritti umani". Eppure è la Cia che nel suo rapporto annuale lo descrive come un paese gestito da "dirigenti fuorilegge che hanno saccheggiato l'economia nazionale. Due terzi delle concessioni petrolifere sono stati assegnati ad operatori americani aventi stretti legami con l'amministrazione Bush".
Malabo è adesso collegata direttamente a Houston dalla compagnia aerea Jarvis International Freight, che lavora prioritariamente con la Halliburton (guidata fino al 1999 dal vicepresidente Dick Cheney). La Commissione dei diritti umani ha reagito alla fine del 2002, inviando a Malabo il suo rapporteur speciale sulla libertà di opinione e di espressione, il keniano Ambeyi Ligabo. La visita è stata bollata dagli nguemisti come "fuori luogo e priva di senso". Il rapporto di Ligabo, pubblicato a febbraio, parla dell'assenza di organi di informazione liberi, del divieto di esistere per un'associazione di stampa e il collegio degli avvocati, di un sistema giudiziario nepotista e incompetente. Ricorda altresì le frodi elettorali croniche, la gravità della corruzione, lo sconfortante vuoto di moralità della funzione pubblica e l'impunità dei funzionari. Il rapporto sentenzia: "Il governo non può dare ciò che non gli appartiene; la libertà di espressione e di opposizione non si danno, sono un diritto innato".
Perfino Washington finisce per allarmarsi: alla fine del 2002, la Voice of America segnalava che "i funzionari americani manifestano inquietudine per il ciclopico dossier riguardante i diritti umani in Guinea Equatoriale". Il Centro americano per l'integrità pubblica è preoccupato delle "curiose connessioni della diplomazia del petrolio". E aggiunge che il governo Bush concede carta bianca alle compagnie, che utilizzano per la loro sicurezza ex militari statunitensi forniti da una compagnia privata, la Mpri. L'ufficiale Us Equatorial Guinea Commercial Guide constata che "corruzione e disfunzione del sistema giudiziario pesano sullo sviluppo dell'economia e della società". Quanto al Dipartimento di Stato, ha confermato a marzo le numerosi violazioni gravi dei diritti umani da parte delle forze di sicurezza; le detenzioni arbitrarie, moneta corrente, e la tortura nelle prigioni; la mancanza di trasparenza finanziaria», eccetera. Agli inizi del boom del petrolio, il quotidiano svizzero Neue Zürcherzeitung aveva definito gli nguemisti - era il 1994 - una "impresa statale familiare criminale". Lo scorso maggio, New People di Nairobi sottolineava come, a dispetto del petrolio, "il popolo della Guinea Equatoriale resta tra i più poveri dell'Africa".
Il 20 marzo 2003, è stata scoperta davanti al palazzo presidenziale una statua di Obiang Nguema. Un comunicato ufficiale ha allora celebrato il "leader indiscutibile e promotore dell'azione sempre proiettata in avanti della costruzione della Guinea Equatoriale, nel quadro del programma di restaurazione politica, economica e sociale intrapresa dal Pdge.". Il corrispondente dell'agenzia Afp da Malabo comunicava, qualche tempo dopo, che "la ripartizione della manna petrolifera e la lotta contro la povertà costituiscono le sfide più importanti dei prossimi anni, per questo paese che manca crudelmente di quadri e la cui élite si è in gran parte esiliata all'estero per sfuggire a un regime repressivo che fatica ad aprirsi al mondo". Su 125mila guineani che hanno lasciato il paese - secondo dati forniti da Luis Ondo Ayang, segretario generale del più antico partito d'opposizione, la Alianza nacional para la restauración democratica (Anrd) - diecimila sono quadri superiori (avvocati, ingegneri, giudici, medici, professori.) e trentamila quadri intermedi (infermieri, maestri, meccanici.). Non stupisce allora la domanda del deputato spagnolo Iñaki Anasagasti rivolta, a fine aprile (era appena finita la guerra in Iraq), al presidente Aznar: "E adesso, quando appoggerete una guerra contro la "sanguinosa dittatura" della Guinea Equatoriale?".
(di Max Liniger-Goumaz ©)
[NIGRIZIA]
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Gli Usa e la corsa all'oro nero africano
Ricco di petrolio e più stabile del Medioriente, il Golfo di Guinea è una regione di interesse strategico per gli Stati Uniti. Che stanno pensando di installarci una base militare
STEFANO LIBERTI
Mentre si impantanano nel Golfo Persico, gli Stati Uniti stanno portando avanti un'altra battaglia strategica ben più silenziosa in un altro golfo a qualche migliaio di chilometri da lì: il Golfo di Guinea, fulcro dell'Africa Occidentale. Ricca di petrolio, più facilmente controllabile dal punto di vista politico, questa regione sta infatti suscitando interessi crescenti da parte dell'amministrazione americana. Tutto è cominciato all'indomani dell'11 settembre, quando da più parti si è invocato un allentamento della dipendenza energetica dall'Arabia Saudita. Ad aprire idealmente le danze è stata una conferenza organizzata il 25 gennaio 2002 dall'Institute for Advanced Strategic and Political Studies (Iasps), un think tank con sede a Gerusalemme attivamente impegnato nel cementare l'alleanza tra i falchi del Likud e gli estremisti neo-conservatori in quota al Pentagono.
La conferenza, tenuta nella sede distaccata dello Iasps a Washington, ha visto la partecipazione di funzionari dell'amministrazione, membri del Congresso, responsabili delle compagnie petrolifere Usa e degli ambasciatori di quasi tutti gli stati produttori di greggio del continente nero. Nell'allocuzione iniziale, Walter Kansteiner, all'epoca sottosegretario di stato incaricato di questioni africane, decretava con toni solenni che il petrolio sub-sahariano era ormai «un interesse strategico degli Stati Uniti». Così, alla fine dei lavori veniva decisa la formazione di un «Gruppo di iniziativa sulla politica petrolifera africana» (Aopig, nel suo acronimo americano), una vera e propria lobby che vedeva riuniti allegramente, senza timore di conflitti di interessi, responsabili dell'amministrazione Bush, rappresentanti del Congresso, compagnie petrolifere, società di investimento e consulenti internazionali. Guidato da Paul Michael Wihbey, membro di spicco dello Iasps e convinto sostenitore della necessità di abbandonare il petrolio mediorientale perché serve a finanziare i nemici di Israele, il gruppo si sarebbe poi presentato in pubblico con un libro bianco dal titolo «African oil, a priority for Us national security and african development». Un testo che si poneva l'obiettivo di far passare tra i dirigenti Usa l'idea che l'Africa Occidentale, fino ad allora trascurata, doveva diventare una zona di interesse primario. Nel perseguire questo obiettivo, lo Iasps si trovava peraltro tutt'altro che isolato; appena quattro giorni dopo la conferenza di Washington, l'influente Council on foreign relations organizzava un seminario dai toni simili - «La risposta dell'America al terrorismo: gestire i profitti del petrolio africano in un clima globale mutevole».
Il clima globale mutevole imponeva un raddrizzamento di rotta, che l'amministrazione Usa, dominata dai petrolieri, imprimeva lentamente ma decisamente alla propria agenda. Nel rendere pubbliche, il maggio successivo, le linee guida della politica energetica nazionale, il vice-presidente Dick Cheney dichiarava che «il petrolio africano, a causa della sua alta qualità e del suo basso tasso di zolfo, rappresenta un mercato in sviluppo per le raffinerie della costa est».
La Guinea equatoriale, colonia americana
Da allora, la presenza americana nella regione ha subito un'impennata. Nel luglio 2002, una delegazione dell'Aopig si è recata in visita in Nigeria, dove si è intrattenuta con il presidente Olusegun Obasanjo, cercando di convincerlo della necessità di uscire dall'Opec e dai suoi meccanismi di controllo della produzione e dei prezzi. Nel settembre successivo Colin Powell è andato in Gabon, per la prima visita di un Segretario di Stato Usa in quel paese; nell'estate scorsa Bush è sbarcato in Nigeria, dopo aver incontrato a più riprese a Washington gli ambasciatori dei paesi dell'Africa Occidentale; a metà ottobre gli Stati Uniti hanno riaperto, dopo otto anni di chiusura, la propria ambasciata a Malabo, capitale della Guinea Equatoriale, che sta diventando una vera e propria colonia americana. Tenendo conto della produzione giornaliera di 500.000 barili di greggio (uno per abitante), Bush non ha avuto remore a riattivare i contatti con il dittatore guineano Teodoro Obiang, già descritto dalla Cia come un «dirigente fuorilegge che ha saccheggiato l'economia nazionale». Oggi i due terzi delle concessioni petrolifere guienane sono affidate a compagnie Usa e i giacimenti sono difesi da guardiacoste formati dalla Military Professional Ressources Inc, società privata guidata da ex ufficiali del Pentagono.
Poco più a nord, l'attivismo non è minore: nel giro di un anno è stata ultimata a tempo di record la costruzione di un oleodotto di poco più di 1000 km da Doba, nel Ciad meridionale, alla città costiera camerunense di Kribi, che dovrebbe produrre 225mila barili di greggio al giorno. Costato 3,5 miliardi di dollari e inaugurato il 10 ottobre scorso, il progetto è stato finanziato da un consorzio americano-malese composto da alcune tra le principali multinazionali del petrolio - ExxonMobil, Chevron Texaco e Petronas - e da fondi della Banca Mondiale.
Un tesoro off-shore
La frenesia è giustificata: i dati sulle potenzialità energetiche dell'Africa occidentale sono a dir poco impressionanti. Le riserve accertate sono oggi pari a 24 miliardi barili. Ma il ritmo a cui vengono scoperti nuovi giacimenti fa ritenere agli esperti che in realtà i paesi che si affacciano sul Golfo di Guinea posseggano più di 100 miliardi di barili di petrolio. Anche la produzione, che oggi si attesta sui 4 milioni di barili quotidiani (pari il quantitativo prodotto complessivamente ogni giorno da Messico, Venezuela e Iran), dovrebbe aumentare considerevolmente e raggiungere, secondo previsioni realistiche, i 10 milioni al giorno entro il 2010. Il Golfo di Guinea provvede a fornire il 15 % delle importazioni di greggio degli Stati Uniti (quanto l'Arabia Saudita). E, secondo le proiezioni di diversi analisti, questa cifra potrebbe salire al 20% in appena due-tre anni. Notevoli e multiformi sono i vantaggi del greggio del Golfo di Guinea: costi di trasporto molto inferiori grazie alla relativa vicinanza agli Stati Uniti; una minore instabilità politica; una minore influenza dell'Opec (fra tutti i produttori, solo la Nigeria ne fa parte e forse un giorno deciderà di uscirne, come già ha fatto il Gabon); una maggiore ricettività verso gli investimenti stranieri, l'assenza di un concorrente politicamente ed economicamente agguerrito come la Russia.
La Francia e TotalFinaElf, infatti, pur sfruttando i legami politico-economici risalenti all'epoca coloniale, non sono in grado di contrastare le risorse finanziarie di cui dispongono i giganti americani Chevron ed ExxonMobil. Inoltre, l'ultimo ma non trascurabile vantaggio dei nuovi giacimenti del Golfo di Guinea è la loro posizione: si tratta di riserve prevalentemente off-shore, lontane da eventuali turbolenze politiche e sociali.
Per blindare e controllare l'area, gli Stati Uniti stanno comunque pensando di installare un comando militare permanente nel piccolo arcipelago di Sao Tomé e Principe, ricchissimo anch'esso di petrolio e posto strategicamente al centro del Golfo. Questo è quanto auspicava Wihbey in un rapporto pubblicato alla fine del 2001, questo è quello che gli Stati Uniti si apprestano a fare, a giudicare dalle recenti visite di esperti militari a Sao Tomé. Insomma, il futuro dell'Africa Occidentale sembra destinato a seguire prevalentemente le linee guida approntate dall'Aopig, la cui ideologia si regge su due pilastri fondamentali: estrazione e militarizzazione.
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Firmato un gigantesco accordo tra l'Arabia Saudita e la francese Total. Accordi economici delle multinazionali e politica estera.
Un certo Chevalier della Total ha firmato con i sauditi un accordo che consegna ai francesi un territorio pari a un terzo della Francia nellArabia del Sud. Territorio ricchissimo di gas e petrolio. Dopo sessant'anni di incontrastata presenza americana tornano gli europei.
Quale sara' l'effetto di questo accordo? Sarà efficace come i 1600 distributori americani dati a Putin per comprare il suo voto all'Onu?
Vedremo presto, intanto pero' i francesi cominciano a sorridere agli americani, in testa il ministro Villepin.
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