...e del resto è raro che nel cinema ci sia la storia
Signor direttore, al cinema non troveremo la vita vera, né tantomeno la Storia. Pensare che un film come "Pearl Harbor" sia una riproduzione fedele di fatti realmente accaduti è come dimostrare l'esistenza degli extra terrestri utilizzando X-Files come prova scientifica.
Un film non può, per sua stessa natura direbbe Méliès, riprodurre i ritmi ed i tempi della vita, figuriamoci quelli della Storia. Un film può essere veritiero, può rappresentare la realtà, aiutarci a capirla (come fanno i romanzi), ma deve pur sempre raccontarci una storia in due o tre ore. Fu rimproverato a John Ford che gli apaches non avrebbero corso come disperati dietro alla diligenza di "Ombre rosse", come invece facevano le sue comparse navajos, ma avrebbero, più saggiamente, sparato ai cavalli. Ford rispose che questo era verissimo, ma che se avesse rispettato la realtà del Far-West avrebbe girato un documentario e non un film western.
Quindi, quando vedete un film, specie se storico, date per scontato che ben poco di quello che vi raccontano sia vero. Quanto detto sopra ovviamente non significa che un film non possa creare una situazione di credibilità: un universo parallelo in cui avviene l'impossibile plausibile in cui era maestro Walt Disney. Perché ciò avvenga occorrono due condizioni. La prima è la complicità del pubblico, che, come faceva notare Beniamino Placido parlando dei "Tre Moschettieri", deve essere disposto a credere quasi tutto: per esempio che un gatto nero abbia il grado di sergente. La seconda è che il meccanismo narrativo del film regga, che la storia non ci faccia mai uscire da quello stato di trance nel quale non pensiamo mai: «Hey! Questo è solo un film!».
Qualche regista è così sicuro della solidità della sua opera che non ha timore di dirlo lui stesso agli spettatori (come da sempre fa Bugs Bunny). I modi per farlo sono i più vari. Jean Jaques Annaud piazza nel suo "Il nome della rosa" (consulenti lo storico medioevalista francese Duby e il nostro Umberto Eco) una Madonna così barocca che si nota più di una insegna al neon; mentre al Belushi-Kelso di "1941 Allarme a Hollywood" Spielberg fa rispondere, a chi gli chiede se ha veramente avvistato i giapponesi: «No, sono comparse, scemo, questo è un film di guerra!».
In quest'ottica di accettazione dell'impossibile indotta dallo stato di trance narrativo, il cinema più "vero" è quello dei cartoni animati (o delle comiche di Laurel e Hardy) dove siamo disposti a credere che i personaggi siano esenti dalla forza di gravità, dagli effetti fisici del calore o di una fucilata, e dove un papero vestito da marinaio è reale esattamente come Clark Gable. E' così che cani di carta diventano veri come, e forse più, di quelli in carne ed ossa. Per noi i cagnolini de "La carica dei 101" sono molto più credibili di quelli del remake, perché come dice Spielberg parlando di "Jurassic Park": «gli spettatori credono alle fantasie più strane, purché siano girate seriamente e con credibilità». Deve essere stata la credibilità e il realismo di "A Bug's Life" che ha spinto la Disney-Pixar a mettere in fondo al film una fasulla serie di scene tagliate, quelle dove gli attori sbagliano la battuta e si mettono a ridere come cretini. Sono scene estremamente gustose, ma è ovvio che in un cartone non possono esistere.
In un film d'animazione ci possono essere sequenze, come quella della cena in "Biancaneve", che non vengono portate a termine, ma non quelle così divertenti che concludono l'ultimo cartone Disney. La ragione di questo è semplicissima: dopo avere fatto mangiare vivo, in modo così vero e credibile, il cattivo del film la Disney aveva bisogno di dire al suo pubblico: «Hey Ragazzi! Questo è solo un film! Nessuno è morto! Nessuno si è fatto male! Sono tutti attori e dopo essersi duramente combattuti sul set sono usciti insieme a farsi una pizza».
E' per questo che i nostri ragazzi si devono guardare da film come "Pearl Harbor" dove l'unica cosa vera era il cuciniere negro che sparava le mitragliatrici contro i caccia giapponesi.
Claudio Giusti Forlì
Liberazione 29 11 03




Rispondi Citando
, speranza vana per alcuni soggetti
