Il Messico sud-orientale non è famoso nel mondo solo per le assolate e limpide spiaggie caribiche, per i suoi ecosistemi così ricchi di biodiversitá e microclimi e per le tradizioni popolari e le culture indigene millenarie, ma anche per una notevole quantitá di aree protette e parchi naturali. Nel solo stato del Chiapas ci sono 3 parchi nazionali (Nahá, Cañon del Sumidero, Lagunas de Ontebello, Bonampak, Yaxchilan), 22 riserve ecologiche statali e 35 aree protette con quasi 2 milioni di ettari. Gli altri stati - Quintana Roo, Campeche, Yucatan e Tabasco - offrono altrettanto, in termini di superficie protetta e diversità ecologica e umana. La maggior parte di queste aree protette si trovano in zone di confine o "cuscinetto", dove si permette alle popolazioni locali, native e non, di coesistere e sfruttare quello che resta delle risorse naturali. Così, negli ultimi anni sono stati sviluppati in queste aree innumerevoli progetti di caffè, cacao, frutta tropicale biologica ed ecocompatibile, e cosí pure piani di sviluppo e programmi ecostenibili (sia statali, sia appoggiati da organizzazioni non governative o organismi internazionali) per permettere alle popolazioni locali di ottenere produzioni agricole, agroforestali, floricole e acquicole "pulite", economicamente ed ecologicamente sostenibili. Le botteghe del Commercio Equo/Trans Fair, i magazzini e supermercati europei, nordamericani e giapponesi abbondano di prodotti provenienti da queste zone del Messico, garantiti da marchi e sistemi di certificazione specifici riconosciuti internazionalmente (Ifoam, Trans Fair, Fsc e così via). Ma purtroppo questo non basta.
Prendiamo in caso meglio conosciuto, le aree naturali protette in Chiapas. Secondo l'ente governativo Conanp, fra il 10 e il 15% degli 800.000 ettari delle zone nucleo "intoccabili" di queste riserve sono sfruttate illegalmente da circa 231.000 persone, spinte dalle necessitá economiche, dall'ignoranza e dal poco controllo. Denuncia il delegato statale Mendez Barrera: "La cosa piú grave non è tanto o solo la pressione interna, esercitata dalla popolazione all'interno delle riserve, quanto la pressione esterna di altre comunitá e dei nuclei urbani che circondano queste zone forestali(....), dove esiste traffico illegale di fauna e flora, e dove chi guadagna non sono i contadini locali ma gli intermediari che vivono della vendita illegale di questi prodotti".
Casi noti sono quelli della Selva Lacandona, dell'Alto Chiapas, Lacantún, Montes Azules e del Chimalapas, dove, a parte dei conflitti politici e sociali fra comunitá zapatiste e altre popolazioni indigene e locali (vedi i lacandones con i tzoltzil rifugiati), o fra produttori di caffè e piccoli allevatori, si stanno complicando le dispute territoriali fra imprese di ecoturismo nazionali e transnazionali con le comunitá di rifugiati, vanificando i controlli: col risultato che troppi sfruttano a proprio interesse il poco che resta delle riserve naturali. Per non parlare dello sfruttamento indebito delle risorse locali e le tariffe eccessive ai turisti da parte degli ejidos e comunitá indigene nelle riserve delle cascate di Agua Azul e di Chan-kin, argomenti tabù perché si tratta di gente indigena. Emblematico anche il caso della riserva costiera di Yum Balam, più a sud (stato di Quintana Roo), dove i 300 abitanti maya riuniti nell'assemblea del ejido di Chiquilá hanno approvato la vendita di 10.000 ettari di spiaggia a un investitore statunitense, Janssen: pare che voglia farne un complesso turistico, con pista d'atterraggio e una strada costiera. Ciascun abitante riceverá 50.000 dollari, una vera fortuna in queste terre di miseria. In una intervista alla stampa locale, l'investitore ha dichiarato che "chi è contro il progetto è contro il Messico", perché il suo progetto creerà migliaia di posti di lavoro e riattiverà l'economia locale. Inutile prendersela con gli abitanti. E però, i terreni in vendita si trovano in una riserva ecologica.

Fulvio Gioanetto
Il Manifesto
13.11.03