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    Predefinito Manifesto contro il lavoro

    da "Avanguardia" n° 210 - Luglio 2003



    Gruppo Krisis

    Manifesto contro il lavoro

    Derive e Approdi, Roma 2003, pp. 144, € 11.00 (*)





    «In fondo, (...) si sente oggi che il lavoro come tale costituisce, la migliore polizia e tiene ciascuno a freno e riesce a impedire validamente il potenziarsi della ragione, della cupidità, del desiderio di indipendenza. Esso logora straordinariamente una gran quantità di energia nervosa, e la sottrae al riflettere, allo scervellarsi, sognare, al preoccuparsi, all'amare, all'odiare».

    Friedrich Nietzsche, "Aurora" 1881




    Il manifesto, redatto da un gruppo di intellettuali tedeschi, tra i quali Robert Kurz, Ernst Lohoff e Norbert Trenkle, rappresenta una delle critiche più articolate e radicali mosse alla società capitalistica contemporanea. Le fluide pagine che compongono questo breve scritto, analizzano e mettono a nudo le debolezze concettuali proprie del dogma/lavoro, criticando l'assioma empirico stesso del lavoro come dannazione dell'umanità.

    In un'epoca in cui tutti gli apologeti del potere, siano essi: sindacalisti, economicisti, consulenti del lavoro ed ogni politico infame quale che sia la sua parte, si riempiono la bocca con termini come: sovrapproduzione, sottosviluppo, crisi, licenziamenti, lavoratori flessibili, intermittenti, precari e autonomi e cianciando soluzioni per la «liberazione del lavoro» questo manifesto, al contrario, centra il bersaglio e spinge prepotentemente per la «liberazione dal lavoro».

    In una società meccanicistica dove il lavoro forma la personalità stessa dell'individuo («gli occupati di Volkswagen, Ford o Fiat sono i più fanatici sostenitori del programma di suicidio automobilistico»), dove non si è più in grado di immaginarsi una vita al di fuori della fatica lavorativa, può sembrare utopica la battaglia per la distruzione del feticcio lavoro.

    Eppure analizzando la storia dell'epoca della Rivoluzione francese (fervente assertrice del dovere al lavoro) fino ai giorni nostri, ci si accorge che «La sfacciata richiesta di sprecare la maggior parte dell'energia vitale per un fine tautologico, deciso da altri, non è stata sempre a tal punto interiorizzata come oggi. Ci sono voluti diversi secoli di violenza aperta su larga scala per far entrare, letteralmente a forza di torture, gli uomini al servizio incondizionato dell'idolo lavoro». (1)

    Infatti la maggior marte delle popolazioni tradizionali non si sono dedicate spontaneamente alla trasformazione dell'energia umana in denaro, ma perché i progenitori degli attuali amministratori del capitalismo finanziario li costrinsero con la forza, monetarizzando le tasse, a trasformarsi gradualmente nei loro sudditi, imprigionandoli(ci) per sempre nella logica del profitto.

    Da allora ogni popolazione ogni individuo viene maciullato negli ingranaggi di questa assurda logica mercantilistica, che non risparmia neanche gli esclusi, gli emarginati, i disperati e tutti coloro che il lavoro lo rifiutano a ragione. Mai la società era stata, fino a questo punto, una società basata totalmente sul lavoro come in quest'epoca, ma per ironia della sorte, mai come oggi la società del lavoro è giunta così vicino alla sua fine, «come vogliono spiegare, altrimenti, che oggi i tre quarti dell'umanità sprofondano nella miseria perché la società del lavoro non ha più bisogno del loro lavoro?»

    «Perfino nei centri capitalistici, al centro, della ricchezza, fanno il loro ritorno la povertà e la fame, (...) Il capitalismo diventa l'affare globale di una minoranza. L'Idolo del lavoro in agonia è oramai costretto dal bisogno a mangiare se stesso. Alla ricerca di quel che di lavoro-nutrimento è rimasto, il capitale fa saltare i confini delle economie nazionali e si globalizza in una concorrenza nomadica sulla localizzazione degli investimenti» (2)

    Al di là del fatto che la società dei consumi stia letteralmente andando in pezzi, occorre qui e subito, accelerare il processo di decomposizione di una cultura, quella «lavorista», che ha ottenuto come unico risultato quello di farci precipitare nell'abisso di questa assurda logica giudaico-mercantilistica.

    A ben pensare, tutto inizia dal lavoro, in nome e nell'ottenimento del quale si finisce per prostituirsi al prezzo più basso, al miglior offerente, in una inarrestabile corsa al ribasso, tutto ciò è semplicemente agghiacciante. Inoltre le recenti agenzie interinali, le governative agevolazioni fiscali e le così dette «gabbie salariali» non fanno altro che abbassare ulteriormente il costo del lavoro gettando libre di carne fresca nella macchina tritatutto capitalistica.

    Il saggio del Gruppo Krisis in oggetto riporta la delirante osservazione fatta dalla Commissione per i problemi del futuro della Baviera e della Sassonia che scrive: «La domanda di semplici servizi alla persona aumenta tanto più diminuisce il loro costo, e quindi tanto meno guadagnano i prestatori di servizi»; gli autori specificano quindi a ragione che: «se in questo mondo esistesse ancora fra gli uomini l'autostima, questa frase dovrebbe scatenare una rivolta sociale. In un mondo di bestie da soma addomesticate susciterà solo un assenso sconsolato». (3)

    Lavoro per lavoro è soltanto lavoro per accumulazione, che produce sì ricchezza sociale (e neanche per tutti), ma allo stesso tempo degrada il tradizionale concetto di «lavoro come opera» per ridurlo a all'attuale «lavoro come fatica».

    Come abbiamo potuto constatare finora, il lavoro penetra tanto nei muscoli quanto nel cervello e sterilizza ogni naturale pulsione di rivolta contro questo abominio. Cerchiamo ora, di analizzare un fatto che a molti potrebbe sembrare stupido, ma in realtà non lo è affatto, ossia l'inutilità del lavoro prestato. A ben pensarci, oggi non conta quello che si fa, o come si fa, l'importante è che si faccia qualcosa dal momento che il lavoro è un fine in sé, trasforma cioè il denaro grazie al denaro stesso.

    Nella produzione di una mercé, quale che essa sia, quest'ultima vale soltanto perché è essa stessa, portatore di lavoro passato, cioè di lavoro morto. Il lavoro morto, qui inteso come capitale, rappresenta l'unico scopo dell'attuale sistema di produzione. «Chi oggi si pone ancora delle domande sul contenuto, il senso e il fine del suo lavoro, impazzisce - o diventa un fattore di disturbo per il funzionamento tautologico della macchina sociale. L'homo faber, orgoglioso del suo lavoro, che prendeva ancora sul serio, sia pure con i suoi limiti quello che faceva, è superato come una macchina da scrivere». (4)

    Pensiamo ora, per un attimo, all'incidenza che il lavoro ha sulle nostre vite. «Possiamo affermare, (...) che il lavoro è un rischio per la tua salute. Infatti il lavoro è un assassinio di massa, cioè un genocidio» con queste parole Bob Black nel suo "L'abolizione del lavoro", dava inizio ad un calcolo, se pur carente in difetto, sull'incidenza mortale che il lavoro provoca all'umanità. Credete che stiamo scherzando? Sentite qua: «Direttamente o indirettamente, il lavoro uccide la maggior parte delle persone che legge queste righe. Tra i 14.000 e i 25.000 lavoratori vengono uccisi ogni anno in questo paese [gli USA] dal loro lavoro. Oltre 2 milioni rimangono invalidi. I feriti ammontano a 20-25 milioni ogni anno. (...) Su 100.000 lavoratori che contraggono la silicosi, 4.000 muoiono ogni anno. (...) Quello che le statistiche non lasciano trapelare è il fatto che il lavoro abbrevia il tempo di vita a 10 milioni di persone, ciò che d'altra parte, è il significato proprio del termine omicidio. Ci riferiamo a quei dirigenti che si ammazzano di lavoro all'età di 50 anni, ci riferiamo a tutti i lavoro-dipendenti. Anche se non si rimane uccisi o mutilati mentre si è effettivamente al lavoro, ciò può tranquillamente accadere mentre ci rechiamo al lavoro, o stiamo tornando dal lavoro, oppure mentre lo stiamo cercando, o tentiamo di dimenticarlo. La maggior parte delle vittime di incidenti d'auto stava svolgendo una di queste attività legate al lavoro, oppure venero travolte da qualcuno impegnate in esse». (5)

    Sommate i danni indotti da esso (inquinamento industriale, alcolismo e droghe indotto dal lavoro, depressione ecc..) et voilà, si giunge alla naturale equazione che il lavoro istituzionalizza l'omicidio come modo di vita. Provate a calcolare ora, quanto prezioso tempo di vita (oltre alla vita stessa) il lavoro vi ruba ogni giorno, provate per un attimo a pensare quanto sarebbe bello riscoprire il valore della lentezza, reimpostare le lancette della gabbia temporale, e già... distruggendo il lavoro si renderebbe inutile anche il tempo, così affannosamente rincorso ogni giorno per... niente! Immaginate per un attimo «quanto tempo potremmo passare stesi tutti al sole, invece di tormentarci per cose, sul cui carattere grottesco, repressivo e distruttivo sono già state scritte intere biblioteche!».

    Quasi tutti i mali della nostra società, traggono origine dal lavoro o dal fatto che si vive in un mondo finalizzato al lavoro. Ma allora, Vi starete chiedendo cosa diamine dovremmo fare?

    Dovremmo andare a svaligiare banche per sopravvivere?

    No, semplicemente perché, come ci ammonisce a giusta ragione l'anarchico insurrezionalista Alfredo M. Bonanno, anche la rapina potrebbe pericolosamente degenerare in un lavoro, tale e quale agli altri. «Andare a prendere i soldi dove si trovano è un gioco, che ha le sue regole, e che può degenerare in un professionismo fine a se stesso, quindi diventare un lavoro a tempo pieno con tutto quello che ne deriva. (...) Allungare la mano sulla proprietà altrui, anche per un rivoluzionario, è faccenda piena di rischi, non solo legali in senso stretto, ma in primo luogo morali. (...) Cosa possiamo farci col denaro di tutte le banche che saremmo in grado di svaligiare se poi l'unica cosa che sappiamo fare è quella di comprarci una macchina grossa, farci una bella casa, andare in discoteca, riempirci di bisogni inutili e annoiarci a morte fino alla prossima banca da svaligiare». (6)

    Questo, a nostro avviso rappresenta la lucida e logica conclusione rivoluzionaria della volontà di distruggere il lavoro. Bisogna quindi uccidere il concetto del lavoro in quanto tale, anche il più divertente, anche il più redditizio, bisogna ucciderlo nella mente e nel corpo e una volta morto sputare sul suo cadavere.

    La reinvenzione della vita quotidiana significa andare oltre gli obsoleti schemi sistemici, significa scardinare la concezione «lavorista» del diniego e del sacrificio fine a se stesso. Il fatto che Paul Lafargue, avesse la madre di origine ebraica, e quindi ebreo lui stesso, non esime dal fatto che avesse pienamente ragione nell'affermare: «Bisogna che (si) ritorni agli istinti naturali che (si) proclami i Diritti alla pigrizia, mille e mille volte più nobili e sacri dei tisici Diritti dell'uomo, elaborati dagli avvocati metafisici della rivoluzione borghese; che vi sia l'obbligo di lavorare solo tre ore al giorno, a fannullare e fare bisboccia per il resto della giornata e della notte». (7)

    E dove dissentire, se non nel fatto che non bisognerebbe lavorare neanche quelle tre maledette ore.

    Non basterebbe infatti, diminuire le ore lavorative per distruggere il lavoro, ma così facendo si otterrebbe al massimo l'innesto di nuove e più fresche forze meccaniche per il proseguo dell'aberrante produzione capitalistica. Bisogna capire che «la critica al lavoro è una dichiarazione di guerra all'ordine dominante, non una pacifica coesistenza in una nicchia, con i suoi vincoli». Per distruggere il lavoro bisognerebbe semplicemente rifiutarlo come tale e creare un nuovo stile di vita fondato sul gioco. I sindacalisti sono a favore della piena occupazione? Noi a favore della piena Disoccupazione, che la mannaia della vita ludica si abbatta sul lavoro! Sappiate che in merito all'argomento esiste una corrente di pensiero molto più nutrita di quanto possiate immaginare. Una corrente di pensiero che annovera tra le sue fila filosofi, economisti e semplici oziosi ed alla quale Vi rimandiamo nel caso in cui leggendo questo articolo ci avrete scambiato per pazzi... Proletari di tutto il mondo... rilassatevi leggetevi questo libro e state pur certi che ci riprenderemo tutto: la vita, la terra e l'ozio!!!

    Alessandro Mereu



    (*) Se volete risparmiare tre ricchi euro, ordinatelo a: El Paso Occupato (lo vendono a € 8,00), Via Passo Buole, 47 - Torino, all'indirizzo di posta elettronica: fortpaso@ecn.org

    Se invece l'argomento trattato vi tocca particolarmente ossia, non avete un lavoro né tanto meno ne cercate uno e per logica conseguenza non avete un centesimo da spendere in libri, non disperate... Vi consigliamo di recarvi in un posto pubblico (biblioteche, scuole, ecc..) dove si ha la possibilità di navigare gratis, connettetevi al sito:

    http://www.krisis.org/gruppe-krisìs_...sch_1999.html,

    oppure

    http: //www.redleghorn.net/libuniv/lavoro.php

    scaricatelo gratis e buona lettura!



    Note:

    (1) "Manifesto contro il lavoro", pag. 10 della versione telematica.

    (2) "Manifesto contro il lavoro", pag. 16

    (3) "Manifesto contro il lavoro", pag. 3

    (4) "Manifesto contro il lavoro", pag. 5

    (5) Bob Black, "L'abolizione del lavoro", Nautilus, 1992, pag. 22/23

    (6) Alfredo M. Bonanno, "Distruggiamo il lavoro", inserto del n. 73, maggio 1994 di "Anarchismo" richiedibile a: "L'Arrembaggio": C.P. 1307 - ag. 3 - 34100 Trieste, e-mail: spacala@hotmail.com, oppure è possibile richiederlo gratuitamente in fotocopie alla redazione del Lazio.

    (7) Cfr. "Il diritto alla pigrizia", di L. Fonte, in "Avanguardia" n. 176, settembre 2000, pp. 11-14.

  2. #2
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    Questo manifesto del fancazzismo mi fa rivalutare Avanguardia

  3. #3
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    da "Avanguardia" n° 209 - Giugno 2003



    Giulio Piantadosi - Romano Nobile

    Lavorare stronca, senza diritti, senza dignità, senza futuro

    malatempora, Roma 2003, pp. 117, € 8,00





    «Cosa si deve leggere, ad esempio, dove si dice "libertà di lavoro"? Deve leggersi: diritto degli impresari a gettare nell'immondizia due secoli di conquiste operaie. Si lavora il doppio, in cambio della metà: orari di gomma, salari nani, licenziamento libero, e che dio si occupi degli incidenti, delle malattie, della vecchiaia ...».

    Eduardo Galeano al Summit di Porto Alegre





    Nella società democratica e capitalistica della globalizzazione il lavoro non è più un diritto, né tantomeno una certezza. Oggi il lavoro è divenuto uno strumento di dominio e di sfruttamento, un modo per tenere in vita la struttura capitalistica della produzione, della commercializzazione globale e del profitto. Oggi il lavoro è utile solamente a tenere in piedi un'immane burocrazia, quella delle istituzioni, ed un inesauribile vampiresco colosso, costituito dai grandi monopoli multinazionali e dall'Alta finanza cosmopolita. Il lavoro per come è stato strutturato nella società moderna ha distrutto l'ars costruens, la sapienza, dell'artigiano, la saggezza e la magnanimità del contadino, la forza ed il vincolo solidaristico dell'operaio. L'ingresso nel mondo del lavoro offre ai detentori del capitale e del potere un immenso strumento di prevaricazione morale e sociale, che molto spesso offende e indigna schiere di giovanissimi, i quali non sanno più a che santo votarsi per sfuggire alla tragica e mortificante esperienza della disoccupazione.

    Nell'era della globalizzazione economica il lavoro non da certezze, non da futuro e non da un adeguato compenso. Esso è stato strutturato soltanto per servire il capitale, per gonfiare a dismisura la fabbrica dei (non)bisogni, per cementare il potere della tecnocrazia e dei suoi, spesso deliranti, microchip, microprocessori, assemblaggi elettronici etc. Esso sta lasciando una pesante eredità composta da disperazione, da precariato, da nevrosi e da malattie nervose. Il mondo del lavoro nella veloce decomposizione della società capitalistica sta, oramai, dando alla luce una brutale massa disarticolata e scomposta, preda di mille isterismi, che se nell'Occidente largamente opulento ha prodotto nevrastenie, nella miseria dell'Asia, dell'Africa e dell'America Latina ha (ri)condotto a nuove povertà.

    «Dai call center ai magazzini di assemblaggio, dalle ditte-fantasma che come farfalle vivono lo spazio di un mattino alle "cattedrali della solidarietà siglate ONLUS", dai fast food globalizzati alle rivendite di servizi culturali, dai laboratori immateriali delle new economy, alle piscine dei centri benessere, dagli autogrill ai club vacanze, dagli agriturismi ai campi di raccolta pomodori, dai ministeri SpA alle ASL privatizzate, dai "numeri verdi" della solidarietà di regime ai centri di propaganda elettorale, l'esercito flessibile e intercambiabile di lavoratori precari e atipici prodotti dal neo liberismo occupa ormai prepotentemente quasi tutti gli spazi -di lavoro e consumo- dei nostri territori metropolitani.

    Una delle ultime rilevazioni dell'lSTAT (ottobre 2002 su ottobre 2001), ha accertato che la crescita occupazionale in Italia è quasi tutta concentrata nei lavori atipici. Il cosiddetto "lavoro individuale" (cioè non governato per varie ragioni da contratti collettivi) ha ormai raggiunto il 53% della forza lavoro. E con l'approvazione definitiva della delega 848 sul mercato del lavoro (5 febbraio 2003) il governo Berlusconi ha dato via libera ad un vero e proprio far west: la fiera della precarietà si è arricchita di nuovi contratti atipici come lo job sharing (posto suddiviso tra due lavoratori), lo staff leasing (lavoro in affitto a vita di interi reparti di produzione), lo job on call (lavoro a chiamata) detto anche "lavoro squillo". Ed è stato ufficializzato il caporalato, con l'autorizzazione data alle agenzie private di svolgere compiti di intermediazione di manodopera».

    Nella sua semplicità di esposizione, nel suo trattare argomenti scottanti e nella sua maledetta-articolata sintesi, il nuovo testo edito da "malatempora" (i compagni dovrebbero prestare molta più attenzione nella composizione del testo e nella rilettura delle bozze; tuttavia li ringraziamo per il cordiale invio di libri) è uno strumento di battaglia imprescindibile contro la ristrutturazione schiavistica dell'organizzazione del mondo del lavoro, impartita dal modello neoliberista. Leggetelo; sarà un appropriato, utile, propellente nella vostra contrapposizione e nella vostra rabbia al sistema capitalistico.

    La ristrutturazione neoliberista delle regole dirette al mondo del lavoro, la paura di perdere il lavoro (già precario) insieme allo stress ed alla nevrosi causati ai lavoratori nelle aziende ove viene impresso a dismisura l'input delle nuove tecnologie hanno dei marcati risvolti neurologici. Sulle malattie mentali e nervose, esistenti nelle masse dell'Occidente giudeo-plutocratico, abbiamo già accennato in precedenti articoli di critica al capitalismo ed alla mondializzazione.

    Nel capitolo [pp. 28/30] "Call-center al Prozac. La precarietà e l'insicurezza hanno i loro costi umani" viene affermato: «Secondo recenti indagini, negli ultimi anni in Italia vi sarebbe stato un aumento spaventoso nel consumo di psicofarmaci. E gran parte di questo boom della domanda di Prozac e simili, in una fase in cui prende piede e si sviluppa il lavoro atipico, potrebbe essere determinato in una certa misura proprio dal disagio collegato alla instabilità del lavoro, dallo stress del lavoro a singhiozzo, dalla carenza di validi ammortizzatori. I dati forniti da una ricerca ed un monitoraggio condotti a Firenze tra le farmacie convenzionate con l'Azienda Sanitaria Fiorentina, tra il 2001 ed il 2002 si "sarebbero registrati aumenti al 100% con punte del 200% e oltre nel consumo di psicofarmaci"; un fenomeno però che riguarda tutto il territorio nazionale. "Questo quadro è emerso nel corso del Congresso Europeo dei Farmacisti Ospedalieri e dei Servizi Sanitari (ESCP) svoltosi recentemente a Firenze. I dati... sono inequivocabili. Nell'area fiorentina, (850 mila abitanti), gli antidepressivi rappresentano ormai la terza voce di spesa farmaceutica dopo gli antibiotici e gli antiulcera (...) Nel primo semestre del 2002 i fiorentini hanno speso in antidepressivi 5,7 milioni di euro, ovvero oltre 22 miliardi delle vecchie lire". "Paroxetina", "Sertralina", "Citalopram" e "Prozac", "Fluvoxamina" e "Mirtazapina", "Reboxetina" sono i nomi scientifici che riportano al male che investe la società del lavoro a rischio, precario, o dallo stress causato dalla nuova ripartizione del lavoro nell'Occidente liberista. Per Corrado Mandreoli, responsabile delle Politiche sociali della Camera del Lavoro di Milano "il peggioramento delle condizioni di lavoro è generale, ma è devastante in tutte le forme e condizioni di lavoro atipico e precario, ad esempio nei call center o nei fast food, dove le tutele dei lavoratori sono pessime e la presenza del sindacato debole. Ci sono persone che non possono andare al bagno, che non hanno diritto alla pausa pranzo: peggio che in una catena di montaggio degli anni Cinquanta. L'organizzazione produttiva la determinano i datori di lavoro che spesso impongono ritmi e orari simili a quelli della peggior fabbrica fordista"».

    A queste affermazioni sarebbe doveroso aggiungere le ampie convergenze che il sindacato, anche i compagni della CGIL, trova col capitale ed i consigli di amministrazione delle aziende votate al liberismo o accarezzate dalle privatizzazioni, a scapito del lavoratore. Personalmente abbiamo condotto una piccola ricerca tra i lavoratori delle semi-privatizzate, liberalizzate ed inefficientissime, poste italiane. Tutti i lavoratori denunciano oramai delle condizioni di lavoro insopportabili per molteplici cause; alle loro legittime lamentele i funzionari rispondono arrogantemente, in Sicilia come in Toscana, in questa maniera: "tu almeno uno stipendio lo hai"; "o così o te ne vai"; "se non ti va bene dai le dimissioni". Alla nostra domanda su cosa fanno i sindacati per tutelare le loro persone tutti i dipendenti, che siano dietro uno sportello o dentro un ufficio, rispondono: "Niente!".

    "Ma al di là dei call center, attualmente persino nel settore bancario, una delle categorie che si sentiva più protetta e garantita, i lavoratori sono diventati soggetti deboli. Con la scusa delle fusioni e degli accorpamenti le grandi banche hanno preso a licenziare. È così che tra i lavoratori più deboli schizza in alto il consumo di farmaci e psicofarmaci, mentre torna forte l'uso e l'abuso di droghe, sia leggere che pesanti. L'aumento della tensione, le preoccupazioni, l'isolamento di figure psicologiche già fragili creano ansia, depressione, ricadute nel consumo di droghe e alcool. Magari proprio in persone che, ieri, si erano curate proprio attraverso il reintegro o l'immissione nel mondo del lavoro e che a quel punto vanno in corto circuito: le patologie, tenute per anni latenti, riesplodono, la salute mentale vacilla, l'isolamento e la depressione assalgono. Nelle cliniche del lavoro i tempi di attesa per essere sottoposti a visita medica, solo negli ultimi due anni, sono quasi quadruplicati". Ma non è finita qui!

    La vasta frammentazione del lavoro, composta da precariato, da lavoro sommerso, dall'atipicità dell'occupazione e dalla così detta "collaborazione coordinata continuativa", se unita al carovita, all'inflazione, all'effimero mercato dei bisogni che la società dell'immagine e della ricercata "eterna giovinezza" impone, crea ulteriori scompensi.

    L'ordinamento e la divisione del lavoro in regime neoliberista non offre più sufficienti garanzie per quanti, attraverso un prestito bancario, cercano di metter su casa e famiglia.

    Infatti le banche non concedono denaro a prestito alla grande massa del precariato e dei lavoratori atipici, formata in stragrande maggioranza da giovanissimi che, in questo modo, non hanno assolutamente la possibilità di accedere a un prestito, poiché non offrono garanzie salariali. Per la Banca d'Italia, nel 2001, le somme di denaro concesse dalle banche alle famiglie pur tuttavia sono aumentate del 9,4%. Un quarto delle famiglie italiane sono indebitate e milioni di buste paga sono così alleggerite per la "cessione del quinto dello stipendio". Ma non tutti i lavoratori, dicevamo, hanno accesso al credito bancario.

    «Una grossa fetta -scrivono Piantadosi e Nobile [cfr. pp. 37/40]- resta esclusa perché considerata "non solvibile". Fra gli esclusi dal credito vi sono proprio i lavoratori atipici, quei cittadini "dimezzati", soprattutto giovani, assunti con una di quelle forme contrattuali anomale, quelli con contratti part-time o di formazione, gli interinali, i collaboratori occasionali, e naturalmente i co.co.co. (collaboratori coordinati continuativi). Tra le altre penalizzazioni, i co.co.co., non possono pretendere di presentare una formale domanda di un prestito presso una banca, magari per acquistare un auto o dei mobili, perché rischiano non soltanto di ricevere un netto rifiuto, ma anche di entrare in una specie di libro nero elettronico, una banca dati che collega in rete tutti gli istituti di credito. (...) "Sei flessibile e fai bene, ma soldi in prestito non te ne possiamo dare", questo fanno sapere i signori delle banche a quei giovani dai 20 ai 35 anni, che con il primo impiego pensano subito di poter rincorrere gli status syrnbol, accogliendo i messaggi consumistici diffusi dalla pubblicità. (...) Resta la considerazione sul modo con cui le istituzioni finanziarie rispondono ai bisogni di chi, in nome della flessibilità ha accettato una condizione di lavoro con diritti dimezzati, senza ferie, né tredicesima, né tariffa minima, né sicurezza.

    A chi è costretto ad essere flessibile ma cerca di accedere al credito con pari opportunità degli altri comuni mortali, l'Istituzione Bancaria riesce a rispondere soltanto con rigidità, esclusione, violazione della privacy, libri neri. Roba da non credere!».

    Il contenuto e le analisi, le esperienze dirette narrate, le accuse al modello neoliberista, contenute in questo acuminato saggio sono peculiari e servono da testimonianza per infilzare sempre più alle proprie responsabilità il modello postcapitalista della globalizzazione.

    Ripetiamo: leggetelo ed estraete da esso pregiato materiale politico per la giusta causa, per la sacrosanta battaglia all'oppressione ed allo sfruttamento economicistico, impartito dal capitale e dalle multinazionali globali.

    Mettete da parte le insulse logiche che vi vogliono ancora inchiodati all'anticomunismo, alla lotta alla droga ed all'immigrazione; alle aberranti e laceranti narrazioni (sì, sono in malafede, altrimenti dementi!) che blaterano su di un delirante disegno di conquista dell'Europa cristiana (?) da parte d'un Islàm ferocissimo. Avete presente la favola di "Cappuccetto Rosso e del lupo cattivo"?

    Non diciamo più altro.

    Considerate intelligentemente e intelligibilmente se il pericolo per la vostra famiglia, per i vostri figli, per il vostro lavoro o per il vostro futuro, sia rappresentato dall'«Islàm», o, preferibilmente, dal dominio e dalla dittatura del capitalismo.

    Se i costi per il pranzo e per la cena oramai sono insopportabili; se la recessione avanza; se il deficit cresce; se non c'è più il lavoro e quel poco esistente non da garanzie, le colpe sono da addossare a un unico responsabile: alla dinamica antipopolare, tecnocratica ed economicistica, dettata dall'usura dell'Alta Finanza internazionale. Essa, attraverso gli Stati Uniti d'America suo braccio armato e suo laboratorio politico-economico, ha distrutto ogni cosa; anche il diritto al lavoro, facendone uno strumento di tirannia, di oppressione e di alienazione, oltre a estirpare ogni speranza d'un futuro!

    Leonardo Fonte

  4. #4
    sacher.tonino
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    Sapiente questo 3d, ringrazio il forumista cornelio per averlo aperto, e propongo al Moderatore del fora di metterlo in rilievo.
    Grazie
    sacher.tonino

  5. #5
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    da "Avanguardia" n° 202 - Novembre 2002



    Martin Sprouse (a cura di)
    Sabotaggio negli USA.
    Storie di estraneità, rifiuto del lavoro, autodifesa e vendetta
    Derive/Approdi, Roma 1998, pp. 207, euro 12,39



    «Più quel figlio di puttana mi fa fretta, più io rallento,
    dovesse pure costarmi la pelle ...»

    «Le ore sono lunghe e la paga è bassa,
    quindi prenditela comoda e fottili tutti»



    Abbiamo già avuto modo, in un precedente e recente articolo, di lambire la complessa (ma non troppo, in fondo ...) realtà socioeconomica del cosiddetto «nord-est» italiano, una realtà che sostanzialmente non è altro che un riflesso di quella grande stella luciferina che chiamiamo americanismo, intendendo con ciò non certo che questa luce sinistra brilli soltanto in quella particolare porzione di mondo, ma che in quella porzione di mondo questa concezione dell'esistenza, nata chissà dove e chissà quando, si è sviluppata ed evoluta al massimo grado. II Triveneto degli ultimi venti anni ha fatto notizia perchè ha semplicemente riproposto un modello americaneggiante della società e dell’economia che nello stesso contesto del settentrione italiano ha costituito una indubbia novità in un panorama produttivo dominato dalla grande industria statalizzata del triangolo industriale da un lato, e dalla piccola o piccolissima impresa artigiana dall'altro, incapace di superare gli angusti confini locali.

    Sempre in alcuni trascorsi articoli avemmo modo di puntualizzare come la stessa definizione del borghese, in un contesto del tutto particolare e specialissimo, servisse a connotare anche un tipo umano che ‑seppure intimamente alieno dalla spiritualità dell'uomo differenziato‑ potesse e dovesse convivere pacificamente e proficuamente nell'ambito del vero Stato tradizionale. Ovvero come, in alcuni valori borghesi dei tempi andati, potesse baluginare una seppure fievole fiammella staccatasi dal fuoco vivido della più autentica forma tradizionale in generale e nordico‑ario europea in particolare.

    Così certo non è per le orde americanizzate (e non le definiamo nemmeno più come giudaizzate, perché faremmo loro un onore!) che infettano l'Occidente.

    Essendo il denaro l'icona di queste folle, cosa distinguerebbe più il semplice bandito da strada dal «buon padre di famiglia» del diritto italico? La risposta probabilmente è: I'etica del lavoro. Elaborata e sviluppatasi sopratutto in ambiente protestante anche in margine a considerazioni teologiche inerenti la Riforma (ricordate le sparate di Bossi sul fare abbracciare ai popoli padani il protestantesimo?) questa forma mentis ha permeato di sè anche ambienti culturali ben diversi (anche se, volendo citare l'esempio del Giappone contemporaneo, in questo caso siamo di fronte ad un sostrato spartano‑prussiano fortemente comunitarista che, costretto per legge ad estinguersi e morire si sublimerà anche nel gigantismo di una produzione industriale sterminata e ottenuta mediante rapporti sociali parafeudali e paramilitari). Tra questi ambienti ed alcune aree della Padania del dopoguerra (pensiamo alla Milano appunto di quegli anni) e segnatamente il Triveneto attuale ove sembra che solo il lavoro -nella accezione deteriore di questa parola‑ conferisca dignità agli esseri umani.

    Come nelle antiche civiltà tradizionali l'iniziazione maschile trasformava il bambino in guerriero in grado, appunto, di combattere per la propria Comunità, così nel deserto spirituale dell'americanismo compiutamente incarnatosi nelle lande padane, solo l'ingresso nel mitico mondo del lavoro sancisce l'emancipazione del giovane ed il suo divenire uomo ad ogni effetto. La mancanza di un’attività lavorativa viene vista come spia di bassezza morale, inettitudine, asocialità in quanto il non lavorare in una realtà dove il lavoro obiettivamente non manca, non può che rivelare attitudini ed indole parassitaria. Persino i rari giovani che ancora «vanno preti» o peggio, frati, vengono visti ‑sotto sotto ed inconfessabilmente- come dei falliti. Il fatto poi che vi possa essere chi, rifiutando il lavoro, rifiuta però anche gli agi materiali della vita borghese che soltanto un reddito in danaro può conferire, non sposta di un millimetro le convinzioni dominanti secondo le quali rifiutare gli standards di quella che è la sola esistenza concepibile significa rifiutare la verità tout court.

    Nel film "Aguirre" di W. Herzog ambientato durante la Conquista spagnola delle Americhe, una colonna di esploratori incontra, nella selva Amazzonica, alcuni indios al cui capo viene offerta una Bibbia, senza che si possa ovviamente spiegare, per ovvie barriere linguistiche, che cosa esattamente essa fosse; l'indigeno, poichè in quell'oggetto non vedeva alcuna utilità immediata nè scaturiva da esso alcun segno prodigioso, la getta a terra venendo immediatamente ucciso. Per la nuova borghesia padana, come secoli orsono fu per quella olandese o inglese, il lavoro è la nuova Parola di Dio e chi lo rifiuta deve essere, in qualche modo, eliminato. AI contrario, all'imprenditore di successo vengono rimessi tutti i peccati, anche quelli che la vecchia morale borghese di un tempo non avrebbe mai potuto tollerare: non solo la solita infedeltà coniugale, ma anche la vera e propria depravazione sessuale, l'uso di droghe, la tratta di immigrati clandestini impiegati illegalmente, per non parlare dei reati fiscali e valutari o ambientali. Tutti comportamenti che, anche dalla gente comune, vengono giustificati o come legittimo sfogo vitale individuale di persone peraltro interamente dedite al lavoro, o come legittima resistenza a leggi e norme ritenute soffocanti e penalizzanti per l'economia.

    Valga come esempio la squallida parabola dell'associazione "LIFE" (Liberi Imprenditori Federalisti Europei) che dopo svariati scontri fisici con la Guardia di Finanza (e fin qua non ce ne frega un cazzo) e ricorsi contro il "Velomatic" (!!!) ha potuto assaggiare, in territorio austriaco, il bastone non solo figurato della polizia di uno Stato borghese moderno ed efficiente che ha però il pessimo vezzo di reclamare il pagamento dei pedaggi autostradali... Ora saranno forse ripiegati in Romania, dove lo Stato non c'è per niente... del resto «meno Stato, più mercato!».

    II libro che qui presentiamo è apparso negli Stati Uniti nel 1992 con il titolo "Sabotage in the American Workplace. Anecdotes of dissatisfaction, mischief and revenge". II titolo italiano suona un po' pomposo e potrebbe indurre a pensare che tratti argomenti affatto diversi, anche se il sottotitolo ci riporta alla realtà. L'autore, del quale non si evince quasi nulla dalle note introduttive e di copertina, ha semplicemente voluto raccogliere delle testimonianze, ovviamente anonime, di decine di lavoratori americani impiegati nelle più svariate attività produttive e lavorative. Vi sono rappresentati, tra gli altri, i settori dell'industria meccanica ed alimentare, della grande distribuzione commerciale, dell'edilizia, dell'agricoltura, degli uffici sia privati che pubblici, delle poste, degli alberghi e ristoranti, dei trasporti pubblici, della sanità e persino delle Forze Armate.

    Tutte queste persone raccontano dunque all'intervistatore la loro storia lavorativa, storie di operai, impiegati, commessi, inservienti, braccianti ma anche di funzionari di alto livello o tecnici informatici con stipendi da migliaia di dollari, uniti dalla loro condizione di lavoratori dipendenti e sopratutto dalla loro alienazione e dalla consapevolezza di essere sottopagati, male utilizzati, perseguitati dai capi...

    Chi credesse dì trovarsi di fronte semplicemente a lavativi e scansafatiche e profittatori rimarrebbe però stupito dalla testimonianza di uomini e donne, in particolare giovani, che ‑iniziato un qualsiasi lavoro animati da forti motivazioni e da spirito di servizio‑ si ritrovano dopo pochi anni, o mesi, a doversi scontrare con padroni, superiori o colleghi dalla mentalità ottusa e limitata che ‑si badi bene!‑ spesso nella loro frenetica attività mirata alla massima produttività ed al massimo profitto riescono a centrare proprio l'obiettivo opposto: la disorganizzazione e l'inefficienza! «... lo feci in modo che le cose funzionassero in maniera più liscia. Stavo facendo di più di quello che mi era richiesto di fare, lo facevo sopratutto perchè non sopportavo quel disordine e anche perchè mi aspettavo che il mio lavoro venisse apprezzato». O ancora: «Mi piaceva lavorare con le macchine e costruire cose. Ero ambizioso e imparai a conoscere tutte le macchine dell'officina. Quella che usavo era costosa e inefficiente, così (...) costruii una parte che permetteva di tagliare meglio i tubi e facilitava il mio lavoro. Presto cominciai a lavorare sulle altre macchine per renderle più efficienti e migliorare le condizioni di lavoro di molti operai. AI caporeparto non piaceva (...) facevo anche fare brutta figura a lui. Mi ordinò di smetterla, così decisi di licenziarmi, ma prima di farlo arrecai alla compagnia danni per migliaia di dollari». Ecco che, come abbiamo visto e con motivazioni diversissime (non escluso, certo, il mero risentimento personale) scatta la trappola micidiale del boicottaggio e del sabotaggio vero e proprio, sia passivi che attivi ed espressi attraverso un multiforme campionario di azioni ed omissioni come il danneggiamento dei macchinari, la distruzione dei documenti, la cancellazione di dati informatizzati, il furto, ma anche più prosaicamente la non collaborazione, l'assenteismo, il rallentamento della produzione, la finzione, come in questa francamente impressionante e surreale testimonianza, che da sola basterebbe a fotografare impietosamente lo squallore e la miseria a cui può ridursi il lavoro salariato, e che riguarda un giardiniere in un complesso cimiteriale: «Dovevamo tagliare l'erba anche se non ce n'era bisogno, solo per tenerci occupati. (...) Mi stancai di respirare i fumi dello scarico del tosaerba e pensai che potevo andare fuori nel giardino e semplicemente fingere di tagliare l'erba. (...) Se mi portavo a un paio di acri di distanza il direttore non riusciva a sentire se il motore del tosaerba era acceso. Di solito c'erano altre macchine in funzione il che favoriva la mia copertura. Non accendevo mai il motore. Fingevo solamente: tiravo la maniglia e camminavo in giro. Stavo là fuori per ore spingendo in giro un tosaerba spento». Nella sua esposizione minimalista si tratta di una testimonianza sconvolgente pur nella sua asetticità e banalità, o forse proprio per queste. Milioni di lavoratori ogni giorno, nell'Occidente sviluppato, vivono la miseria di una condizione radicalmente inumana, anche quando le mansioni svolte sono considerate leggere; non è infatti tanto o solo la pesantezza e la durezza fisica o mentale di una determinata mansione a provocare il processo di estraneamento, quanto la sua sostanziale inutilità o illogicità. L'uomo è in grado di lavorare sino allo sfiancamento, sino al completo esaurimento fisico e mentale e tuttavia, trascorso il giusto e indispensabile riposo, essere pronto a ricominciare quanto è cosciente che il suo operare, anche se è un operare modesto e magari anche meccanico e ripetitivo, costituisce un piccolo tassello di un'opera di creazione. Ogni uomo di sufficiente intelligenza e non completamente intossicato dai miasmi della sottocultura capitalistica, percepisce perfettamente la vacuità e l'assurdità di una routine fatta di autobus affollati e strade congestionate, cartellini da timbrare con l'assillo del ritardo, officine o uffici ingombri di merci e scartoffie estrenee diretti da padroni e capi prigionieri anch'essi del loro ruolo ...

    Di tutte le testimonianze raccolte in questo libro forse nessuna esprime un reale antagonismo nei confronti del sistema, ed è proprio questo il dato insieme più sconfortante ma anche ‑forse‑ nel medesimo tempo foriero di una qualche speranza. Perchè se è vero che I'uomo qualunque continua a discendere come in trance la china della dissoluzione, è anche vero che quello stesso uomo ‑nel quale comunque la scintilla divina continua ad emanare il suo tenuo bagliore‑ riesce talvolta ad avvertire il respiro gelido e maligno del baratro in cui è risucchiato e, come chi istintivamente fugge un pericolo imminente, così grida il suo «no!» a questo vortice oscuro.

    La resistenza alla schiavitù capitalistica, anche nella cittadella metropolitana, segue strade tortuose e sotterranee. Sta alla Rivoluzione fare, a Dio piacendo, da catalizzatore.

    Graziano Dalla Torre

 

 

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