Scorie, pronto un secondo deposito "Possibile custodirle alla Casaccia"
Lelli (Enea): lo stiamo mettendo a disposizione. L’ente di controllo: dobbiamo ancora decidere


ROMA - In cima allo scalone di marmo, Anna Rosalba Buttiglieri fa capolino dal suo ufficio di direttore sanitario dell’Umberto I. Disponibile, fin troppo sincera: "Vede, la nostra responsabilità si ferma quando le scorie escono dal Policlinico. Speriamo non finiscano in fondo al mare, sa, anch’io d’estate mando i figli a fare il bagno". Le sei del pomeriggio. Il gran ballo nazionale dei rifiuti radioattivi continua come ogni giorno. Mentre la gente di Scanzano Jonico, malgrado la frenata del governo, resta dietro i blocchi stradali continuando a paventare un destino da pattumiera nucleare d’Italia, il direttore generale dell’Enea, Giovanni Lelli, svela al Corriere una notizia che provocherà forse qualche polemica: la Casaccia, il deposito vicino a Roma che già raccoglie oltre seimila metri cubi di scorie (quasi il 13 per cento dell’immondezzaio nucleare italiano), sarebbe, sì, strapieno, come finora ci era stato raccontato, ma nasconderebbe un’opzione di riserva. "Alla Casaccia stiamo mettendo a disposizione un altro deposito vuoto - dice Lelli - che si chiama Opec 2: altri seimila metri cubi che possono accogliere, per un massimo di vent’anni, i rifiuti ad alta radioattività".
La questione è spinosa. Prima di tutto perché, alla luce di questa rivelazione, appare un po’ meno urgente la corsa verso Scanzano, che s’è fermata solo dopo la rivolta di piazza. Ma anche perché la presidenza dell’Enea non aveva comunicato nulla di ufficiale, finora. Antonio Messore, l’amministratore delegato della Nucleco che - partecipata per il 60 per cento dall’Eni e il 40 per cento dall’Enea - controlla la Casaccia, ammette: "Sì, è un’opportunità, Opec 2 ha una struttura più sicura. Può accogliere i materiali più pericolosi. Ma l’accordo è ancora da perfezionare nei prossimi giorni".
Dietro tanta riservatezza s’intravede la ritrosia di chi controlla l’impianto a impegolarsi in una vicenda dolorosa quasi quanto quella di Scanzano. Già Opec 1, il primo deposito della Casaccia, ha sollevato in questi mesi le proteste dei trentamila abitanti di Osteria Nuova, Cesano e Anguillara, secondo i quali "scarichi liquidi radioattivi e non" finirebbero nel torrente Arrone. Pesa, e molto, quello che negli Stati Uniti viene chiamato Fattore "Nimby" (acronimo di "not in my backyard", non nel mio cortile): quasi tutti ammettono che una discarica centralizzata sarebbe più sicura e funzionale e che, comunque, poche grandi discariche (Casaccia è una delle maggiori, gestite dalla Nucleco) si possono controllare meglio delle molte (circa una quindicina) che vanno spargendosi nella Penisola; nessuno è ovviamente disposto a lasciarsene impiantare una sotto le finestre. La rivolta di Scanzano segue il copione dell’"Intifada" della Sardegna contro il progetto governativo di concentrare tutte le scorie nel Sulcis.
L’ultimo rimbalzo di questo scaricabarile tocca le case degli italiani. Il 10 per cento dei 500 metri cubi di rifiuti radioattivi, che l’Italia sforna ogni anno, viene dall’industria e dalla ricerca, ma il 90 per cento dalle corsie e dai laboratori di analisi: gli isotopi usati per scintigrafie, esami del sangue, terapie anticancro vengono accumulati, in attesa di smaltimento, nei sotterranei di ospedali e cliniche. Dunque sotto il naso di tutti noi. Maria Innocenza Montesanti, la professoressa di fisica medica che all’Umberto I ha la responsabilità di tutte le sostanze radioattive smaltite, ci accompagna nel sottoscala della palazzina di Patologia generale. Due rampe di scale, una porta blindata blu di cui lei custodisce gelosamente le chiavi (ci sono altri trenta magazzini così nel Policlinico): dietro la porta, una dozzina di bidoni da sessanta litri, ciascuno con un’etichetta e la sigla di un isotopo "32P, 125I, a breve emivita, 35S, 14C, 3H a lunga emivita"; cartelli con turni di guardia come in un fortino. "Buona parte di queste sostanze perde la radioattività in una o due settimane. Ogni quindici giorni, la Protex di Forlì viene con i camion a portarsi via i fusti" dice la professoressa (la Protex è una delle sette aziende italiane autorizzate a questo lavoro): "Per ciò che ci riguarda, si può anche seppellire tutto in un campo: quando il materiale viene smaltito, non è più pericoloso".
Tuttavia il governo sta studiando un provvedimento per vietare agli ospedali di conservare scorie radioattive, la Nucleco ha ammesso di non poter più portar via cobalto o aghi di radio per via della congestione dell’impianto di Casaccia. "Ma noi abbiamo sostituito da un pezzo gli aghi di radio; e il cobalto, dopo l’uso, lo rimandiamo in Germania alla ditta che lo produce", dice Maria Innocenza Montesanti. Eppure non tutti gli ospedali hanno le stesse condizioni di sicurezza e non tutti smaltiscono le stesse sostanze. Sandro Giulianelli, capodipartimento dell’Apat (l’agenzia governativa per la protezione dell’ambiente) sottolinea anche i nuovi pericoli, quelli del dopo 11 settembre, l’incubo della "bomba sporca" messa assieme con scorie radioattive e un po’ d’esplosivo: "Tanti piccoli depositi sono più difficili da controllare". "E’ vero, il rischio c’è - ammette la professoressa Montesanti-, solo con quello che abbiamo qua dentro i terroristi renderebbero radioattivo il centro di Roma. Però state facendo un grande can can sugli ospedali. I veri veleni vengono dalle industrie e le industrie stanno al Nord. Hanno ragione quelli di Scanzano a prendersela tanto. Io ci vedo la mano di Bossi, dietro questa faccenda". Not in my backyard . Per colpa del Fattore Nimby, cinque anni fa i newyorkesi scoprirono che un grande ospedale sull’East River versava le sue scorie direttamente nei lavandini: quando l’acqua delle fogne tracimò sui marciapiedi, vennero tanti omini in tuta bianca e coi contatori in pugno a isolare la zona. Nella peggiore delle ipotesi, siamo in buona compagnia.

Goffredo Buccini Francesco Di Frischia


"Troppi rischi negli ospedali"*
Giulianelli (Agenzia dell’ambiente): "Difficile garantirne la sicurezza


ROMA - I nostri rifiuti nucleari ospedalieri, prodotti al ritmo di 500 metri cubi all’anno, stanno emergendo come uno dei maggiori elementi di preoccupazione a causa della loro collocazione in una molteplicità di piccoli depositi, esposti a furti e incursioni terroristiche. "Dopo l’11 settembre si sono imposti nuovi criteri di protezione, allo scopo di limitare ogni tipo di rischio - spiega l’ingegner Sandro Giulianelli, capo del dipartimento nucleare e rischio tecnologico dell’Agenzia per la protezione dell’ambiente e territorio (Apat)- . La nostra agenzia, sotto le direttive del ministero dell’Ambiente, ha il compito di esercitare i controlli sull’applicazione delle corrette procedure di trasporto e stoccaggio di questi materiali". Di che tipo di rifiuti radioattivi stiamo parlando?
"C’è una partita di prodotti radioattivi per diagnosi mediche che non dà grandi problemi, perchè gli isotopi di cui sono fatti hanno tempi di dimezzamento brevi. Cioè dopo ore o giorni diventano inoffensivi e non richiedono di essere custoditi in depositi speciali. Stiamo parlando di quei traccianti usati per le scintigrafie e per le analisi atte a localizzare tumori, come, per esempio, iodio 131, tecnezio 99, fluoro 18. Oppure semplicemente di guanti, tute e altri materiali di protezione contaminati".
Dopo l’impiego, che fine fanno?
"Le stesse strutture mediche, che li adoperano, li tengono in custodia, seguendo norme dettate per i rifiuti di prima categoria, quelli a più bassa attività, per il breve tempo necessario al loro totale decadimento. Poi possono essere smaltiti nelle discariche ordinarie".
Ma esistono anche materiali ospedalieri di seconda e terza categoria, cioè a media e alta attività?
"Certo. Questa partita di materiali radioattivi, meno ingombrante dal punto di vista dei volumi, è rappresentata dai cosiddetti isotopi sigillati. Si tratta di sorgenti per irraggiare e distruggere i tumori, come per esempio il cobalto 60; oppure di aghi di radio o di fili da inserire direttamente nelle masse tumorali. Ebbene, questi prodotti, avendo tempi di decadimento dell’ordine di mesi, anni o decine di anni, non possono essere tenuti nelle strutture ospedaliere, ma, dopo la loro dismissione, devono essere avviati nei depositi specializzati e autorizzati alla custodia".
Quali sono questi depositi?
"Il maggiore è quello gestito da Nucleco alla Casaccia (Roma), vicino ai laboratori Enea, che finora ha accolto la maggior parte dei rifiuti medicali (oltre seimila metri cubi) e ora è saturo. Una parte minoritaria dei rifiuti medicali viene trasportata e stoccata a cura di una mezza dozzina di società private, con sedi in varie città, che hanno ottenuto l’autorizzazione rilasciata in sede prefettizia per svolgere questo tipo di lavoro".
Come, in pratica, si possono ridurre i rischi di furto di isotopi a fini terroristici?
"Con diversi provvedimenti che ne limitano l’accumulo. Per esempio, poichè le sorgenti usate per le terapie tumorali sono acquistate all’estero, si può prevedere, per contratto, all’atto dell’acquisto del nuovo, la restituzione dell’usato, i cui materiali possono essere utilmente riciclati. Oppure, si possono sostituire le sorgenti a base di isotopi con acceleratori di particelle che non generano scorie. In ogni caso, bisogna assolutamente evitare la moltiplicazione dei piccoli depositi sparsi sul territorio e vietare a ospedali e cliniche di creare magazzini per conservare rifiuti radioattivi di ogni tipo".
Insomma, il deposito unico nazionale è indispensabile?
"E’ la soluzione migliore per garantire la sicurezza e un controllo unitario di tutto il materiale. E’ anche la soluzione che presto dovrebbe diventare obbligatoria per tutti i Paesi europei, in seguito all’approvazione di una direttiva attualmente in discussione".

Franco Foresta Martin



*Ospedali, cliniche e laboratori di analisi "producono" ogni anno circa 500 metri cubi di rifiuti considerati "pericolosi". I rifiuti vengono in parte "trattati" e "depotenziati" negli stessi ospedali. In Italia ci sono circa 150 depositi di scorie nucleari sparsi un po’ dovunque: dalle centrali nucleari disattivate (Caorso, Trino Vercellese, Latina, Garigliano) ai magazzini ospedalieri, dai centri di ricerca ai depositi militari.

Corriere della Sera
22.11.03