Berlusconi senza remore: «Noi restiamo». E critica l'Onu
di Marcella Ciarnelli
È vero, «rischi ce ne sono», è costretto ad ammettere il presidente del Consiglio in trasferta a Varsavia per partecipare ai lavori dell’Ince. Non ci prova a convincere del contrario un Paese che ha ancora negli occhi e nel cuore le immagini della tragedia di Nassirya. Ma non mostra di voler cambiare atteggiamento. Di stare almeno riflettendo un poco sul come modificare la partecipazione dei militari italiani ad una missione di pace già coperta di sangue.
Sdraiato come al solito sulle posizioni di Bush, il premier non indietreggia. Atteggiamento baldanzoso, liquida con un «ci mancherebbe altro» la possibilità che possa essere rivista la posizione dei nostri soldati in Iraq, contribuendo a far sentire in modo ancora più stridente la solitudine e l’abbandono ormai evidente in cui sono costretti ad agire i commilitoni di coloro che hanno pagato un enorme tributo di sangue.
Nel giorno in cui il pericolo è diventato ancora più tangibile con l’attacco contro due alberghi di Baghdad e l’individuazione di un lanciagranate vicino all’ambasciata italiana, con le immagini degli attentati dell’altro giorno a Istanbul ancora pulsanti, il premier non sente ragioni. «La nostra posizione non cambia» ripete. «È stata lungamente oggetto di riflessione e soprattutto ora, dopo il sacrificio dei nostri ragazzi, ci mancherebbe altro che ce ne andassimo via rendendo vana la loro morte» e se rischi pure ci sono bisogna essere consapevoli che «dobbiamo assumerci la nostra quota di responsabilità perché questa è una battaglia per la libertà e per la pace nel mondo».
Ed anche se c’è stata «un’azione contro di noi» dobbiamo ricordarci che «noi siamo lì per aiutare la popolazione irachena che ha bisogno, che continuiamo a svolgere gli stessi compiti per cui abbiamo deciso di andare lì». Ma si capisce, al di là delle parole di circostanza, che la cosa più difficile sarebbe spiegarlo all’amico George.
Per difendere la sua posizione subalterna Berlusconi insiste sulla necessità di una maggiore unità delle democrazie occidentali, fa la lezione a quelli che hanno osato schierarsi contro l’intervento in Iraq, Francia e Germania in testa, parla della necessità di unirsi contro «l’attacco diffuso del terrorismo internazionale» ribadendo che «è interesse di tutti che in Iraq si instauri la democrazia» perché potrebbe innestarsi un circolo virtuoso in tutta le regione, «l’esempio coinvolgente di uno stato laico e moderato».
La sfida dei terroristi «lanciata a tutto il mondo Occidentale» deve essere raccolta, conferma il pugnace premier. Da tutti. Non lesina Berlusconi critiche al ruolo dell’Onu che ha ritirato il suo personale dall’Iraq mentre invece «dovrebbe esserci il concorso di tutti» e non ritiene che ci debba essere un’altra risoluzione. «Ce n’è già stata una votata all’unanimità che dà a tutti la possibilità di intervenire in Iraq» proprio sotto l’egida dei caschi blu che non possono, dunque, permettersi di lasciare le postazioni e che per questo «sono già stati criticati da molti».
Non manca di lanciare messaggi ai partner europei che non hanno condiviso la campagna irachena. «Mi auguro -dice- che tutte le divisioni che ancora esistono in Europa possano ricomporsi e che tutti i Paesi della Ue possano partecipare al processo di ricostruzione di democratizzazione e ricostruzione del Paese». Mostrando ancora una volta che il nodo non sta nei possibili aiuti umanitari che nessuno nega. Ma che il rifiuto fin qui giunto è motivato dalla volontà di non partecipare ad un conflitto che continua anche se a tavolino è stato deciso che la guerra è finita. I primi a subire l’offensiva per ricompattare l’Europa al fianco di Bush saranno i francesi. Conferma Berlusconi che incontrerà a Parigi il 4 dicembre, a margine del vertice del Partito popolare europeo, il primo ministro Jean Claude Raffarin per «cercare di convincerlo». Missione ardua.




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